
Da una parte Lula, ottantenne, rieletto presidente del Brasile. Dall’altra, i giovanissimi studenti serbi, capaci di trasformare una mobilitazione nata nelle piazze in una vittoria elettorale contro un potere consolidato da oltre un decennio. E poi Israele, dove, qualunque sia l’esito del confronto politico, la destra continua a occupare il campo, seppure attraverso compromessi e nuovi equilibri. Tre vicende apparentemente lontane, diverse per età, storia e identità politica, che però pongono una domanda comune: che cosa rende credibile, oggi, l’idea del cambiamento? È forse proprio qui che si manifesta la crisi dei vecchi schemi. Non significa necessariamente che stia nascendo una nuova ideologia, né che destra e sinistra abbiano esaurito la loro funzione. In Brasile la sinistra è rimasta al governo; in Israele la destra ha conservato il potere; in Serbia una generazione giovanissima ha cercato una strada diversa da quella proposta dalla politica tradizionale. Eppure, proprio queste esperienze così diverse mostrano qualcosa di comune: il cambiamento può passare attraverso percorsi differenti quando una parte della società riconosce in una proposta la possibilità concreta di incidere sul proprio futuro. I gattopardi della politica, abituati a cambiare pelle senza modificare davvero la sostanza, dovranno forse imparare a cambiare anche strategia per conservare il potere. Si trovano davanti a una difficoltà nuova: l’evidente divario tra ciò che promettono e ciò che riescono effettivamente a realizzare. Non basta più riproporre la contrapposizione tra schieramenti, come se ogni protesta, ogni disagio e ogni domanda di cambiamento dovessero necessariamente appartenere a una delle due famiglie politiche. Esiste uno spazio che la rappresentanza tradizionale fatica sempre più a occupare. Lula e gli studenti serbi non sono la stessa cosa, e tanto meno lo è la riconferma della destra in Israele. Sarebbe sbagliato sovrapporre le loro motivazioni o trasformare esperienze tanto diverse in un’unica categoria politica. Lula incarna una lunghissima esperienza politica e di governo; gli studenti serbi hanno trasformato una mobilitazione civica in una vittoria elettorale. In Israele, invece, il confronto continua a svolgersi all’interno del campo della destra. Ma proprio queste differenze rendono interessante il confronto. Perché tutte raccontano, in forme diverse, una domanda di cambiamento che attraversa società lontane tra loro. È una domanda che va ascoltata, non liquidata. Condannare preventivamente i giovani serbi, ridurli a una protesta senza idee o cercare immediatamente un’etichetta ideologica con cui archiviarli rischia di essere un errore. Prima di giudicarli bisogna capire le loro ragioni, verificare le loro proposte e attendere i risultati. Perché vincere è una cosa. Governare e mantenere le promesse è un’altra. Forse il vero vuoto della politica contemporanea è proprio questo: lo spazio tra il consenso conquistato e il cambiamento realizzato. Finché non saprà colmarlo, la politica continuerà a sorprendersi di fronte a elettori che scelgono strade impreviste. E continuerà a confondere la novità dei protagonisti con la natura delle domande che pongono. Prima di chiedersi se quelle piazze siano di destra o di sinistra, bisognerebbe allora capire perché una parte della società non si riconosca più nelle risposte disponibili. È da lì che passa la sfida della rappresentanza. Perché quando la politica non riesce più a rappresentare una domanda reale, il rischio è che quel vuoto venga riempito dalla sopraffazione, magari camuffata da necessità di sopravvivenza. Intanto, in Serbia, è nato un esperimento che porta con sé una speranza nuova. Il Brasile ha dimostrato che si può resistere alla tentazione di mettere all’asta i gioielli di famiglia. Israele, invece, è rimasto a destra anche perché, in un curioso gioco di equilibri, il confronto politico continua a svolgersi all’interno della destra. È un po’ come se in Italia si giocasse uno spareggio tra Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia: non per decidere se vincerà la destra, ma quale destra avrà il diritto di rappresentarla. Forse è proprio questo il punto. La politica continua a cercare le vecchie categorie per interpretare un mondo che sta già cercando risposte nuove. E il cambiamento, quando arriva, non sempre ha il colore che ci aspettiamo.
Angelo Santoro

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