Al via il 27 maggio il nuovo mega processo-fiction della Procura di Palermo. Sotto accusa lo Stato, reo di essere colluso con la mafia. E’ l’ennesimo tentativo di rilanciare il ruolo “salvifico” della Magistratura. Napolitano sotto attacco.

Il grande processo, o meglio i processi, celebrati contro Andreotti, perché ritenuto essere il mandante di un omicidio e colluso con la mafia siciliana, furono la prima faraonica costruzione mediatico-giudiziaria della procura di Palermo e della sua punta di diamante Caselli che misero sotto accusa il leader storico della DC, sette volte capo del governo, ministro per innumerevoli volte e deputato fin dall’inizio della Repubblica italiana. Risultato di tutta la tragica rappresentazione, anni di inchieste, decine di udienze, primo grado, secondo grado eccetera eccetera è noto a tutti e scritto finanche sui libri di storia: non colpevolezza dell’ imputato che, in un qualsiasi Stato di diritto al mondo, vuol dire innocenza. Praticamente le tesi dell’ accusa si dimostrarono infondate, Andreotti ne uscì vincitore a testa alta, e Sorrentino girò il Divo, un film inquietante ma pur sempre un film.
Trattandosi, però, di una filosofia, di una vera e propria weltanschauung, i procuratori di Palermo hanno continuato a sostenere la loro teoria della stretta vicinanza tra Stato italiano e Cosa nostra come elemento caratterizzante tutta la storia recente del nostro Paese, apportando delle semplici varianti semantiche (la collusione è diventata ora trattativa) e assumendo nuovi attori e comparse ( perché infatti c’è stato un vero e proprio slittamento verso la fiction). Qual è il plot questa volta? Tra gli anni ’92 e ’93, anni fondamentali perché hanno visto il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, lo Stato italiano, attraverso i suoi vertici istituzionali, si sarebbe accordato con la parte moderata di Cosa nostra per interrompere la serie di stragi mafiose in cambio dell’ abolizione del regime di carcere duro per i boss. Non è superfluo ricordare che il “la” di tutta l’inchiesta viene dato dal pm Ingroia il quale, proprio quando l’inchiesta sta per tradursi in processo, pensa bene di accettare un incarico dell’ Onu in Guatamela, per poi ricomparire in Italia come leader politico di un nuovo partito della sinistra più radicale e presentarsi in tal veste alle elezioni di febbraio. E così rinuncia ad uno dei ruoli principali della tragi-commedia palermitana, probabilmente con la speranza di diventare protagonista assoluto di un altro film, ovvero la sua futura brillante carriera politica, che purtroppo non verrà mai girato perchè non trova produttori: gli elettori, infatti, non ne vogliono sapere di Ingroia, gli basta e avanza Grillo.
Ma chi sono gli attori del nuovo mega processo-fiction che inizierà il 27 maggio? Oltre ai pm che ovviamente recitano sempre la solita parte, cioè se stessi, e i mafiosi Bagarella e Riina, il ruolo dell’ imputato pincipale e palese ( ce n’è un altro più importante, ma meno palese, che poi dirò) lo dovrà interpretare suo malgrado Nicola Mancino, il quale era ministro dell’ Interno negli anni delle bombe di mafia e quindi sarebbe stato il principale artefice della supposta trattativa. Ebbene per questo processo, che il costituzionalista Ainis sul Corsera del 18 maggio ha definito una “mortificazione del principio di ragionevolezza”, sono stati chiamati a deporre a vario titolo ben 176 testimoni, per cui la fiction si preannuncia un vero kolossal, con spese previste di… e chi lo sa? Tra questi vi sono l’attuale presidente del Senato, il procuratore generale della Cassazione, quattro ex ministri, l’ ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi perché presidente del Consiglio quando scoppiarono le bombe a Roma e Milano e, dulcis in fundo, l’attuale capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Tralasciamo la questione se sia possibile secondo la vigente Costituzione convocare in un processo il presidente della Repubblica ( mentre sulla questione delle intercettazioni telefoniche che avevano coinvolto Napolitano, la Corte Costituzionale ha già risposto facendo molto irritare i pm palermitani) e concentriamoci, invece, su un fatto assai importante: nella famosa lettera indirizzata a Napolitano, il suo consigliere per la giustizia D’Ambrosio, stroncato un anno fa da un infarto appena venne coinvolto nell’inchiesta, scrive: ” cercheranno di colpire me per colpire Lei”.
Ecco, dunque, una possibile chiave di lettura per comprendere non solo il significato ma anche il senso profondo di tutta la faccenda: la tesi è sempre la stessa, quella dei processi contro Andreotti, e cioè che i vertici dello Stato italiano abbiano sempre intrallazzato, più o meno a seconda delle circostanze e dei personaggi, con la mafia siciliana; ergo, il sistema politico che ha governato il nostro Paese dai tempi della DC fino all’ epoca di Ciampi e, ovviamente, di Berlusconi ( ma quest’ultima è una storia che, ad approfondirla, ci porterebbe lontano, a Milano, e per oggi intendiamo fermarci in Sicilia) è marcio dalla testa ai piedi e va quindi rimosso, se non per via politica, almeno attraverso i “giusti” processi.
E Napolitano che c’azzecca in tutto questo? Ma è limpido: lui è il garante e l’ artefice del Grande Inciucio parte prima (Monti) e parte seconda (Letta-Alfano), ed è sua la colpa se Berlusconi è ancora in gioco. Se allora si riesce a trovare un qualsiasi suo collegamento con Cosa nostra, magari non un vero e proprio bacio di zio Totò Riina, basterebbe anche un semplice “io sapevo e non l’ho detto”, si genera una crepa nel palazzo del Quirinale che, prima o poi, s’ allarga e diventa una frana; di conseguenza, se cadrà il Vecchio, cadrà anche questo maledetto governo ladro, e a quel punto sì che scoppierà la rivoluzione neogiacobina e ritornerà l’ avvocato Robespierre, detto l’ Incorruttibile. Ma questa volta lui avrà la barba e non la parrucca incipriata, parlerà con l’accento siciliano e quel suo tono strascicato che divora le parole rendendole incomprensibili: eh sì, che gran finale per il loro film e per la storia d’Italia.

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