I procellosi momenti che hanno preceduto questa edizione sembrano al momento accantonati: dopo gli articoli di fuoco e le relative smentite relative alla gestione della Fondazione, a parlare adesso è la musica e la musica, per fortuna, sa trovare sempre gli argomenti più giusti per conquistare l’attenzione del pubblico degli amanti della lirica.
Sei le opere in cartellone: Fanciulla del West, Turandot, La Boheme, Madama Butterfly, Tosca e Le Villi, con la prima e l’ultima atteso e meritato ritorno sul palcoscenico sul lago, e una serie di autorevoli presenze tra gli interpreti che fanno presagire un’edizione particolarmente interessante.
L’apertura di stagione con Fanciulla del West è stato un segnale forte della volontà degli organizzatori di offrire al pubblico non solo i titoli più famosi ma anche quelli che, non meno importanti e preziosi, trovano meno spazio nei teatri.
Fanciulla è certamente uno di questi. La sua “modenità”, il suo essere decisamente anticonvenzionale rispetto alle altre produzioni del Maestro lucchese unita ad una oggettiva difficoltà di messa in scena (oltre quindici i personaggi in scena oltre al coro) la tengono ingiustamente lontana dai teatri cosicché rimane un piccolo gioiello per una ristretta schiera di estimatori.
Puccini stesso, in una lettera alla moglie Elvira, scriveva: “…è di una difficoltà tremenda come musica e come messa in scena…”
La presenza quest’anno su un palcoscenico popolare com’è quello del Festival Puccini non può che giovare alla sua conoscenza e comprensione e, almeno dall’esito del pubblico nella serata della prima, una positiva risposta c’è stata.
Merito, a mio avviso, dell’equilibrio che c’era all’interno del cast: il gioco di squadra paga forse più che il fuoriclasse lasciato da solo e in questo caso il buon livello dell’organico ha sostenuto il non facile debutto nel ruolo di un’artista come Maria Guleghina che, pur non sempre a suo agio nella parte, ha portato a termine dignitosamente questa faticosa scommessa con un personaggio che, come sottolinea Riccardo Chailly, “…ha una voce corposa, drammatica, con forza nei centri e arrivare però anche ad un do diesis sovracuto”.
Applaudissimo e perfettamente nella parte il tenore Alejandro Roy, il cui piglio ha affascinato il pubblico: il suo Dick Johnson forse a tratti un po’ “ruspante” ha trovato la misura giusta per emergere come meritava senza tuttavia rompere quell’armonia d’assieme di cui abbiamo positivamente parlato in apertura.
Apprezzato anche Luca Grassi, lo sceriffo “cattivo” – Scarpia in sedicesimo, Jack Rance, anche se a nostro avviso quel ruolo ha necessità di maggiore potenza vocale quella messa in mostra in questa serata di apertura dal baritono sanmarinese.
Ci sembra giusto ricordare ognuno degli altri protagonisti della serata che hanno dato vita a personaggi credibili sia vocalmente che scenicamente: Fabio Serani, Nick, Luca Bruno, Sonora, Annunziata Vestri, Wokle, Daniele Caputo, Jack Vallace, Matteo Bagni, il postiglione, Tiziano Barontini, Joe, Alessandro Ceccarini, Billy Jckrabbit, Marco Voleri, Harry, Ivan Marino, Ashby, Alberto Petricca, Trin, Andrea Del Conte, Sid, Francesco Lombardi, Bello, Andrea Del Campo, Larkens, Massimo Schillaci, José Castro.
Insieme al coro del Festival Puccini diretto dal M° Roberto Ardigò, hanno saputo restituire le diverse sfumature di questo struggente affresco che richiama alla mente le storie di altre migrazioni, di solitudini, sogni, speranze, eroismi e meschinità.
