Su alcuni punti generali, relativi al problema scuola, appare possibile trovare una convergenza pressoché unanime, almeno stando a quanto si legge sui giornali e a quanto si osserva direttamente. Inizierò col citarne quattro, credo i principali:
– l’identificazione, giustamente, della scuola con la sua capacità didattica (vero fine di questa istituzione) comporta che la qualità della scuola sia garantita principalmente dai docenti (il fattore chiave è la bravura dei docenti nel formare quelle competenze che preparano alle sfide della vita, dice Roger Abravanel, Corriere del 6.9. 2010);
– l’organizzazione dei piani di studio, ancora troppo legata all’impianto gentiliano che è ormai “invecchiato”, non produce percorsi formativi all’altezza del mondo globalizzato e non sempre i rimedi proposti sono migliori del male (revisione dei piani di studio, in modo da fornire ai ragazzi curriculum più adeguati alle esigenze del mondo del lavoro, dice Cesare Angotti, Direttore dell’Uff. Scol. Reg. sul Corriere fiorentino dell’11.9.2010);
– l’eccessiva proliferazione nella scuola di funzioni collaterali, volute principalmente da partiti politici e sindacati, e l’eccesso di burocratizzazione, hanno relegato in secondo piano l’obiettivo della sua funzione primaria che è (o dovrebbe essere) l’insegnamento;
– l’edilizia scolastica fatiscente (soprattutto quella degli anni ‘70) o relativa a edifici storici risulta troppo costosa nella gestione; inoltre occorrerebbe una distribuzione più funzionale (dice ancora Cesare Angotti nell’articolo citato, che occorre “una razionalizzazione della rete delle scuole sul territorio, che passa attraverso accorpamenti”).
Qual è il risultato di tutto questo? La media di apprendimento dei nostri studenti, secondo il rilevamento Ocse relativo al 2008, è inferiore a quella europea, fatta eccezione soltanto per quella delle regioni a nord dell’Appennino tosco-emiliano: Lettura 486 contro 493, Matematica 483 contro 496, Scienze 489 contro 501. Tutto questo all’interno di una spesa pari al 4,8% del PIL contro il 6,1% della media europea, con stipendi dei docenti che sono calati dell’1%, contro l’aumento in Europa del 7%, nel decennio 2000-2009, in un quadro generale di retribuzioni che sono inferiori del 40% a quelle europee (Corriere della sera, Tante ore sui banchi ma si investe poco. Prof, paghe in calo, di Lorenzo Salvia, 14.9.2011, pag.29).
Se non sbaglio, qualcosa non torna.
Il primo punto descrive un’amara realtà: i docenti non possono affatto “garantire” la qualità della scuola in quanto la loro figura non è considerata nella sua reale importanza e soffre di una mancanza di rispetto, non personale ovviamente, ma di ruolo da parte di istituzioni, genitori e allievi. E non mi riferisco solo all’aspetto retributivo o alle incombenze più disparate, dalla burocrazia alla sorveglianza , ma anche alle interferenze con la didattica di varie attività che dovrebbero svolgersi fuori dall’orario delle lezioni e che intralciano il regolare svolgimento del programma. Fare il docente inoltre è un lavoro che va fatto con passione, non solo per portare a casa lo stipendio, e i metodi di selezione dovrebbero tenerne conto. Poi vi sono altri aspetti come, ad esempio, le minori possibilità dei docenti di materie con poche ore di seguire ogni classe come viene invece richiesto: i docenti di queste materie, soprattutto quelle di due ore settimanali (fra cui la Storia dell’arte di cui accennerò dopo), devono gestire ben 9 classi; ciò comporta un maggior numero di consigli di classe a cui devono partecipare, di registri e di relazioni da compilare, di compiti da correggere, di studenti e di genitori da ricordare, etc. (però si richiedono “a tutti” i professori le stesse incombenze). Siccome la scuola italiana non considera che gli insegnanti seri usano prepararsi le lezioni del giorno seguente a casa, tutti i pomeriggi impegnati a scuola e le incombenze di cui si diceva, riducono di molto tale possibilità. Ma ci sarebbero troppi altri aspetti da considerare e per i quali non c’è spazio sufficiente……..
Per il secondo punto si può dire che i percorsi formativi italiani sono troppo teorici. Non si distingue fra “nozione” e sua “applicazione” in modo adeguato e quando lo studente scrive un tema o risolve un problema, seguendo diligentemente le “istruzioni” date, ottiene in genere un buon voto. Il che è giusto se si considera la serietà e l’impegno profusi dallo studente, ma è poco premiante per coloro i quali, magari più “creativi” e meno “diligenti”, non ottengono in genere adeguate valutazioni. Questo fatto, che discende da un deleterio nozionismo senza finalizzazione, non aiuta a isolare le eccellenze dagli altri, produce un grave danno alle menti “pensanti” e, di fatto, non risulta né conveniente, né democratico.
Per il terzo punto si consideri che le elezioni degli Organi Collegiali, gli “attivi”, le assemblee e quant’altro (introdotti dai Decreti Delegati del ’74), gli incontri con esperti esterni (organizzati da singoli insegnanti) che tolgono ore di lezione ai professori delle materie non coinvolte, le partecipazione alle attività sportive etc., sono tutte attività che dovrebbero trovare collocazione fuori dall’orario curriculare. Per quanto riguarda gli scioperi e le occupazioni ormai sono un rito come le feste comandate e sconvolgono non poco lo svolgimento del programma annuale.
Infine l’ultimo punto, forse il più dolente, mostra i veri sprechi che sottraggono risorse sempre più vitali (visti i continui tagli alla spesa per la scuola) a un apparato che ha difficoltà anche per l’acquisto della carta da fotocopie. Spese inderogabili, ma molto onerose, per il riscaldamento in edifici con alta dispersione termica (quelli storici a causa degli ambienti molto alti, quelli più recenti a causa di costruzioni mal realizzate); adeguamenti normativi particolarmente costosi o irrealizzabili (Leggi relative agli impianti e alla sicurezza) che, spesso, devono seguire il passo di una legislazione talvolta schizofrenica e abnorme; spazi progettati in modo non abbastanza flessibile da consentire l’adattamento al continuo cambiamento del numero degli studenti. Tutto questo senza contare la carenza atavica di ambienti idonei all’aperto o al chiuso, come biblioteche, stanze adeguate per i docenti, sale da proiezione e/o dotate di apparecchiature moderne per lo studio fuori dell’orario di lezione, giardini praticabili e attrezzati per lo studio all’aperto e così via. Ovviamente, anche la dispersione di scuole sul territorio (in un periodo storico nel quale gli spostamenti non sono più complicati come un tempo) è un onere notevole ed è spesso difficoltoso realizzare anche gli accorpamenti possibili, per una serie di opposizioni di carattere spesso strumentale. Tutti gli sprechi suddetti sono un costo che viene decurtato, non si sa perché, alla didattica e agli stipendi dei docenti (come dimostra il raffronto a livello europeo fra il numero degli insegnanti e le ore di insegnamento, vedi articolo già citato). In pratica, ciò in cui andrebbe investito resta nell’ombra dei bilanci che sono prevalentemente occupati da impegni di spesa senz’altro riducibili.
Infine due parole sulla Storia dell’arte, la cenerentola della scuola italiana. Basta leggere quanto afferma Giulia Maria Crespi, fondatrice e Presidente del Fondo Ambiente Italiano (FAI), nell’articolo comparso il 16.9 sul Corriere della sera (pag.35), per rendersi conto del perché la Cultura “paghi” e del perché, in un paese speciale come l’Italia, dimenticare la storia della nostra arte sia distruttivo anche sotto il profilo economico:
– “Le future generazioni di funzionari statali non avranno le basi per agire responsabilmente”;
– “…non insegnare la storia dell’arte significa togliere una indispensabile conoscenza a intere, future generazioni di geometri, architetti, sindaci che dovrebbero rispettivamente studiare e governare il territorio.”;
– “L’Italia è un paese che vivrà in futuro soprattutto di turismo legato alla cultura, al nostro patrimonio……….L’Italia è ricca solo di questo: di arte, di tesori, di musei, di passato…”;
– “Dobbiamo protestare. Far sentire la nostra voce alla Politica” (che, giustamente, ha citato con la P maiuscola….. perché di quella ci sarebbe bisogno! ndr);
– “Ho saputo che il ministro Gelmini starebbe preparando un tavolo tecnico per esaminare il problema. E io vorrei sapere: chi siederà in quel tavolo tecnico?”.
Credo che queste parole e queste domande siano più che esaustive anche per comprendere l’imbarbarimento culturale più volte denunciato.
Andrea Viero

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