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Putin giudice del liberalismo?

di Beppe Facchetti | 15 Luglio 2019

L’annuncio della morte del liberalismo non solo é “alquanto esagerata”, come in un altro celebre caso di permanenza in vita, ma se la sentenza di obsolescenza é pronunciata da un autocrate come Vladimir Putin, la “cosiddetta” idea liberale riscuote in realtà una clamorosa certificazione di vitalità. Putin ha ragione nella scelta del bersaglio. Le autocrazie possono far affidamento sui populismi e sui sovranismi ma il liberalismo possono solo demonizzarlo. Al tempo stesso, però, ne consolidano l’essenza, perché  costringono il campo liberale  a mettersi alla prova del dubbio, che é la sua vera energia continuamente rifondante. La sentenza di Putin vale quanto quella di segno opposto del leader cinese XI Jinping, cioè zero, quando a Davos spiegó la superiorità del libero mercato ad una sbigottita platea di capitalisti sedicenti liberisti.

L’affermazione non può tuttavia essere liquidata con una battuta, nè trasferita sul terreno astratto dell’ideologia, visto tra l’altro che il liberalismo non é un’ideologia, e ci vorrebbe molta pazienza per spiegarlo a Putin.

Quest’ultimo, parla nell’unico linguaggio che conosce bene, quello politico. Non avrebbe utilità una disquisizione sul fatto che il suo modello di riferimento, Pietro il Grande, tagliò si la barba ai dignitari perché così rappresentavano la conservazione, ma il suo progressismo si fermò prima della separazione dei poteri e dell’autonomia dello spirito e delle idee, che pure nel suo tempo già fornivano le basi culturali dello stato moderno.

E allora se politica deve essere, non é grande politica. Se lo zar di Mosca riempie la sua scia di Orban e Salvini, dopo aver fatto qualche fatica con Erdogan, vola un po’ basso. Orban é un astuto membro del partito europeo degli ex democristiani, e Salvini nonostante dichiarazioni diverse ha appena confermato le sanzioni Nato alla Russia. Restano solo l’ammirazione per il “talento” di Trump e il complesso d’inferiorità non dichiarato verso il grande vicino cinese, ma soprattutto la possibilità di muovere l’armata rossa senza troppo attardarsi con le pastoie democratiche di un Parlamento.

Ma é chiaro anche, in questa surreale sortita sul liberalismo, l’intento di cogliere l’occasione per dare un segnale a chi non si ritrova nei principi della democrazia liberale, che sono fatti proprio per rendere scomodo l’esercizio del potere.

Bazzecole come la certezza del diritto, il rispetto dei diritti civili, i limiti all’interferenza negli Stati altrui, men che meno le annessioni territoriali e il disinvolto appoggio a regimi dittatoriali. In politica interna, il rispetto delle minoranze, la valorizzazione del dissenso, della libertà di stampa, del pluralismo culturale.

In economia il mercato come luogo delle regole, non la complicità corrotta tra stato e privati per il controllo di quelli che Marx definiva i mezzi di produzione.

E via elencando, fino ai metodi che appartengono alla biografia giovanile di Vladimir Putin, come l’uso spietato dei servizi segreti.

Dire democrazia illiberale é solo un ossimoro.

Il nuovo zar del Cremlino si improvvisa sociologo e indica nella frattura tra popolo ed élite il sintomo decisivo della crisi. É la tesi non più molto originale che prende dalla democrazia liberale solo il pezzo che fa più comodo: il voto, isolando i risultati elettorali come giudizio di Dio. Non c’é bisogno di evocare Rousseau e la diffidenza liberale sulla volontà generale.  Basta, in Italia, la reiterata affermazione che istituzioni di garanzia, istituti di ricerca, il GIP di Agrigento, e persino gli intervistatori molesti facciano politica quando forniscono dati sgraditi e formulano domande, avendo diritto di farlo solo se prima “si candidano alle elezioni”.

Nel mondo, in Italia come in Russia, c’é proprio per questo grande bisogno di principi liberali. Scomodi, dicevamo. Scomodi perché pongono questioni complicate come la differenza tra diritto penale e procedura penale, o rispetto della legge e problemi di coscienza. E difendono bastioni fondamentali come l’autonomia del parlamentare nella sua libertà di scelta.

L’unico contributo utile del politologo Putin é allora quello di evidenziare quanto siano forti i nemici interni della democrazia liberale.

 

Beppe Facchetti

 

Pubblicato in : EditorialeTag: crisi, democrazia, democrazia liberale, dichiarato, italia, Liberali, mercato, mondo, nato, parlamento, putin, risultati elettorali, separazione

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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