La semplicità della scena voluta da Renzo Giacchieri ha accolto la storia senza distrarre, pertinente ed essenziale, demandando al quadro finale quell’elemento poetico di un finale senza vittime allietato da un’alba che reca felicità al bandito e alla maestrina, ognuno dei quali porta a compimento un percorso iniziatico-catartico che li vede attraversare momenti difficili senza perdere la loro identità profonda. Buona anche la regia di Giacchieri, un maestro del palcoscenico che non ha paura degli allestimenti tradizionali e che ama dar spazio ai dettagli. Conosce bene l’arte del “raccontare” al meglio le storie del melodramma e trascina con sé il cast che, nelle sue mani, sa trovare i motivi più giusti per ottimizzare il proprio personaggio.
Anche musicalmente questa Fanciulla non ci ha deluso. Considerando che un artista come Riccardo Chailly ritiene la “Girl” : “l’opera tecnicamente più difficile da dirigere, almeno fra quelle maggiori di Puccini”, l’Orchesta della Toscana e Alberto Veronesi hanno fatto degnamente la loro parte.
“La struttura ritmica tratteggia l’azione, – ci dice Chailly – descrive movimenti, gli scatti i gesti. Non c’è un semplice accompagnamento del canto ma una narrazione con particolari plastici. Ogni incipit ritmico suggerisce il tempo scenico. Vi sono didascalie nella partitura che sono rese musicalmente con grande esattezza. Del resto, nei veri maestri dell’opera com’è certamente Puccini, la regia è in parte dettata dalla musica stessa. Puccini voleva esprimere in quest’opera dello spirito di quel mondo lontano; in un’intervista fa cenno alla natura forte e vigorosa di quelle terre che, pur non conoscendole direttamente, ha lungamente studiato nei libri come nelle melodie indiane, ragtime, ritmi sincopati, canti popolari dai quali ha tratto spunto senza tuttavia eccedere nelle citazioni”.
Abbiamo trovato molto di questo nell’esecuzione, apprezzando quella partitura che sa regalarci sensazioni inedite, stupendoci delle scelte fatte dal compositore talvolta molto lontane da quelle cui ci ha abituato con le altre sue opere.
Una serata a cui meritava partecipare, di quelle che ricorderemo volentieri al di là di alcuni limiti, perché, nonostante il parere legittimo di qualche critico, è l’effetto d’assieme che deve essere considerato perché questo, più delle singole performance, è capace di conquistare il pubblico specie di quello che si avvicina all’opera per curiosità e che poi la sceglie come appassionato.
La seconda serata è invece dedicata alla bellissima “incompiuta”, Turandot.
Scene e costumi sono quelli dello stupendo allestimento con scene di Ezio Frigerio e costumi di Franca Squarciapino, la regia porta la firma di Giandomenico Vaccari.
Una regia solo in apparenza “tradizionale” che pure porta nuovi spunti di riflessione su quest’opera che resta palesemente scissa tra ciò che Puccini ha scritto e confermato e ciò che ha lasciato incompiuto per il sopraggiungere di una morte che gli ha impedito di trovare una soluzione adatta a questa summa di una vita dedicata alla costante ricerca dei valori ultimi dell’opera nei suoi significati più profondi.
In quel luogo della Cina dove è ambientata la storia, a causa della Principessa Turandot l’odio e la violenza hanno preso il posto dell’amore: così il popolo assetato di sangue chiede la morte dell’ennesimo pretendente che non ha saputo risolvere i terribili enigmi “Muoia! Sì, muoia! Noi vogliamo il carnefice! Presto, presto! Muoia, Muoia! Al supplizio! Muoia, muoia!”.
Ma quel clima di terrore esaspera gli animi e crea malumori che attraversano i notabili quanto la gente: “….Tutto andava secondo l’antichissima regola del mondo. Poi nacque Turandot…E sono anni che le nostre feste si riducono a gioie come queste: tre battute di gong, tre indovinelli… e giù teste! (…) A che siamo mai ridotti? I ministri siam del boia! Ministri del boia! – dicono amareggiati i tre mandarini Ping, Pang e Pong e più oltre – E decapita! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Ammazza! Estingui! Uccidi! Estingui! Ammazza! Addio, amore, addio, razza! Addio, stirpe divina E finisce la China! Addio, stirpe divina!”
