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A proposito di “marcette” fascistoidi su Roma

Secondo un vecchio adagio della politologia, se un popolo intende difendere il proprio Paese da un pericolo mortale è meglio che entri in guerra rappresentando, incarnando, una democrazia, non una dittatura

di Fabrizio Amadori | 15 Ottobre 2017
Alcuni sostenitori di Mussolini ritengono di poter rivalutare il dittatore italiano sulla base di varie tesi. Particolarmente interessante è quella per cui il “Duce” fece bene sino allo scoppio della guerra: è solo da lì in poi che non ne azzeccò una. E dopotutto non fu colpa sua neppure l’entrata in guerra perché egli, poveretto, vi fu costretto. A parte il fatto che avrei qualcosa – anzi tanto – da ridire sul “bene” che il cosiddetto “Duce” fece all’Italia prima della Seconda Guerra Mondiale: a parte questo, ripeto, non credo sia difendibile neppure la tesi di un Mussolini stretto in un abbraccio mortale da Hitler. A tal proposito, infatti, si può partire da una prima, semplice osservazione: e cioè che lo spagnolo Francisco Franco fu a propria volta spronato ad entrare in guerra dai nazisti, ma egli non si piegò: eppure il suo debito nei confronti di Berlino era ben maggiore di quello del “Duce”. Fu a lui, infatti, e non a Mussolini, che Hitler inviò truppe scelte capaci di spostare gli equilibri durante la Guerra civile spagnola. Ciò significa che dire di no ad Hitler era possibile. Certo, Franco permise a delle truppe “volontarie” di combattere in Urss contro Stalin, ma questo non gli impedì di evitare guai alla fine della guerra. Mussolini gettò il Paese in un conflitto terribile confidando in una rapida vittoria della Germania. Mi sfugge cosa pensasse sarebbe successo dopo una definitiva vittoria nazista: credeva veramente che Hitler non avrebbe volto altrove il suo sguardo vorace? Una cosa è certa, e lo dico anche pensando ai signori di Forza Nuova, e ai loro ridicoli progetti di marcette fascistoidi su Roma: l’Italia combattè due guerre mondiali: nella prima vinse, e non c’era la dittatura, nella seconda c’era e sappiamo come è andata a finire. E’ stata proprio la retorica fascista dell’uomo italico super virile che ha fatto sembrare molto poco virile, e coraggioso, il nostro esercito e il nostro popolo. Una “figuraccia mondiale” che ci portiamo appresso ancora ora, grazie a Mussolini. I signori di Forza Nuova vogliano forse continuare a farci fare figure del genere? Non gliene è bastata una? Secondo un vecchio adagio della politologia, se un popolo intende difendere il proprio Paese da un pericolo mortale è meglio che entri in guerra rappresentando, incarnando, una democrazia, non una dittatura: quando la posta in gioco è la propria libertà, infatti, una nazione libera si comporta in guerra in maniera diversa rispetto ad una che non lo è. I britannici non erano più forti dei nazisti, tutt’altro: semplicemente, erano più liberi.
Fabrizio Amadori
Pubblicato in : EditorialeTag: democrazia, dittatore, germania, guerra mondiale, italia, mussolini, nazione, nazisti, roma, seconda guerra mondiale

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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