Giovedì 25 maggio: un bengalese di nome Kamal è al lavoro presso uno dei più importanti produttori mondiali di yacht di lusso. Durante la costruzione di uno scafo, qualcosa va storto. L’uomo precipita dall’impalcatura e un pezzo di ferro si conficca in un polmone. Lunedì 29 maggio, autostrada del Sole: due operai scendono dal furgone e si apprestano a scaricare gli attrezzi da lavoro. Improvvisamente un autoarticolato piomba su di loro, uccidendoli sul colpo. Ultimo episodio: sabato 24 giugno, autostrada Catania-Siracusa. Crolla il ponteggio, trascinando giù gli operai presenti al cantiere. Uno di loro muore tragicamente.
Questi sono soltanto tre testimonianze dell’annoso problema degli “omicidi bianchi”. Nel 2005 sono stati rilevati circa 1300 casi mortali di incidenti sul lavoro. In calo rispetto agli anni precedenti, ma sempre stupefacente. Spesso queste tragedie avvengono al primo giorno di lavoro o nella prima settimana. Falso, ovviamente. Le vittime sono infatti lavoratori in nero che, paradossalmente, iniziano ad esistere dopo la loro morte. Vengono assunti “post mortem” per evitare guai peggiori al datore di lavoro. Un discorso a parte meriterebbe la questione degli immigrati. Il tasso d’infortuni denunciati all’Inail per costoro, negli ultimi anni (sul totale riguardante tutti i lavoratori) ha superato il 13 %, di cui il 90% è rappresentato dagli extracomunitari. Le cause di questa percentuale elevata sono da ricercarsi nell’affidamento di compiti più pericolosi e per la loro scarsa professionalità, formazione ed esperienza.
Secondo la rilevazione del 20 marzo 2006, sono pervenute all’Inail 940 mila denunce di infortuni avvenuti nel 2005. Seguendo le statistiche degli ultimi cinque anni, si assiste ad un ridimensionamento del fenomeno. Rimane comunque l’ incapacità di accettare morti simili.
Esiste una legge dettagliata in materia davvero ben fatta, la 626, che , se applicata correttamente, ridurrebbe sicuramente ancor di più il novero di questo triste cimitero. In Italia non possiamo permetterci di non rimediare al problema. Ce lo impone la nostra sacra e “immodificabile” Costituzione, che all’articolo 1 recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Stefano Casati

Questa volta il “malabrocca” ha fatto uscire ,dal vaso di Pandora delle ordinarie nefandezze , alcuni punti precisi nelle caratteristiche ,come i soci lavoratori nelle “cooperative” di lavoro e la questione dei subappalti. Argomenti che i magistrati milanesi evidentemente non conoscono…….potremmo provare a parlarne per telefono ,nella sicurezza di venire intercettati , ma poi dovremmo rispondere personalmente ,dimostrando di non essere né soci di cooperativa ,né subappaltatori. E dimostrare di essere estranei è sempre più difficile che provare la colpevolezza…..in questo bel Paese dove si è tutti colpevoli,fino a prova contraria !
Il discorso del lavoro nero, non riguarda , purtroppo “solo” gli estra comunitari, che già è molto grave, riguarda anche una grossa fetta di italiani. Non solo nel “depresso” sud,dove il datore di lavoro in nero, potrebbe accampare qualche scusante, anche se poco accettabile. Riguarda l’opulento nord dove le false cooperative impegnano giovani lavoratori con lavoro dipendente a tutti gli effetti, ma fatti figurare come soci, con uno stipendio da fame e con il miraggio di un dividendo a fine anno che non arriva mai.
Poi c’è un altro tipo di “nero”, il subappalto, dove chi ha “amici” assume gli appalti,poi li distribuisce a sottocosto a piccoli imprenditori, i quali il più delle volte le ri-subappaltano, a prezzi da fame, in nero o a imprese personali costruite ad ok, le quali guadagnando veramente poco, al limite della sussistenza, sono costretta ad evadere le tasse.Se e quando si deciderà, finalmente di colpire gli evasori, spero che questi ultimi non siano i soli a pagare.
C’era un tempo una legge molto giusta che proibiva il sub appalto, che fine ha fatto ?
C’è ancora? Se si, perchè non viene piùapplicata ? Se no, chi furono quelli imbecilli che l’ hanno cancellata ?
Un discorso a parte c’è da fare sui controlli ed i controllori, che nel migliore dei casi si possono definire carenti, spesso conniventi, qualche volta orrotti, ma questa è un’ altra storia.