In questo clima si inserisce il triangolo Turandot-Calaf-Liù nel quale la giovane schiava offre la propria vita perché il gelo che circonda il cuore della Principessa possa sciogliersi restituendole la possibilità di credere e scegliere l’amore. E’ l’omaggio che fa al suo signore, Calaf, grata perché un giorno “le ha sorriso”: sorriso che significa considerazione, rispetto, quindi in qualche modo “amore”.
La società ha bisogno d’amore e, secondo Vaccari, la tragedia della Prima Guerra Mondiale ha segnato profondamente il compositore lucchese che, in qualche modo, con questa metafora vuole lanciare un monito al mondo: la violenza chiama violenza esacerbando gli animi e alimentando i peggiori istinti. Non a caso alla fine dell’opera il regista mostra una folla inferocita armata di coltelli che va verso la reggia: se la Principessa tradirà la promessa fatta e metterà a morte colui che ha saputo risolvere gli enigmi, overo se conferma la propria scelta di rifiuto dell’amore, è pronta la rivoluzione.
Ma quei coltelli cadranno quando Turandot proclamerà “Padre augusto, conosco il nome dello straniero! Il suo nome è… Amor!”
Il simbolo del coltello è utilizzato da Vaccaro anche nel triangolo Turandot-Calaf-Liù: Liù lo chiederà a Turandot che glielo porgerà in segno di sfida ed ella farà la scelta d’amore e non di odio; dopo averlo puntato contro la Principessa, lo rivolgerà verso se stessa perché l’amore per lei è più forte dell’odio. Quel coltello resterà sulla scena e sarà raccolto da Calaf che lo restituirà a Turandot a sua volta in segno di sfida dopo averle detto il suo nome “Il mio nome e la vita insiem ti dono! Io sono Calaf, figlio di Timur!”: adesso sarà lei a dover scegliere tra odio e amore.
Un ultima scelta registica ci ha particolarmente colpiti: la presenza in scena di una figura che non esiste nell’opera, un “uomo” sinistro e inquietante che si muove sulla scena. Giandomenico Vaccari ci ha detto che è l’angelo della morte, l’angelo del male, l’anima nera della Principessa che fa per lei il “lavoro sporco” ma allo stesso tempo il Male come entità assoluta quella che, ieri come oggi, immanente osserva compiaciuta il “perdersi” degli uomini vittime dei loro istinti peggiori. E’ un elemento interessante che crea un ponte tra quella storia lontana nel tempo e la nostra realtà, ahimè, non molto dissimile: un monito prezioso che rende quest’opera ancora più affascinante.
Attesissimo il debutto nel ruolo di Turandot di Amarilli Nizza: dopo Madama Butterfly, Tosca, Suor Angelica, Tabarro la soprano, insignita nel 2013 del Premio Puccini, ha scelto di affrontare uno dei più complessi e difficili ruoli pucciniani, la gelida Principessa Turandot, “…personaggio crudele, freddo, sanguinario – come dice in una sua intervista – arroccata nel potere, nella sua arroganza data da una condizione di privilegio, ricchezza e nobiltà, è prepotente, vile, ingiusta”.
Pur non condividendo per intero questo giudizio su questo straordinario ed enigmatico personaggio, ne comprendiamo lo spirito con cui ci viene descritto e le ripercussioni “musicali” di queste caratteristiche: “la tessitura vocale è estrema, impervia, tagliente”.
Ha preparato molto bene questo debutto ed è apparsa credibile pur non essendo in toto un “suo” personaggio; il pubblico l’ha premiata con applausi sinceri riconoscendole il merito di aver saputo affrontare con grande professionalità ed entusiasmo nuove esperienze che l’avvicinano maggiormente al suo compositore preferito.
Anche quest’anno Amadi Lagha ha meritatamente fatto il pieno di applausi: il suo Calaf altero e appassionato conquista il pubblico e il celeberrimo Nessun dorma è bissato sotto la pressione di migliaia di applausi che hanno percorso tutto l’emiciclo. Un bis eccellente dietro il quale il sorriso del tenore francese mostrava tutta la gioia di trovare una perfetta sintonia col pubblico.
Bella anche la prova di Valeria Sepe, una dolcissima Liù che ha trovato la strada giusta per conquistare il cuore degli spettatori con una interpretazione degna della serata.
Meritatamente applauditi George Andguladze, Timur, Tiziano Barontini, Pong, Marco Voleri, Pang, Luca Bruno, Ping mentre merita sottolineare la buona interpretazione che Alberto Petricca ha dato dell’Imperatore Altoum. Ricordiamo anche Claudio Ottino, un Mandarino, Micaela Sarah D’Alessandro, prima ancella e Anna Russo, seconda ancella.
Segnaliamo anche positivamente sia il coro del Festival Puccini, diretto da Roberto Ardigò che quello delle voci bianche diretto da Viviana Apicella.
La direzione d’orchestra del M° Marcello Mottadelli, pur rispettosa della partitura, ci è apparsa talvolta un po’ “fredda” e piatta quasi che il pathos che compenetra quelle note fin dalla più piccola pausa avesse difficoltà a trovare spazio tra gli strumenti restando prigioniera di intenzioni non realizzate.
Attendiamo adesso La Boheme (20 luglio) che vedrà prima la He Hui poi Angela Gheorghiu nei panni di Mimì e Jean-Francois Borras e Angelo Fiore in quelli di Rodolfo, Madama Butterfly (27 luglio) che chiuderanno le prime del mese di luglio.
I procellosi momenti che hanno preceduto questa edizione sembrano al momento accantonati: dopo gli articoli di fuoco e le relative smentite relative alla gestione della Fondazione, a parlare adesso è la musica e la musica, per fortuna, sa trovare sempre gli argomenti più giusti per conquistare l’attenzione del pubblico degli amanti della lirica.
Sei le opere in cartellone: Fanciulla del West, Turandot, La Boheme, Madama Butterfly, Tosca e Le Villi, con la prima e l’ultima atteso e meritato ritorno sul palcoscenico sul lago, e una serie di autorevoli presenze tra gli interpreti che fanno presagire un’edizione particolarmente interessante.
L’apertura di stagione con Fanciulla del West è stato un segnale forte della volontà degli organizzatori di offrire al pubblico non solo i titoli più famosi ma anche quelli che, non meno importanti e preziosi, trovano meno spazio nei teatri.
Fanciulla è certamente uno di questi. La sua “modenità”, il suo essere decisamente anticonvenzionale rispetto alle altre produzioni del Maestro lucchese unita ad una oggettiva difficoltà di messa in scena (oltre quindici i personaggi in scena oltre al coro) la tengono ingiustamente lontana dai teatri cosicché rimane un piccolo gioiello per una ristretta schiera di estimatori.
Puccini stesso, in una lettera alla moglie Elvira, scriveva: “…è di una difficoltà tremenda come musica e come messa in scena…”
La presenza quest’anno su un palcoscenico popolare com’è quello del Festival Puccini non può che giovare alla sua conoscenza e comprensione e, almeno dall’esito del pubblico nella serata della prima, una positiva risposta c’è stata.
Merito, a mio avviso, dell’equilibrio che c’era all’interno del cast: il gioco di squadra paga forse più che il fuoriclasse lasciato da solo e in questo caso il buon livello dell’organico ha sostenuto il non facile debutto nel ruolo di un’artista come Maria Guleghina che, pur non sempre a suo agio nella parte, ha portato a termine dignitosamente questa faticosa scommessa con un personaggio che, come sottolinea Riccardo Chailly, “…ha una voce corposa, drammatica, con forza nei centri e arrivare però anche ad un do diesis sovracuto”.
Applaudissimo e perfettamente nella parte il tenore Alejandro Roy, il cui piglio ha affascinato il pubblico: il suo Dick Johnson forse a tratti un po’ “ruspante” ha trovato la misura giusta per emergere come meritava senza tuttavia rompere quell’armonia d’assieme di cui abbiamo positivamente parlato in apertura.
Apprezzato anche Luca Grassi, lo sceriffo “cattivo” – Scarpia in sedicesimo, Jack Rance, anche se a nostro avviso quel ruolo ha necessità di maggiore potenza vocale quella messa in mostra in questa serata di apertura dal baritono sanmarinese.
Ci sembra giusto ricordare ognuno degli altri protagonisti della serata che hanno dato vita a personaggi credibili sia vocalmente che scenicamente: Fabio Serani, Nick, Luca Bruno, Sonora, Annunziata Vestri, Wokle, Daniele Caputo, Jack Vallace, Matteo Bagni, il postiglione, Tiziano Barontini, Joe, Alessandro Ceccarini, Billy Jckrabbit, Marco Voleri, Harry, Ivan Marino, Ashby, Alberto Petricca, Trin, Andrea Del Conte, Sid, Francesco Lombardi, Bello, Andrea Del Campo, Larkens, Massimo Schillaci, José Castro.
Insieme al coro del Festival Puccini diretto dal M° Roberto Ardigò, hanno saputo restituire le diverse sfumature di questo struggente affresco che richiama alla mente le storie di altre migrazioni, di solitudini, sogni, speranze, eroismi e meschinità.
La semplicità della scena voluta da Renzo Giacchieri ha accolto la storia senza distrarre, pertinente ed essenziale, demandando al quadro finale quell’elemento poetico di un finale senza vittime allietato da un’alba che reca felicità al bandito e alla maestrina, ognuno dei quali porta a compimento un percorso iniziatico-catartico che li vede attraversare momenti difficili senza perdere la loro identità profonda. Buona anche la regia di Giacchieri, un maestro del palcoscenico che non ha paura degli allestimenti tradizionali e che ama dar spazio ai dettagli. Conosce bene l’arte del “raccontare” al meglio le storie del melodramma e trascina con sé il cast che, nelle sue mani, sa trovare i motivi più giusti per ottimizzare il proprio personaggio.
Anche musicalmente questa Fanciulla non ci ha deluso. Considerando che un artista come Riccardo Chailly ritiene la “Girl” : “l’opera tecnicamente più difficile da dirigere, almeno fra quelle maggiori di Puccini”, l’Orchesta della Toscana e Alberto Veronesi hanno fatto degnamente la loro parte.
“La struttura ritmica tratteggia l’azione, – ci dice Chailly – descrive movimenti, gli scatti i gesti. Non c’è un semplice accompagnamento del canto ma una narrazione con particolari plastici. Ogni incipit ritmico suggerisce il tempo scenico. Vi sono didascalie nella partitura che sono rese musicalmente con grande esattezza. Del resto, nei veri maestri dell’opera com’è certamente Puccini, la regia è in parte dettata dalla musica stessa. Puccini voleva esprimere in quest’opera dello spirito di quel mondo lontano; in un’intervista fa cenno alla natura forte e vigorosa di quelle terre che, pur non conoscendole direttamente, ha lungamente studiato nei libri come nelle melodie indiane, ragtime, ritmi sincopati, canti popolari dai quali ha tratto spunto senza tuttavia eccedere nelle citazioni”.
Abbiamo trovato molto di questo nell’esecuzione, apprezzando quella partitura che sa regalarci sensazioni inedite, stupendoci delle scelte fatte dal compositore talvolta molto lontane da quelle cui ci ha abituato con le altre sue opere.
Una serata a cui meritava partecipare, di quelle che ricorderemo volentieri al di là di alcuni limiti, perché, nonostante il parere legittimo di qualche critico, è l’effetto d’assieme che deve essere considerato perché questo, più delle singole performance, è capace di conquistare il pubblico specie di quello che si avvicina all’opera per curiosità e che poi la sceglie come appassionato.
La seconda serata è invece dedicata alla bellissima “incompiuta”, Turandot.
Scene e costumi sono quelli dello stupendo allestimento con scene di Ezio Frigerio e costumi di Franca Squarciapino, la regia porta la firma di Giandomenico Vaccari.
Una regia solo in apparenza “tradizionale” che pure porta nuovi spunti di riflessione su quest’opera che resta palesemente scissa tra ciò che Puccini ha scritto e confermato e ciò che ha lasciato incompiuto per il sopraggiungere di una morte che gli ha impedito di trovare una soluzione adatta a questa summa di una vita dedicata alla costante ricerca dei valori ultimi dell’opera nei suoi significati più profondi.
In quel luogo della Cina dove è ambientata la storia, a causa della Principessa Turandot l’odio e la violenza hanno preso il posto dell’amore: così il popolo assetato di sangue chiede la morte dell’ennesimo pretendente che non ha saputo risolvere i terribili enigmi “Muoia! Sì, muoia! Noi vogliamo il carnefice! Presto, presto! Muoia, Muoia! Al supplizio! Muoia, muoia!”.
Ma quel clima di terrore esaspera gli animi e crea malumori che attraversano i notabili quanto la gente: “….Tutto andava secondo l’antichissima regola del mondo. Poi nacque Turandot…E sono anni che le nostre feste si riducono a gioie come queste: tre battute di gong, tre indovinelli… e giù teste! (…) A che siamo mai ridotti? I ministri siam del boia! Ministri del boia! – dicono amareggiati i tre mandarini Ping, Pang e Pong e più oltre – E decapita! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Uccidi! Ammazza! Estingui! Uccidi! Estingui! Ammazza! Addio, amore, addio, razza! Addio, stirpe divina E finisce la China! Addio, stirpe divina!”
In questo clima si inserisce il triangolo Turandot-Calaf-Liù nel quale la giovane schiava offre la propria vita perché il gelo che circonda il cuore della Principessa possa sciogliersi restituendole la possibilità di credere e scegliere l’amore. E’ l’omaggio che fa al suo signore, Calaf, grata perché un giorno “le ha sorriso”: sorriso che significa considerazione, rispetto, quindi in qualche modo “amore”.
La società ha bisogno d’amore e, secondo Vaccari, la tragedia della Prima Guerra Mondiale ha segnato profondamente il compositore lucchese che, in qualche modo, con questa metafora vuole lanciare un monito al mondo: la violenza chiama violenza esacerbando gli animi e alimentando i peggiori istinti. Non a caso alla fine dell’opera il regista mostra una folla inferocita armata di coltelli che va verso la reggia: se la Principessa tradirà la promessa fatta e metterà a morte colui che ha saputo risolvere gli enigmi, overo se conferma la propria scelta di rifiuto dell’amore, è pronta la rivoluzione.
Ma quei coltelli cadranno quando Turandot proclamerà “Padre augusto, conosco il nome dello straniero! Il suo nome è… Amor!”
Il simbolo del coltello è utilizzato da Vaccaro anche nel triangolo Turandot-Calaf-Liù: Liù lo chiederà a Turandot che glielo porgerà in segno di sfida ed ella farà la scelta d’amore e non di odio; dopo averlo puntato contro la Principessa, lo rivolgerà verso se stessa perché l’amore per lei è più forte dell’odio. Quel coltello resterà sulla scena e sarà raccolto da Calaf che lo restituirà a Turandot a sua volta in segno di sfida dopo averle detto il suo nome “Il mio nome e la vita insiem ti dono! Io sono Calaf, figlio di Timur!”: adesso sarà lei a dover scegliere tra odio e amore.
