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Putin è una grande minaccia, ma la politica e i media italiani ci inducono a sottovalutarla…

Sono trascorsi 1570 giorni dall’inizio della guerra d’invasione russa in Ucraina, con quasi 2 milioni di morti, feriti e dispersi tra soldati e civili, 5,6 milioni di cittadini ucraini riparati all’estero, circa 20.000 bambini ucraini rapiti e deportati in Russia, e un livello di distruzione che richiederà non meno di 600 miliardi di dollari per la ricostruzione.

di Enrico Cisnetto | 15 Giugno 2026

Sono trascorsi 1570 giorni dall’inizio della guerra d’invasione russa in Ucraina, con quasi 2 milioni di morti, feriti e dispersi tra soldati e civili, 5,6 milioni di cittadini ucraini riparati all’estero, circa 20.000 bambini ucraini rapiti e deportati in Russia, e un livello di distruzione che richiederà non meno di 600 miliardi di dollari per la ricostruzione. Eppure, quasi un terzo degli italiani ritiene che non esista alcuna minaccia di Putin sull’Europa e dunque sull’Italia, meno della metà è favorevole al sostegno militare all’Ucraina, più di un quarto si dice in disaccordo con le sanzioni di Bruxelles nei confronti di Mosca. In Europa, secondo i sondaggi dell’Eurobarometro condotti tra i cittadini dei 27 paesi Ue, siamo tra i peggiori quanto a sensibilità sia nei confronti della condizione di Kiev sia rispetto alla percezione del pericolo proveniente da Mosca. Insomma, esprimiamo un sostegno tiepido nei confronti degli aggrediti, e manteniamo un atteggiamento ambiguo e indulgente verso l’aggressore. Ma come è possibile che nel paese del libro “Cuore” ci sia tanta indifferenza, che invece non si manifesta verso altre tragedie mondiali, a cominciare da quella di Gaza? E quali conseguenze provoca questo atteggiamento? La spiegazione di questo fenomeno sta non nella dimensione emotiva degli italiani, ma nella statura di chi li rappresenta e nella qualità di chi li informa. Mediocrità in cui s’infila, sguazzandoci, il soft power putiniano.

Si dice che i partiti inseguano le paure degli elettori. Sì, è vero, ma fanno ben di più: le creano e le alimentano, per poi nutrirsene elettoralmente (o così sperano di poter fare). In ciò spalleggiati da un sistema mediatico basato su inguardabili talk show dove i timori e le ansie popolari vengono amplificati. Eppure, stiamo parlando di minoranze, seppur ampie, della popolazione. Dunque, come è possibile che si trasformino in scelte maggioritarie, fatte da chi sta al governo e di fatto avvallate da chi sta all’opposizione? Semplice: perché il nostro sistema politico, frammentato e polarizzato, con le due componenti fondamentali del bipolarismo che sostanzialmente si equivalgono, è per definizione in mano alle minoranze, e in particolare quelle estreme. Lega e ora Vannacci a destra, 5stelle e il progressismo radicale (dentro e fuori il Pd) a sinistra. Decisivi per far vincere (o sperare di) entrambe le coalizioni, condizionano le forze più moderate e (teoricamente) dotate di cultura di governo, e per la loro spregiudicatezza si rendono permeabili alla propaganda russa fino a diventarne, scientemente o meno, strumenti di manipolazione delle opinioni pubbliche così come prescritto dai dettami della guerra ibrida che Putin ha scatenato contro l’Europa senza che gli attaccati se ne rendessero conto (certamente non le opinioni pubbliche, cui nessuno ha spiegato come stanno le cose).

La strategia del Cremlino e delle sue strutture di intelligence è tanto semplice quanto pervasiva: insinuarsi nei conflitti politici e sociali esistenti acuendoli, e creandone di nuovi; equipaggiare di risorse, mezzi e contenuti le forze antisistema in chiave interna ai singoli paesi e quelle sovraniste (spesso le due cose coincidono) in funzione anti-Europa; creare le condizioni per rendere ingovernabili i nostri sistemi politici, indebolendo i partiti portatori di cultura di governo e aiutando a nascere forze e movimenti di protesta che fanno leva, alimentandoli, sui sentimenti di rabbia e paura. Un lavoro che, nel caso dell’Italia, è favorito dalla diffusa mediocrità delle classi dirigenti e dalla natura prevalentemente populista sia del sistema politico – il nostro famigerato “bipopulismo” – sia di quello mediatico. In particolare, l’informazione gioca un ruolo decisivo, quando rende impercettibile, o addirittura indistinguibile, il confine tra aggressore e aggredito; quando invoca immaginari negoziati politico-diplomatici per mettere fine alla guerra senza che ce ne sia la minima condizione, salvo non confondere la pace con la resa; quando santifica il pacifismo – e non quello ragionevole di Prevost, ma quello ottuso degli schiavi delle ideologie, e quello peloso di predicatori al soldo dei guerrafondai e dei facinorosi artefici delle violenze di piazza – ed evoca complotti di opachi interessi che lucrano sul riarmo (a scapito delle spese sociali), attribuendo all’Europa la responsabilità dell’infinita prosecuzione del conflitto.

In entrambi i casi, politica e media, questo atteggiamento è la conseguenza, oltre che della incompetenza e subordinazione culturale dei protagonisti, di un clamoroso errore di calcolo. Si pensa, cioè, di vellicare le inclinazioni della stragrande maggioranza degli italiani, ricavandone in cambio voti e audience. In realtà, quella a cui si rivolgono politici, editori e giornalisti è una minoranza – magari consistente e, soprattutto, rumorosa, ma pur sempre una minoranza – come dimostra da un lato il crollo dei consensi e della fiducia con il conseguente astensionismo elettorale, e dall’altro il precipitare del numero di copie vendute dai giornali e la quantità di telespettatori sintonizzati sui programmi definiti di “confrontainment” (neologismo frutto di una crasi tra “confrontation” ed “entertainment”, definisce l’intrattenimento basato sul conflitto delle tesi in cui, spettacolarizzati per fare audience, prevalgono la polemica, la rabbia e lo scontro). Ora, paradossalmente, capisco, anche se non giustifico, chi assume certe posizioni perché è prezzolato – tra l’altro, di solito costoro manipolano in modo intelligente, e quindi subdolo, non mancando di far finta di praticare il cerchiobottismo (ammettono che sia stata la Russia ad attaccare, me ne ricordano le ragioni, riconoscono le sofferenze del popolo ucraino, ma per metterne fine invocano le mani alzate – mentre trovo inscusabile chi fa il putinista convintamente o, peggio, senza nemmeno rendersene conto.

In questo quadro vanne iscritte le timidezze del governo Meloni, formalmente schierato senza esitazioni dalla parte dell’Ucraina – e non è poca cosa, visti i mal di pancia presenti nella maggioranza – ma nei fatti poco generoso con gli aiuti, specie quelli di natura militare, reticente sull’ingresso dell’Ucraina nella Ue e a dir poco ondivago sulla partecipazione dell’Italia ai consessi europei dei cosiddetti Volenterosi, salvo lagnarsi del fatto che gli altri procedono con il formato E3 (Germania, Francia e Gran Bretagna). Ambiguità che fanno pendant con il protrarsi della linea meloniana a metà tra l’europeismo di maniera e le sponde cercate – peraltro senza successo – con l’amministrazione Trump. E che trovano sponda laddove ci dovrebbe essere ferma opposizione, considerato che sulla guerra russo-ucraina il campo largo è non meno diviso, visto il malcelato filo-putinismo di Conte (l’avvocato del popolo è furbo, lo rende meno esplicito di quello di Salvini) e il pacifismo a senso unico di AVS e della segreteria del Pd (non è un caso che Elly Schlein in oltre quattro anni di conflitto non abbia mai sentito il bisogno di recarsi a Kiev). Così, lo schema di gioco della nostra politica diventa che la destra per tentare di ingraziarsi Trump non disturba più di tanto Putin, mentre la sinistra da un lato relativizza le responsabilità russe e dall’altro assevera l’idea che Mosca sia impossibile da battere e dunque tanto vale battere la via diplomatica, la cui altra faccia della medaglia è il cosiddetto “coraggio della bandiera bianca”.

In più, l’intero fronte della politica, con rare eccezioni (Calenda), è accomunato da un atteggiamento di vile de-responsabilità nei confronti del concetto stesso di guerra, per cui si asserisce all’unisono che noi ne siamo e ne vogliamo stare fuori anche quando ce l’abbiamo già in casa e quando è palese che la coraggiosa Ucraina ha svolto e svolge una fondamentale funzione di scudo protettivo per tutti noi. Una cultura “pacifinta” che ha condizionato perfino il sincero sostegno a Kiev: per esempio, con il mantra del “no all’escalation”, cui neppure Biden è stato esente, si è imposto a Zelensky di combattere esclusivamente dentro i suoi confini, subordinando gli aiuti militari al dovere di attenersi al precetto della “guerra di difesa”. Una prescrizione che giustamente Giuliano Ferrara stigmatizza perché “contraddice il modo naturale con cui, nelle guerre come nella vita, ci si è sempre difesi dall’aggressore, che certo non è quello di combattere con un braccio legato dietro la schiena ma, al contrario, di infliggere al nemico azioni altamente intollerabili”.

Nota Sofia Ventura in un ottimo articolo su Le Monde, che siamo di fronte alla rinascita di quello che gli anglofoni chiamano “sharp power” (potere di penetrazione), che produce e misura la fragilità interna delle democrazie liberali, rese incapaci di difendersi. Il cui esito pernicioso si vedrà nel 2027, quando paesi chiave dell’Europa (Italia, Francia, Spagna) andranno a delicatissime elezioni politiche. Si pensi a cosa accadrebbe se dovessero prevalere leader, partiti e coalizioni compiacenti o anche solo remissivi nei confronti di Mosca, tiepidi verso Kiev e ostili all’integrazione europea, specie in materia di difesa comune. Per la verità qualche notizia confortante arriva, dopo quella della sconfitta di Orban in Ungheria: in Armenia, come già era stato in Moldavia, le elezioni sono state all’insegna della scelta europea e del rifiuto del modello russo di governance (checché ne dica Limes dell’ineffabile Caracciolo); in Lituania c’è stato un cambio di maggioranza, grazie al quale i populisti di estrema destra (indovinate chi tifano in politica estera) sono usciti dal governo, per cui la nuova maggioranza (partito socialdemocratico e democratici “Per la Lituania”) ora è più marcatamente europeista. Ma, come si vede, sono i paesi geograficamente più prossimi alla Russia a preoccuparsi di Putin e a cercare rifugio nel tanto vituperato Vecchio Continente. Noi, invece, disertiamo i vertici dove si decide il futuro di Europa e Occidente per presenziare alla cerimonia di un francobollo a Reggio Calabria, per poi accusare gli altri (Starmer, Macron, Scholz) di volerci fuori, quando non è la loro protervia ma le nostre ambiguità sulle forme di sostegno concreto a Kiev ad auto-escluderci. Ma fino a quando possiamo permetterci di rimanere fuori dalla cabina di regia europea mentre i venti di guerra impongono scelte storiche e immediate? Dobbiamo aspettare che un drone si abbatta su Fiumicino o Malpensa per capire che il pericolo Putin è prossimo e riguarda anche noi?

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    15 Giugno 2026 alle 12:35

    Caro Cisnetto, se li troverà, le consiglio la lettura de “La Russia post sovietica” di Roj Medvedev (Einaudi) e “La Russia di Eltsin” di Antonio Rubbi (Editori riuniti).
    Io li ho trovati su eBay, ancora imballati. Editi nel 2002 in Italia, sembrano introvabili da decenni e molto poco distribuiti.
    Lì si spiega come la cricca liberale eltsiniana abbia distrutto la Russia e le Repubbliche post sovietiche, gettando le basi per gli attuali conflitti, fomentati da un Occidente che soffia su russofobia e nazionalismi di estrema destra.
    La Storia è Storia. Ma, chissà perché, si preferisce o occultarla o firarsi dall’altra parte.

    Rispondi

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