• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Quando il Presidente del Consiglio dimentica di esserlo

Un’analisi delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni tra deriva istituzionale e violazioni costituzionali. Ho cercato di mordermi la lingua e  di considerare queste dichiarazioni come l’ennesima scaramuccia politica in un panorama già saturo di polemiche quotidiane.  Quello che sta accadendo non è una semplice questione di stile politico discutibile o di toni sopra le righe. È qualcosa di più profondo.È lo svuotamento sistematico del ruolo istituzionale più alto della Repubblica, la trasformazione della Presidenza del Consiglio in un palco da comizio permanente.

di Daniela Piesco | 4 Ottobre 2025

Un’analisi delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni tra deriva istituzionale e violazioni costituzionali

Ho cercato di mordermi la lingua e  di considerare queste dichiarazioni come l’ennesima scaramuccia politica in un panorama già saturo di polemiche quotidiane.  Quello che sta accadendo non è una semplice questione di stile politico discutibile o di toni sopra le righe. È qualcosa di più profondo.È lo svuotamento sistematico del ruolo istituzionale più alto della Repubblica, la trasformazione della Presidenza del Consiglio in un palco da comizio permanente. 

C’è un momento preciso in cui un leader politico deve compiere una metamorfosi. Accade quando varca la soglia di Palazzo Chigi e si trova a dover governare non più per una parte, ma per l’intera nazione. È il momento in cui si smettono i panni del capo dell’opposizione e si indossa la responsabilità istituzionale. Giorgia Meloni, a giudicare dalle sue recenti dichiarazioni, sembra non aver ancora compiuto questo passaggio. O forse, più preoccupante ancora, ha scelto deliberatamente di non compierlo.

La terzietà tradita

Nel sistema parlamentare italiano, il Presidente del Consiglio non è un capo dell’opposizione che è riuscito a conquistare il potere. È il vertice dell’esecutivo, colui che rappresenta tutti i cittadini italiani, indipendentemente dal loro colore politico, dalla loro appartenenza sindacale, dalle loro convinzioni. Quando Meloni afferma che “il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme”, riferendosi allo sciopero generale proclamato dai sindacati, non sta semplicemente esprimendo un’opinione. Sta compiendo un’operazione ben più grave: sta usando il suo ruolo istituzionale per ridicolizzare l’esercizio di un diritto costituzionale.

La frase, pronunciata con evidente sarcasmo, rappresenta una tripla violazione. Prima di tutto, deride pubblicamente chi sta esercitando un diritto garantito dall’articolo 40 della Costituzione. In secondo luogo, si permette di sindacare i tempi e le modalità di uno sciopero, ambito che non rientra assolutamente tra le prerogative del Presidente del Consiglio. Infine, si sostituisce ai soggetti legittimati a proclamare lo sciopero, attribuendo loro secondi fini e intenzioni che non le compete valutare.

Un Presidente del Consiglio può e deve garantire l’ordine pubblico e i servizi essenziali durante uno sciopero. Può attivare, se necessario, gli strumenti previsti dalla legge per tutelare i cittadini. Ma non può permettersi di commentare sarcasticamente le scelte sindacali, come se fosse ancora a capo di un partito in campagna elettorale permanente. La differenza tra questi due ruoli non è una sottigliezza formale: è il cuore stesso della democrazia costituzionale.

Il doppio standard della “premier di tutti”

Ma c’è un’altra contraddizione, se possibile ancora più stridente, che emerge dalle dichiarazioni di Meloni. La Presidente del Consiglio lamenta che l’opposizione non abbia votato “unitariamente” una mozione sul piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, invocando implicitamente una sorta di unità nazionale su questioni di politica estera. Fin qui, si potrebbe anche comprendere l’appello. Il problema sorge immediatamente dopo, quando la stessa Meloni accusa la sinistra di avere “posizioni più radicali” rispetto all’Autorità Nazionale Palestinese, ai Paesi arabi e persino all’Europa.

Questo è un classico esempio di doppio standard. Da un lato si invoca l’unità, dall’altro si delegittima sistematicamente chi non si allinea, tacciandolo di radicalismo. Una vera Presidente del Consiglio “di tutti gli italiani” avrebbe rispettato il pluralismo delle posizioni parlamentari, avrebbe evitato di dipingere l’opposizione come estremista persino rispetto ai diretti interessati del conflitto, avrebbe riconosciuto la legittimità del dissenso politico su questioni complesse di politica estera.

Invece, Meloni continua a comportarsi esattamente come un capo dell’opposizione, attaccando sistematicamente chi non condivide le sue posizioni. La differenza è che ora lo fa dalla posizione più alta dello Stato, con tutto il peso istituzionale che questo comporta. E questa non è una semplice questione di stile politico: è una regressione pericolosa che mina alla base il principio di rappresentanza democratica.

