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La burocrazia europea non c’entra nulla: Meloni e Orsini cercano alibi, non soluzioni

C’è una liturgia che si ripete puntuale ogni volta che il dibattito economico italiano tocca i nervi scoperti della competitività: qualcuno indica Bruxelles come il grande ostacolo, la burocrazia europea come il cappio che strangola imprese e crescita. Giorgia Meloni lo fa da anni, con la sicurezza di chi sa che la platea gradisce. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, si è accodato con convinzione. Peccato che la diagnosi sia sbagliata. Non parzialmente: completamente. Il vero problema si chiama nazionalismo economico, non burocrazia europea

di Marco Taradash | 29 Maggio 2026

C’è una liturgia che si ripete puntuale ogni volta che il dibattito economico italiano tocca i nervi scoperti della competitività: qualcuno indica Bruxelles come il grande ostacolo, la burocrazia europea come il cappio che strangola imprese e crescita. Giorgia Meloni lo fa da anni, con la sicurezza di chi sa che la platea gradisce. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, si è accodato con convinzione. Peccato che la diagnosi sia sbagliata. Non parzialmente: completamente.

Il vero problema si chiama nazionalismo economico, non burocrazia europea

Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, ha messo nero su bianco ciò che gli economisti seri ripetono da decenni: il freno principale alla produttività del continente non sono le regole di Bruxelles, ma i cosiddetti dazi interni – le normative nazionali che rendono straordinariamente difficile per un’impresa espandersi oltre i propri confini senza doversi confrontare con un sistema di regole radicalmente diverso a ogni frontiera. Un’azienda italiana che voglia aprire uno stabilimento in Polonia o offrire servizi in Spagna non si scontra con la burocrazia europea: si scontra con quella polacca e quella spagnola. Il mercato unico esiste sulla carta molto più che nella realtà.

La soluzione, dunque, è esattamente opposta a quella invocata da Meloni e Orsini: non meno Europa, ma più integrazione. Non deregolamentazione nazionale, ma armonizzazione reale. La burocrazia comunitaria, peraltro, è strutturalmente la più efficiente tra quelle dei paesi membri – il confronto con le pubbliche amministrazioni italiana, greca o rumena non è nemmeno proponibile.

La domanda a cui nessuno vuole rispondere

Se la causa del ritardo italiano fosse davvero la burocrazia europea, qualcuno dovrebbe spiegare un fatto scomodo: negli ultimi vent’anni, tutti gli altri paesi dell’Unione hanno registrato tassi di crescita superiori a quelli italiani. Tutti. Soggetti alle stesse regole di Bruxelles, alla stessa Commissione, agli stessi regolamenti. Come mai solo l’Italia arranca?

È la domanda che Meloni e Orsini si guardano scrupolosamente dal porre, figuriamoci dal rispondere. E il motivo è trasparente: la risposta condurrebbe inevitabilmente verso territori scomodi – la struttura oligopolistica di interi settori produttivi, le rendite di posizione protette, la scarsa concorrenza nei servizi, il peso della intermediazione corporativa che Confindustria stessa contribuisce ad alimentare. Nominare questi problemi significherebbe chiedere sacrifici ai propri stessi referenti. Molto più comodo agitare lo spettro di Bruxelles.

Giorgetti: un argine, non un motore

In questo contesto va anche ridimensionato, senza ingratitudine, l’elogio che viene tributato a Giancarlo Giorgetti come ministro dell’Economia. Il suo profilo di serietà istituzionale è reale e va riconosciuto. Ma i suoi meriti vanno descritti con precisione, non gonfiati oltre misura.

Giorgetti non ha ridotto il debito pubblico – non era nelle condizioni politiche di farlo. Non ha varato riforme strutturali capaci di modificare il modello di crescita italiano. Quello che ha fatto – e non è poco, data la composizione della sua maggioranza – è resistere. Resistere alle richieste più stravaganti e corporative che gli arrivavano dall’interno del governo, e soprattutto dal suo stesso partito. Un argine alla pressione della peggiore politica economica populista. Un ruolo necessario, ma che non va confuso con una visione.

Perché non arrivano proposte vere

La domanda finale è la più rilevante: perché Meloni e Orsini, invece di evocare nemici comodi, non presentano un’agenda concreta per accelerare la crescita italiana? La risposta è strutturale.

Dentro la coalizione di governo convivono interessi che una politica seria di apertura dei mercati danneggerebbe direttamente: settori protetti, monopoli di fatto, filiere dipendenti dalla spesa pubblica più che dalla competizione. Dentro Confindustria siedono i rappresentanti di gruppi che la concorrenza reale – quella che viene dall’integrazione europea vera, non quella di facciata – preferirebbero non affrontare mai. Un’agenda di crescita autentica richiederebbe di scontentare esattamente questi soggetti. E nessuno, in questa destra di governo, è disposto a farlo.

Così si resta fermi: qualche passo indietro verso le corporazioni, nessun passo avanti verso il mercato. E Bruxelles come parafulmine eterno.

L’ultima consolazione, amara

C’è un solo elemento che alleggerisce il quadro, e non è un complimento per nessuno: la fortuna politica di Meloni si chiama opposizione. Un centrosinistra che nelle sue proposte economiche va sistematicamente nella direzione opposta a qualsiasi logica di crescita e liberalizzazione garantisce alla presidente del Consiglio una rendita di posizione che nessuna analisi seria giustificherebbe. È il vero problema italiano: non abbiamo una destra capace di riformare, né una sinistra capace di capire l’economia. Abbiamo solo alibi condivisi e interlocutori sbagliati.

Marco Taradash

Pubblicato in : Editoriale

Info Marco Taradash

Marco Taradash, livornese è un giornalista, liberale di tendenza radicale, già deputato europeo e nazionale coi radicali, poi con Forza Italia, presidente della Commissione Rai dal 1994 al 1996. Fondatore e promotore della Convenzione per la Riforma Liberale (1995) con Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Dario Antiseri, Marcello Pera, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa, Raimondo Cubeddu, Gaetano Quagliariello e altri, poi dei Riformatori liberali (2005) con Peppino Calderisi, Benedetto Della Vedova, Emilia Rossi, Carmelo Palma. Promotore di vari referendum, da quello per la depenalizzazione dell’uso personale di droghe proibite (1993) a quello per l’abolizione della quota proporzionale delle legge detta Mattarellum (1999, per l’uninominale secca, insomma). Votò sì alla riforma costituzionale il 4 dicembre 2016. Non condivise poi l’alleanza della Lista Bonino-+Europa col Pd e fondò Centromotore. Partecipò alla successiva nascita del partito +Europa, si candidò alle Europee, sostenne il voto contrario di +Europa al governo giallorosso. Crede alla necessità di una forza liberaldemocratica alternativa al fasciosovranismo e al populismosinistro.

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