Il successo di Mario Monti sullo spread era scontato, perché già scritto nell’allineamento del suo governo rispetto non all’Europa ma alla cultura atlantica.

Gli storici di domani ci diranno invece che le riforme delle pensioni, dell’uso del contante, dell’IVA, dell’IMU, delle liberalizzazioni, della disciplina lavoristica, del sistema creditizio, della revisione dei prezzi di tariffe e servizi, e di qualche cacciabombardiere in meno per l’aereonautica, poco o niente hanno a che vedere con l’altalena dello spread miracolosamente sgonfiato nell’arco di tre mesi, come se la speculazione internazionale si facesse abbagliare da interventi che restano irrisori rispetto alla voragine del rapporto PIL debito. Il successo di Mario Monti sullo spread era scontato, perché già scritto nell’allineamento del suo governo rispetto non all’Europa ma alla cultura atlantica. Come per la questione della TAV, si dimentica che in gioco non c’è una maggiore o minore integrazione europea, ma l’esistenza di un’Europa pilotata dagli States per un evidente processo egemonico che spinge verso l’est del continente. Saranno gli storici di domani allora a dirci che le primavere arabe e italiana, risollevata in tre mesi dal coma dello spread, come pure l’obbligo forsennato della TAV, furono i segnali del diktat che la finanza internazionale ha imposto nel 2011 per compattare il fronte nella prospettiva della guerra d’aggressione criminale contro l’Iran, una guerra che non sarà né la macelleria irakena né lo stillicidio afgano, ma assai peggio almeno nei prodromi.
Se questa è la lettura degli avvenimenti occorre prepararsi a difendersi dall’accusa che simile tesi comporterebbe una visione complottista, accusa mirante in realtà a bloccare una lettura a tutto campo, affinché la necessità infinita di nuovi dati e verifiche giustifichi il rinvio del giudizio in nome di una maggiore qualità scientifica dell’analisi. Il rinvio del giudizio infatti è consono all’accusa di visione complottista che invece esprime solo il coraggio della sintesi e del tirare le somme in rapporto all’utile, ossia alla domanda di sempre: “a chi giova?” Senza sintesi del giudizio non si dà politica, non c’è scelta, non c’è azione né libertà, ma solo il piegarsi al rinvio dell’analisi, che poi è l’asso nella manica del tecnocrate, pur sapendo che se tutti i tecnocrati hanno lo stesso asso nella manica allora il castello crolla miseramente.
Il diktat imposto nel 2011 dalla finanza internazionale ha avuto ed ha come obiettivo l’area dei paesi mediterranei con interventi gerarchicamente diversificati. Ci sono paesi da azzerare politicamente attraverso rivoluzioni inventate in Tunisia, Libia e Egitto, o ancora incerte come in Siria, o paesi da terrorizzare e poi salvare come l’Italia, e infine paesi da lasciare al proprio destino perché ininfluenti come Grecia e Portogallo. La Germania della Merkel si compiace d’essere assurta a metro di misura per gli altri stati europei, ma ignora che domani un altro metro di misura più incisivo potrebbe imporle lo stesso diktat e trattamento. Il quale diktat del 2011 ha obbedito a una valenza assolutamente politica che nel caso italiano si è servita di tecnocrati più o meno consapevoli nel fingersi impiegati neutrali per camuffare un disegno geopolitico di grande respiro. Anche il credo fideistico speso da Monti per la TAV in val di Susa rientra in questa strategia, allargare l’area atlantica attraverso l’americanismo culturale delle merci europee, fino alle ex repubbliche a sud ovest della ex URSS, fino all’Ucraina e oltre. Nei cimiteri di guerra intorno all’antica Stalingrado si odono urla e ribaltamenti di fosse tra vincitori e vinti. È un fatto. La tratta Lione-Torino occupa una piccola porzione per le tradotte che porteranno merci, e se occorre armamenti, fino agli stati della ex Jugoslavia e oltre. Tradotte è parola giusta, perché deve essere ultimato l’assedio alle ex repubbliche sovietiche che ancora fanno da cuscinetto alla scomoda Russia. Se la Tav svolge questo ruolo di raccordo a mascheramento di falsi interessi europei al centro del continente, la condizione per simile strategia è che a sud il Mediterraneo resti un mare atlantico affidabile come retrovia per l’attacco all’Iran, la spina nel fianco intollerabile per un progetto dove anche gli israeliani, che pure credono di esserne i fruitori, in realtà finiranno per scoprirsi utili pedine. Tutto qui, il resto è un cartoccio di noccioline per quanti ancora pensano la politica frutto di libere scelte tra virtù, intelligenza e furbizia, e siffatte amenità. Sembra che anche il vecchio e ingenuo tornaconto dei singoli sia fuori gioco. Ma a più sconcertare, oltre le voci isolate, è il servilismo osceno dell’informazione d’ogni parte e colore che già sragiona sul dopo Monti, come se il dopo Monti esistesse. Monti è un capolinea e un archetipo, dopo Monti ci saranno solo e soltanto altri Monti. Come dire, il voto a perdere.

Terrificante eppure do ragione all’articolista!
Una lettura che offre spazi meno angusti .Sono d’accordo con Rolando sul”terrificante”.