Le violazioni costituzionali

Sul piano strettamente giuridico, le affermazioni della Presidente del Consiglio configurano una serie di violazioni dei principi costituzionali che meritano un’analisi approfondita. Partiamo dall’articolo 40 della Costituzione, che recita semplicemente: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Questa norma apparentemente scarna racchiude in realtà un principio fondamentale del nostro ordinamento.

La Corte Costituzionale ha più volte ribadito che lo sciopero è un diritto soggettivo perfetto, espressione della libertà sindacale garantita dall’articolo 39 della Costituzione e strumento essenziale di autotutela dei lavoratori. Gode di una posizione privilegiata nell’ordinamento e le limitazioni sono consentite solo per legge, in presenza di interessi costituzionalmente rilevanti come la tutela dei servizi pubblici essenziali.

Il Presidente del Consiglio, in quanto vertice dell’esecutivo, ha il preciso dovere di rispettare l’esercizio del diritto di sciopero e di astenersi da commenti che ne mettano in dubbio la legittimità o le motivazioni. Se necessario, può adottare ordinanze per garantire i servizi essenziali, come previsto dalla legge 146 del 1990. Ma non può sindacare le modalità dello sciopero con toni sarcastici, non può attribuire secondi fini ai sindacati, non può mettere in dubbio la loro buona fede.

La legge 146 del 1990, che regola lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, prevede che sia la Commissione di Garanzia a valutare la compatibilità degli scioperi con i servizi essenziali. Non il Presidente del Consiglio attraverso battute alla stampa.

 Se uno sciopero fosse davvero illegittimo o sproporzionato, esistono rimedi giuridici precisi: la deliberazione della Commissione di Garanzia, l’eventuale precettazione in caso di gravi emergenze, i ricorsi amministrativi. Meloni aggira tutti questi strumenti giuridici sostituendoli con propaganda politica, svilendo il ruolo delle istituzioni preposte alla tutela dei diritti.

L’imparzialità dimenticata

Ma c’è un’altra norma costituzionale che viene calpestata da questo modo di agire. L’articolo 97 della Costituzione stabilisce che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”.

 Il principio di imparzialità vincola tutta la pubblica amministrazione, a partire dal suo vertice politico. Implica equidistanza da interessi di parte, terzietà nell’esercizio delle funzioni pubbliche, obbligo di agire per l’interesse generale e non per quello della propria maggioranza.

Quando Meloni si schiera contro i sindacati che esercitano un diritto costituzionale, quando delegittima lo sciopero attribuendogli finalità strumentali legate a presunte “questioni italiane” piuttosto che alla “vicenda palestinese”, quando utilizza la propria autorità istituzionale per screditare soggetti sociali legittimi, sta configurando un uso improprio della funzione pubblica a fini di parte. Questo è esattamente ciò che l’articolo 97 della Costituzione voleva impedire.

Non si tratta di un dettaglio tecnico o di un formalismo giuridico. L’imparzialità della pubblica amministrazione è uno dei pilastri dello Stato di diritto. Quando il Presidente del Consiglio usa il proprio ruolo per attaccare chi esercita diritti costituzionali, quando trasforma la funzione istituzionale in uno strumento di battaglia politica, sta minando uno dei principi fondamentali della nostra democrazia.

Il giuramento tradito

C’è poi l’articolo 54 della Costituzione, che stabilisce che “tutti i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Quando Giorgia Meloni ha giurato come Presidente del Consiglio, ha pronunciato la formula prevista: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi”. 

Questo giuramento non è una formula vuota, non è un rito di passaggio senza conseguenze.

Implica una lealtà costituzionale concreta: il rispetto dei diritti fondamentali, incluso quello di sciopero. Implica l’esercizio delle prerogative con dignità istituzionale, con quell’onore che la Costituzione esplicitamente richiama. Quando un Presidente del Consiglio ridicolizza l’esercizio di un diritto costituzionale con frasi ad effetto come “weekend lungo e rivoluzione non stanno insieme”, quando tradisce un evidente pregiudizio ideologico contro il movimento sindacale, quando abbassa il decoro istituzionale del proprio ruolo, sta venendo meno a quel giuramento.

Un Capo del Governo che ironizza sui diritti dei lavoratori non sta adempiendo con onore alla propria funzione. Sta usando la posizione più alta dello Stato per combattere una battaglia di parte. E questo non è solo politicamente discutibile: è costituzionalmente inaccettabile.

Le conseguenze istituzionali

Tutto questo non rimane senza conseguenze sul piano istituzionale. L’articolo 94 della Costituzione stabilisce che il Governo deve avere la fiducia delle Camere. Dichiarazioni che violano principi costituzionali possono configurare questioni di fiducia sollevate dall’opposizione o persino mozioni di sfiducia individuale, come previsto dall’articolo 95. Non è uno scenario remoto o astratto: è la conseguenza naturale di comportamenti che tradiscono la natura del ruolo istituzionale.

