
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in una parte del movimento Pride occidentale contemporaneo. Un ambiente nato storicamente per combattere discriminazione, emarginazione e persecuzione, oggi arriva sempre più spesso a praticare forme di esclusione ideologica e identitaria che ricordano esattamente ciò che dice di voler combattere.
La questione dei gay e delle lesbiche ebree respinti, contestati o isolati in alcune manifestazioni Pride europee e occidentali rappresenta uno dei punti più bassi di questa deriva. Non si parla di sostenitori di governi, di militanti politici o di funzionari statali. Si parla di persone omosessuali o lesbiche colpevoli, agli occhi di certi ambienti radicalizzati, semplicemente di essere ebree o di rifiutare una narrazione obbligatoria imposta da un attivismo sempre più settario.
È un passaggio gravissimo, perché dimostra come una parte del movimento abbia smesso di ragionare in termini di diritti universali per trasformarsi in una struttura ideologica dove esistono minoranze considerate degne di tutela e altre che invece possono essere discriminate senza problemi.
Il paradosso è ancora più evidente quando questa ostilità viene giustificata in nome della solidarietà verso realtà islamiche o movimenti che, nella maggior parte dei Paesi dove dominano culturalmente o politicamente, gli omosessuali non li discriminano soltanto: li perseguitano, li incarcerano, li torturano o li eliminano fisicamente.
Qui emerge il grande cortocircuito occidentale moderno. Una parte dell’attivismo LGBT europeo e americano finisce per sostenere ideologicamente ambienti che considerano l’omosessualità una devianza da reprimere. Non è inclusività. Non è progresso. È un suicidio culturale costruito sulla rimozione sistematica della realtà.
Israele, con tutti i suoi problemi politici interni e le sue tensioni storiche, resta comunque uno dei pochissimi Paesi del Medio Oriente dove una persona omosessuale può vivere apertamente, manifestare, lavorare, avere diritti civili, locali, associazioni e protezioni legali reali. Ed è singolare vedere come proprio alcuni ambienti Pride occidentali arrivino a trattare gli omosessuali ebrei quasi come infiltrati indesiderati, mentre chi proviene da culture apertamente omofobe venga automaticamente assolto per ragioni ideologiche.
La verità è che una parte del movimento Pride contemporaneo sembra aver perso completamente il senso storico della parola discriminazione. E quando un movimento nato contro l’esclusione comincia a selezionare chi può partecipare in base all’identità etnica, religiosa o geopolitica, smette lentamente di essere una battaglia per i diritti e diventa soltanto una militanza politica tribale.
La storia insegna che ogni volta che una comunità viene trasformata in bersaglio collettivo, il degrado culturale è già iniziato. E gli ebrei, forse più di chiunque altro, dovrebbero essere gli ultimi a dover ricevere lezioni di inclusione da movimenti che oggi praticano forme sempre più evidenti di esclusione ideologica mascherata da giustizia sociale.
Mamma voglio scendere
Piero Terracina

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