Un ultima scelta registica ci ha particolarmente colpiti: la presenza in scena di una figura che non esiste nell’opera, un “uomo” sinistro e inquietante che si muove sulla scena. Giandomenico Vaccari ci ha detto che è l’angelo della morte, l’angelo del male, l’anima nera della Principessa che fa per lei il “lavoro sporco” ma allo stesso tempo il Male come entità assoluta quella che, ieri come oggi, immanente osserva compiaciuta il “perdersi” degli uomini vittime dei loro istinti peggiori. E’ un elemento interessante che crea un ponte tra quella storia lontana nel tempo e la nostra realtà, ahimè, non molto dissimile: un monito prezioso che rende quest’opera ancora più affascinante.
Attesissimo il debutto nel ruolo di Turandot di Amarilli Nizza: dopo Madama Butterfly, Tosca, Suor Angelica, Tabarro la soprano, insignita nel 2013 del Premio Puccini, ha scelto di affrontare uno dei più complessi e difficili ruoli pucciniani, la gelida Principessa Turandot, “…personaggio crudele, freddo, sanguinario – come dice in una sua intervista – arroccata nel potere, nella sua arroganza data da una condizione di privilegio, ricchezza e nobiltà, è prepotente, vile, ingiusta”.
Pur non condividendo per intero questo giudizio su questo straordinario ed enigmatico personaggio, ne comprendiamo lo spirito con cui ci viene descritto e le ripercussioni “musicali” di queste caratteristiche: “la tessitura vocale è estrema, impervia, tagliente”.
Ha preparato molto bene questo debutto ed è apparsa credibile pur non essendo in toto un “suo” personaggio; il pubblico l’ha premiata con applausi sinceri riconoscendole il merito di aver saputo affrontare con grande professionalità ed entusiasmo nuove esperienze che l’avvicinano maggiormente al suo compositore preferito.
Anche quest’anno Amadi Lagha ha meritatamente fatto il pieno di applausi: il suo Calaf altero e appassionato conquista il pubblico e il celeberrimo Nessun dorma è bissato sotto la pressione di migliaia di applausi che hanno percorso tutto l’emiciclo. Un bis eccellente dietro il quale il sorriso del tenore francese mostrava tutta la gioia di trovare una perfetta sintonia col pubblico.
Bella anche la prova di Valeria Sepe, una dolcissima Liù che ha trovato la strada giusta per conquistare il cuore degli spettatori con una interpretazione degna della serata.
Meritatamente applauditi George Andguladze, Timur, Tiziano Barontini, Pong, Marco Voleri, Pang, Luca Bruno, Ping mentre merita sottolineare la buona interpretazione che Alberto Petricca ha dato dell’Imperatore Altoum. Ricordiamo anche Claudio Ottino, un Mandarino, Micaela Sarah D’Alessandro, prima ancella e Anna Russo, seconda ancella.
Segnaliamo anche positivamente sia il coro del Festival Puccini, diretto da Roberto Ardigò che quello delle voci bianche diretto da Viviana Apicella.
La direzione d’orchestra del M° Marcello Mottadelli, pur rispettosa della partitura, ci è apparsa talvolta un po’ “fredda” e piatta quasi che il pathos che compenetra quelle note fin dalla più piccola pausa avesse difficoltà a trovare spazio tra gli strumenti restando prigioniera di intenzioni non realizzate.
Attendiamo adesso La Boheme (20 luglio) che vedrà prima la He Hui poi Angela Gheorghiu nei panni di Mimì e Jean-Francois Borras e Angelo Fiore in quelli di Rodolfo, Madama Butterfly (27 luglio) che chiuderanno le prime del mese di luglio.
Stefano Mecenate













Lascia un commento