Persino i Presidenti delle Camere, quali garanti del rispetto della Costituzione, avrebbero il dovere di richiamare formalmente il Presidente del Consiglio per violazione del principio di separazione dei poteri e delegittimazione di diritti costituzionali. Il silenzio di fronte a queste derive non è neutralità: è complicità nell’erosione dei principi democratici.

Una scelta politica deliberata

Sarebbe consolatorio pensare che Giorgia Meloni non abbia ancora compreso il salto qualitativo richiesto dal ruolo di Presidente del Consiglio. Ma a questo punto del suo mandato, questa spiegazione non regge più. Non si tratta di inesperienza o di un periodo di rodaggio troppo lungo. Si tratta di una scelta politica deliberata e consapevole.

Meloni ha deciso di continuare a comportarsi come un leader dell’opposizione, attaccando sindacati, opposizione parlamentare e società civile con toni da campagna elettorale permanente. Ha scelto di non incarnare quel ruolo di garante super partes che la Costituzione e la tradizione repubblicana assegnano al Presidente del Consiglio. Ha preferito rimanere nella zona di comfort della battaglia politica quotidiana, dove si può semplificare, ironizzare, delegittimare l’avversario senza doversi confrontare con la complessità della responsabilità istituzionale.

Un vero statista rispetta le prerogative costituzionali di tutti, non solo dei propri elettori. Dialoga con le parti sociali, non le ridicolizza pubblicamente. Unisce il Paese nei momenti difficili, non lo divide con il sarcasmo e la delegittimazione. Riconosce che il pluralismo democratico non è un ostacolo da superare ma il fondamento stesso della democrazia.

Propaganda al posto del diritto

Dal punto di vista giuridico, il quadro è chiaro. Le dichiarazioni di Meloni configurano una violazione dell’articolo 40 della Costituzione sul diritto di sciopero, dell’articolo 97 sul principio di imparzialità della pubblica amministrazione, dell’articolo 54 sul dovere di onore nell’esercizio di funzioni pubbliche. Violano i principi della legge 146 del 1990 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, sostituendo gli strumenti giuridici previsti dalla legge con la propaganda politica.

Ma il punto più grave è un altro. Meloni sta usando sistematicamente il proprio ruolo istituzionale per delegittimare chi esercita diritti garantiti dalla Costituzione. Non si tratta di un episodio isolato, di una dichiarazione infelice pronunciata in un momento di tensione. È un modus operandi costante, una strategia comunicativa che trasforma la Presidenza del Consiglio in un pulpito da cui attaccare quotidianamente chiunque non si allinei alle posizioni del governo.

Questo non è solo un errore politico che può costare consenso o creare tensioni sociali. È una violazione dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Quando il vertice dell’esecutivo usa il proprio ruolo per minare i diritti costituzionali invece che per garantirli, quando sostituisce il dialogo istituzionale con il sarcasmo da comizio, quando dimentica che è chiamata a rappresentare tutti i cittadini e non solo chi la ha votata, si sta compiendo un’operazione pericolosa che mina le fondamenta stesse della nostra democrazia.

Una premier di parte

In sintesi, e bisogna avere il coraggio di dirlo senza giri di parole: Giorgia Meloni non è la “premier di tutti”. È la premier di chi la pensa come lei, di chi condivide le sue battaglie politiche, di chi si riconosce nella sua visione del mondo. Per tutti gli altri c’è, nel migliore dei casi, l’indifferenza. Nel peggiore, il sarcasmo, la delegittimazione, l’attacco frontale.

In una democrazia costituzionale questo è inaccettabile. Non perché sia vietato avere idee forti o convinzioni radicate. Ma perché il ruolo di Presidente del Consiglio impone di saper distinguere tra la battaglia politica e la responsabilità istituzionale, tra la difesa delle proprie idee e il rispetto dei diritti altrui, tra la rappresentanza della propria parte e la tutela dell’interesse generale.

Meloni ha scelto di non fare questa distinzione. Ha preferito rimanere in modalità campagna elettorale permanente, trasformando Palazzo Chigi in un quartier generale da cui condurre una battaglia quotidiana contro tutto ciò che non si allinea al suo pensiero. È una scelta politica legittima? Forse. È compatibile con il ruolo di Presidente del Consiglio in una democrazia costituzionale? Assolutamente no.

E prima o poi, questa contraddizione presenterà il conto. Alla Premier, al suo governo, ma soprattutto al Paese, che si ritrova con un Presidente del Consiglio che ha dimenticato di esserlo.

Daniela Piesco

Pubblicato in : EditorialeTag: capo opposizione, giorgia meloni, governo, istituzioni, italia, legge 146/90, palazzo chigi

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti