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Proteste in Iran: tra repressione e rischio escalation

In Iran, dopo le proteste del fine settimana, la situazione è “tornata sotto il controllo totale”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai diplomatici stranieri a Teheran, senza fornire prove, in un contesto in cui il blackout quasi totale di Internet rende estremamente difficile verificare quanto stia realmente accadendo nel paese. I pochi messaggi e video emersi nelle ultime ore, tuttavia, indicano che le proteste non si sono fermate e che, anzi, le manifestazioni esplose poche settimane fa contro il carovita hanno ormai assunto i contorni di una rivolta apertamente anti-regime. Il salto di qualità si è registrato nel fine settimana, quando – secondo le organizzazioni non governative e per i diritti umani – la repressione condotta dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, avrebbe causato centinaia, se non migliaia, di morti.

di Alessia De Luca | 13 Gennaio 2026
January 10, 2026, Tehran, Iran: Iranian protesters demonstrate in Tehran, Iran. The nationwide protests started in late December at Tehran’s Grand Bazaar in response to worsening economic conditions. They then spread to universities and other cities, with the slogans evolving from economic grievances to political and anti-government demands.

In Iran, dopo le proteste del fine settimana, la situazione è “tornata sotto il controllo totale”: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai diplomatici stranieri a Teheran, senza fornire prove, in un contesto in cui il blackout quasi totale di Internet rende estremamente difficile verificare quanto stia realmente accadendo nel paese. I pochi messaggi e video emersi nelle ultime ore, tuttavia, indicano che le proteste non si sono fermate e che, anzi, le manifestazioni esplose poche settimane fa contro il carovita hanno ormai assunto i contorni di una rivolta apertamente anti-regime. Il salto di qualità si è registrato nel fine settimana, quando – secondo le organizzazioni non governative e per i diritti umani – la repressione condotta dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, avrebbe causato centinaia, se non migliaia, di morti. Un bilancio impossibile da verificare in modo indipendente, ma che contribuisce a rafforzare la percezione di una crisi tutt’altro che contenuta. Le proteste sono partite dai commercianti del bazar, tradizionalmente uno dei pilastri economici e politici della Repubblica islamica, colpiti dal crollo del rial e da un’inflazione galoppante. Da lì si sono rapidamente estese ai giovani e ad ampi settori della società, saldando fratture sociali ed etniche attorno a una richiesta sempre più esplicita: la caduta del regime.

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Dal carovita alla rivolta?

Non è la prima volta che gli iraniani scendono in piazza seguendo un copione simile: rivendicazioni economiche e sociali che, nel giro di poco tempo, diventano politiche, mettendo in discussione la natura del regime, denunciandone la corruzione e l’incapacità di riformarsi dopo anni di promesse disattese. Questa volta, però, la portata della crisi economica ha avuto un ruolo senza precedenti, trascinando in strada anche settori della classe media impoverita. Parallelamente, Teheran ha cercato di riprendere l’iniziativa, organizzando contro-manifestazioni e accusando “forze esterne” di alimentare le rivolte. Una narrativa funzionale a ricompattare il fronte interno e a delegittimare le piazze, presentandole come il prodotto di un complotto straniero. In questa cornice si inseriscono anche le parole del presidente Masoud Pezeshkian, che in un’intervista televisiva ha fatto appello all’unità nazionale contro la minaccia del nemico esterno. Pur riconoscendo che gran parte dei manifestanti avrebbe lamentele legittime, Pezeshkian ha distinto tra protesta sociale e atti “terroristici”, accusando chi brucia moschee e negozi di voler “trascinare il Paese nel caos”.

Scontro con Washington?

Oltre a quella interna, la crisi iraniana ha assunto anche una chiara dimensione internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che Washington sta valutando “opzioni molto forti” in risposta alla repressione delle proteste. Teheran, dal canto suo, ha ribadito di essere pronta sia al dialogo sia alla guerra e promesso una reazione contro Israele e le basi Usa nella regione in caso di intervento militare. Le minacce americane arrivano in un momento particolarmente delicato. Appena una settimana dopo il rovesciamento di Nicolas Maduro in Venezuela, e dopo gli attacchi dello scorso giugno contro gli impianti nucleari iraniani, suonano particolarmente credibili. E l’ipotesi che si verifichino, dando al regime la spallata definitiva, agita i paesi del Golfo. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno a lungo trattato l’Iran come un rivale strategico, ma negli ultimi anni hanno anche cercato di allentare la tensione per ridurre il rischio di ritorsioni contro le loro infrastrutture petrolifere e il trasporto marittimo. Inoltre, sottolinea Bloomberg “il ricordo della Primavera araba, quando i dittatori caddero in tutta la regione e ne seguì il caos, è ancora forte”.

Quali scenari per il futuro?

All’interno dell’Iran, l’ipotesi di un intervento straniero divide profondamente l’opposizione. C’è chi vede negli Stati Uniti un possibile acceleratore del cambiamento e chi teme che qualsiasi azione militare finisca per rafforzare la narrativa del regime sulla presenza di una ‘regia straniera’ delle proteste, legittimando la repressione e aggravando il caos. Resta inoltre aperta la questione del metodo: la densità di popolazione a Teheran – circa 12 milioni di abitanti – rende estremamente rischiosa qualsiasi campagna aerea mirata, come dimostrato dagli attacchi israelo-americani di giugno, che avrebbero causato oltre mille morti. Gli analisti sottolineano come, al di là delle dichiarazioni, l’amministrazione Trump non sembri disporre di una strategia pronta e strutturata. Non si registrano significativi spostamenti di risorse militari statunitensi e partner regionali come il Qatar chiedono moderazione. Il regime iraniano, già indebolito dalle guerre con Israele e dal colpo inferto al suo “Asse della resistenza”, dal Libano alla Siria, resta in piedi ma appare più fragile che in passato. Ciononostante, dare per imminente un’implosione della Repubblica Islamica appare eccessivo; il regime mantiene un formidabile apparato di sicurezza e un vasto arsenale missilistico. La pressione esterna potrebbe avere l’effetto di riaccendere il nazionalismo, smorzando il movimento di protesta e pilotando il paese verso ennesimo giro di vite: rimpasto ai vertici, controlli più severi e una repressione ancora più dura.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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