
C’è un momento, nelle crisi, in cui capisci se qualcuno sta governando gli eventi oppure se li sta inseguendo. Qui siamo già oltre. Missili che partono, basi nel mirino, rotte energetiche sotto pressione. E dall’altra parte non c’è freddezza, non c’è controllo. C’è solo rilancio, sempre più alto, sempre più inutile.
L’attacco di ieri lo spiega meglio di qualsiasi analisi. L’Iran ha lanciato due missili balistici a raggio intermedio contro la base anglo-americana di Diego Garcia, a quasi quattromila chilometri di distanza dal proprio territorio. Una distanza che, fino a poco fa, ufficialmente nemmeno esisteva. Uno dei due missili è caduto durante il volo, l’altro è stato intercettato prima di arrivare a bersaglio. Nessun impatto, nessun danno diretto. Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Perché il punto non è quello che è successo. Il punto è quello che hanno dimostrato di poter fare. Colpire o anche solo minacciare una base come Diego Garcia significa uscire dal perimetro regionale e mettere nel mirino l’infrastruttura globale occidentale. Significa dire, senza dirlo, che la distanza non è più una barriera.
Trump, davanti a questo scenario, continua a muoversi come se bastasse alzare la voce per rimettere ordine. Minacce, ultimatum, dichiarazioni sparate a raffica. Una linea che ignora una cosa semplice: il mondo non è più un campo di tiro unilaterale.
Da lì in poi servirebbe testa, strategia, calcolo. Invece si risponde come negli anni Novanta, quando bastava mostrare i muscoli e qualcuno si piegava. Solo che oggi ogni mossa rimbalza ovunque. Energia, mercati, trasporti, assicurazioni. Tutto collegato, tutto fragile. Lo Stretto di Hormuz si tende e il mondo trattiene il fiato. Il petrolio sale, le navi rallentano, i costi si impennano. Non è un effetto collaterale, è il cuore del problema.
E mentre tutto questo si muove, Trump continua a spingere. Qui sta l’errore vero. Non l’aggressività, quella è sempre esistita. Ma l’assenza totale di visione, l’idea che basti colpire più forte per chiudere la partita. Non funziona così. Ogni attacco genera una risposta, ogni minaccia apre un fronte, ogni escalation crea un equilibrio nuovo, più instabile del precedente. Non è strategia, è una spirale.
E in questa spirale ci finisce tutto. Israele, le basi americane, le rotte energetiche, i proxy sparsi ovunque. Un sistema che si carica tensione dopo tensione, fino a un punto in cui basta niente per far saltare tutto. Il paradosso è questo: si parla di sicurezza mentre si allarga il rischio, si parla di forza mentre si perde controllo, si parla di ordine mentre si costruisce caos.
La verità è che questa non è più una crisi regionale. È un meccanismo globale che si sta deformando sotto pressione, e chi dovrebbe tenerlo in equilibrio sta facendo l’esatto opposto. Trump non sta gestendo una guerra, sta alzando la posta senza sapere dove sta il limite. E quando non sai dov’è il limite, prima o poi lo superi.
E quando lo superi, non si torna indietro. Non c’è comunicato che tenga, non c’è narrativa che regga. Restano solo le conseguenze. E questa volta non saranno circoscritte, non resteranno lì dove sono iniziate. Si allargheranno, toccheranno tutti, travolgeranno anche chi pensa di essere al sicuro. Perché certi giochi, quando sfuggono di mano, non finiscono. Esplodono.
Prima lo tolgono di mezzo e prima il mondo respirerà di nuovo, programmando il proprio futuro. Questo è certo.
Piero Terracina

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