La mia proposta, all’assemblea di Firenze del soggetto laico, liberale e socialista, di Forum tematici “perché ci sia un ritorno alla politica”, che ha trovato nei compagni Nicola Cariglia e Domenico Civitano degli attenti sostenitori, e l’intervento di Stefano Casati sul sito di pensalibero mi spinge ad intervenire sul tema ed ha proporre, tra gli altri, un Forum specifico sul lavoro precario, sul lavoro “a nero”, sul lavoro mortificante nella più vasta problematica dello sfruttamento del lavoro e dell’immigrazione.
Scrive Stefano Casati che “un discorso a parte meriterebbe la questione degli immigrati” ed ha ragione.
Dalla mia esperienza di avvocato di extracomunitari dell’Est Europa posso testimoniare che il lavoro “a nero” degli italiani e dei stranieri nasce dalla volontà di molti datori di lavoro di voler artatamente adibire i lavoratori “a nero” per non pagare i contributi assicurativo/previdenziali.
Si arriva al paradosso, che si tollera tutti giorni, che all’extracomunitario fortunato che ha un permesso di soggiorno viene negata una formale assunzione dal datore di lavoro perché, lo ripeto, quest’ultimo non vuole pagare i contributi assicurativo/previdenziali.
Allora l’”extracomunitario fortunato”, veramente fortunato, lavora “a nero”, ma deve trovarsi un contratto di copertura, finto e falso, su cui dovrà lui stesso pagare i contributi assicurativo/previdenziali.
E termino qui sull’”extracomunitario fortunato”, veramente fortunato perché ha un permesso di soggiorno!
Passiamo all’altro, a quello clandestino, che volente o nolente deve lavorare “a nero”.
La clandestinità di quest’ultimo – parliamo di centinaia di migliaia di lavoratori extracomunitari – non è una scelta, non è una sfida all’Italia, all’opulenta Italia, ma è una costrizione giuridica.
Secondo la legge attuale, la Bossi/Fini che ha fatto propria una normativa del testo unico Immigrazione voluto dal governo D’Alema, l’extracomunitario che entra in Italia per lavorare è clandestino e, di fatto, può solo lavorare “a nero”, mentre è regolare solo chi viene chiamato mentre si trova nel proprio paese nei limiti dei flussi.
Il Ministro Giuliano Amato ha definito tale normativa ipocrita.
Io ho già buttato giù in questi anni fiumi di parole ed oggi mi limito ad immedesimarmi, per Voi e per un attimo, in un datore di lavoro che, avendo necessità di manodopera straniera e volendo non ricorrere a manodopera “a nero”, è costretto o a chiamare un lavoratore straniero che non conosce e di cui, soprattutto, non conosce le capacità lavorative od è costretto a privarsi della manodopera che necessita.
Quanto ai flussi predeterminati dal Governo sono numeri scollegati dalla realtà.
Il governo dovrebbe indovinare il numero di lavoratori necessari mentre credo, mi sia consentito, che è più facile indovinare i numeri del gioco del Lotto tanto cari alle mie origini Partenopee.
Sia il lavoro “a nero” dell’”extracomunitario fortunato”, veramente fortunato perché ha un permesso di soggiorno, che del clandestino producono delle disfunzioni tra cui le assunzioni “post mortem” di cui parlava Stefano Casati che si riscontrano nella realtà di tutti i giorni.
Per far fronte a questa vergognosa realtà di tutti i giorni propongo in punta di penna due cose che vanno attuate subito perché la problematica connessa rischia di divenire una bomba sociale (non dimentichiamo che ci sono state centinaia di migliaia di autodenunce):
1) regolarizzare tutti gli extracomunitari che già lavorano in Italia oggi come clandestini e hanno la possibilità di un contratto di lavoro
2) intervenire da parte di chi è tenuto e fattivamente per reprimere la piaga del lavoro “a nero”.
Gli avvocati della mia associazione, la Rondine – associazione lavoratori paesi Est Europei in Italia – hanno elaborato una norma che va nella immediata direzione di quanto richiesto al capo 1) e su cui incalzeremo Governo e le forze politiche.
Chiedo un Forum in questa direzione per i laici, liberali e socialisti ricordandoci che la problematica si innesta nella stessa problematica di una Giustizia Giusta e della Legalità e che i diritti che neghiamo come Italiani ai lavoratori extracomunitari non onorano le nostre tradizioni e che i figli dei lavoratori extracomunitari, che sono tanti e sono nati in Italia, sono pure figli di quell’Europa che verrà.
Fraterni saluti
Gino Di Maro