Una fotografia (Roger Deakins) e un scenografia (Hampton Fancher) che sono semplicemente godimento visivo puro. Alla fine della proiezione possiamo dire che il sequel prodotto da Ridley Scott sia uno dei migliori sequel in assoluto,
Il passato di Ridley Scott (Blad Runner 2019, uscito nelle nostre sale nel 1982) e il presente di Villeneuve (Blade Runner 2049, uscito in questi giorni) si legano indissolubilmente in un affresco di rara bellezza.
Un film di fantascienza che non esplora il buio e il silenzio della galassia o la scoperta scientifica sempre più avanzata, ma presenta il problema delle differenze sociali che determinano rivolte che si notano già ai nostri giorni. “Il mondo è fondato su un muro che separa le specie. Dì a entrambi i lati che non c’è il muro e la guerra è certa” (tenente Joshi (Robin Wright)
Già in “Arrival” Villeneuve si era interrogato sulla nostra maniera di comunicare, sul nostro essere “umani”, su cosa significhi essere umani. Anche in “Blade Runner 2049” continua nel suo interrogativo, rivolgendolo anche a noi: Umani si nasce ma si può anche diventarlo? Umani e replicanti possono ottenere un miracolo con o senza l’intervento di quel dio cieco che è Neander Wallace, un Jared Leto perfetto nella parte del creatore di miracoli con gli occhi spenti resi opachi dalle lenti a contatto ?
“Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi. I replicanti sono il futuro, ma non posso crearne di più…” Neander Wallace (Jared Leto).
Il mondo di Blade Runner 2049 è ancora più cupo di quello diel primo Blade Runner. Inquinamento e riscaldamento globale hanno quasi cancellato i colori. Restano il giallo del deserto, il grigio chiaro della polvere, il grigio scuro delle macerie , fino al nero profondo. Restano le luci delle pubblicità. Non si vede mai il sole e a Los Angeles nevica.
Gli ologrammi diventano personaggi e c’è anche la scena d’amore tra l’agente K (Ryan Gosling), il cacciatore dei vecchi replicanti e Joi (Ana de Armas) la sua fidanzata ologramma, tramite il corpo della prostituta Mariette. Perfette le riprese e gli effetti speciali mentre l’umana e l’ologramma si inseriscono l’una nell’altra ma non completamente per volontà del regista che vuole sottolineare quello che accade per la prima volta. Un ologramma che sente di poter essere reale, una prostituta che viene baciata con amore,un uomo che viene toccato da un ologramma .
L’agente k nella scena finale del film allunga la mano verso la neve e sembra sentirla come un essere umano ma per un replicante, quale lui è diventare umano significa essere fuori legge, disobbedire alla regola .
E anche se tutto non è chiaro, anche se i dialoghi lasciano spesso a desiderare (ma è l’impatto visivo quello che conta), l’importante è che il film e lo spettatore seguano lo stesso binario, l’essenziale è esserci fino alla fine di una visione che resterà a lungo nei nostri occhi, nel nostro cuore, nella nostra mente .
Maria Rita Monaco

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