E’ il più atipico dei candidati Dem nella corsa alla segreteria del 3 marzo. Non si può certo dire che a Roberto Giachetti siano mancati grinta e coraggio nel tentativo di incuneare una storia differente rispetto ai postulati fondativi del PD. Ovvero la tradizione laica e radicale che di volta in volta si è “sporcata” e mescolata con le tante tappe della politica italiana post “tangentopoli”. Dai Verdi, incontrati dopo la caduta del muro di Berlino, a colui il quale si può considerare il suo vero nume tutelare, condividendone buona parte dei successi e qualche insuccesso: Francesco Rutelli, via Margherita e poi nell’Ulivo di Romano Prodi, assieme ad alcuni compagni di strada (già denominati Rutelli boys) che ritroverà tra i renziani della prima ora, come Paolo Gentiloni, Filippo Sensi, Michele Anzaldi. Da Radio Radicale, fino alla fondazione del PD, come sostenitore dell’altro sindaco di Roma, Walter Veltroni, fino a divenire vice presidente della Camera, un po’ di acqua sotto i ponti romani era passata. Anche perché nello stesso PD i suoi rapporti con i vari gruppi dirigenti alternatisi alla guida, non sempre sono stati idilliaci, anzi. Tante le battaglie su determinate questioni politico-istituzionali, dalla Corte Costituzionale al Porcellum, coadiuvate spesso da porte sbattute e scioperi della fame. Ma con il corollario, ne siamo certi, e il mantra, del superiore interesse dello Stato. Certo non tutti gli ex amici e compagni di strada sono concordi o sono stati teneri con le prese di posizione, con un certo suo modo ruvido ma elegante di sparare aggettivi a raffica, di interloquire con gli avversari in modo non sempre coerente da perfetto sofista dei nostri tempi (celebre il suo “faccia da culo” nei confronti dell’allora capogruppo Roberto Speranza, reo di non aver voluto imporre il “mattarellum” in tempi non sospetti, salvo poi assumersene improvvidamente la paternità. E dire che soltanto pochi mesi prima, dallo scranno più alto della Camera, aveva annunciato solennemente “ Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo”). E nemmeno i rapporti con Matteo Renzi sono sempre stati all’insegna del fair play e del volemose bene. Nel 2014 in dissenso col suo segretario, vota a favore della responsabilità civile dei magistrati e nel 2015 invita la minoranza PD addirittura ad uscire dal partito insistendo sulla necessità di andare al voto anticipato. Screzi non da poco, che l’attuale “senatore semplice” (peraltro mai nominato da nessuno alla recente assemblea congressuale all’Ergife) riuscì a ricucire offrendogli nel 2016 l’endorsement per la corsa al Campidoglio, vincendo le primarie col 64% ma dovendo soccombere all’ondata dei “grillini” raggiungendo soltanto il 33% nella sfida con Virginia Raggi. Col senno di poi (ma anche con quello di prima) Giachetti sarebbe stato un sindaco di Roma oggettivamente e di gran lunga, più capace di quello attuale, ma il rapporto tra i partiti e il paese era già stato fortemente compromesso dalla disaffezione e da un certo ulteriore discredito commisto a viscerale antipatia, conquistato dal vertice del PD, finita la brevissima epifania del 40% alle elezioni europee del 2014. Qualche beffardo buontempone, nei corridoi del nazareno diffuse la diceria che Giachetti fosse stato scelto perché nessun altro esponente se la sentiva di esporsi ad una sconfitta annunciata. Non sappiamo quanto sia vero, ma senz’altro verosimile. Oggi l’ennesima battaglia tutta in salita, in veste dell’ultimo giapponese renziano, dopo le defezioni di tutti quelli più in vista che via via si sono defilati, da Minniti a Gentiloni, passando per lo stesso Martina. E non si può certo dire che il “ragazzo” non abbia coraggio e che non sappia sfruttare una debolezza di partenza in imprese ben più grandi della sua naturale portata, restando in questo un allievo modello di uno dei più grandi corsari della storia politica italiana del dopoguerra, Marco Pannella. Cosa c’entrino tra di loro questi due legami apparentemente contrapposti e inconciliabili tra il teramano e il fiorentino, non è dato saperlo, però Giachetti l’arte della politica la conosce benissimo e al di là della imminente sfida ai gazebo, sentiremo parlare ancora di lui.
Alessandro Silvestri

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