Una delle regole del mare, forse la regola delle regole, è la leggerezza. Il mare ci chiede leggerezza sia in barca sia a piedi, sia che nuotiamo sia che navighiamo. E’ una regola fisica, logistica, meccanica ma, se ben guardiamo, può essere anche una regola morale. Leggeri fuori e leggeri dentro.
In fondo per camminare in riva al mare, per passeggiare liberamente sul bagnasciuga, basta il costume, e un cappello per chi non ha capelli, e desiderio di andare.
Si fa senza giacca perché non serve, si fa senza badge perché non devi badgiare il vento, si fa senza cellulare perché tanto non vedi bene i messaggi al sole e nel caso ti cade in acqua tutto, si fa senza portafoglio perché la passeggiata è gratuita, insomma si fa senza pesi, dentro e fuori.
La regola del mare sposa la regola della vacanza, che per essere davvero tale deve contenere tutti questi principi e presupposti di leggerezza: vacanza è stacco e distacco dalla solita vita standard e quindi prevede uno svuotamento di abitudini, un rinnovamento di comportamenti un reinventare le nostre giornate e le nostre nottate.
Che senso ha andare in vacanza e alzarsi alla stessa ora di quando lavoriamo e fare più o meno le stesse cose di quando stiamo a casa o in ufficio o in fabbrica? C’è infatti chi in vacanza almeno nei primi giorni si trova male perché vengono meno i ritmi sicuri del resto dell’anno.
Ma ci si abitua presto. In molti ci adeguiamo presto ai nuovi ritmi o non ritmi, alle nuove abitudini. Il segreto è prendersi con leggerezza, allentare e rallentare le nostre reazioni, guardare con calma il cielo, indugiare su un panorama, su un arco, su una foto almeno per il doppio dei minuti che usiamo quando siamo in città per guardare con vera leggerezza un panorama, una statua, una facciata un orizzonte.
E poi magare dimezzare o comunque ridurre il tempo della navigazione sullo schermo dello smart, dimezzare le chattate, ridurre i like parlare con le persone che hai davanti e magari interagire con qualche emozione invece di scriversi addosso, pensando di comunicare con un amico una amica virtuale.
Facile a dirsi difficile a farsi. Ma non impossibile. Ci vuole la forza della leggerezza, la voglia di farsi accarezzare la faccia dal vento invece di farsi coprire l’orecchio da una cuffia o la guancia da un telefonino, occorre apprezzare quell’aria che ti spinge o che ti respinge a seconda della brezza che proprio in riva al mare ti può cullare o strapazzare, accompagnare o far dirottare. E tutto questo non ha bisogno di cellulare, non ha bisogno di portafoglio, non ha bisogno di carte di credito, di badge o di altre plastiche di riconoscimento o di lasciapassare per passare oltre. La regola del mare, la regola della vacanza, la regola del silenzio -che è tale anche se c’è il rumore del mare- prevedono la dimensione della leggerezza come modalità di applicazione.
A proposito di rumori e suoni più inutili che dannosi: ultimamente mi sono talmente abituato al silenzio che quando parlo mi do fastidio da solo. Mi pare un buon segnale per limitarsi nella parola magari a volume eccessivo e pensare a quello che abbiamo da dire prima di averlo detto. Non solo per il suo significato, magari discutibile, ma anche più semplicemente per il suo probabile disturbo acustico. Quante parole potremmo risparmiare ogni giorno a vantaggio dei nostri interlocutori, a vantaggio nostro e pure a vantaggio delle parole. La bellezza della leggerezza.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento