Finché preti e monache avranno diritto al voto (e non mi pare ci sia qualcuno che voglia limitare i loro diritti) è giusto che siano oggetto di propaganda come chi prete non è. Aggiungiamo che 25mila parroci sono una categoria di “opinion leader” molto più numerosa di quella dei giornalisti (di cui faccio parte) e probabilmente anche più ascoltata. Che qualche parroco non sia d’accordo con quanto scritto da Bondi è nelle regole del gioco. Ma che non gridi allo scandalo: si limiti a cestinare l’opuscolo, come noi facciamo con le mille richieste di danaro fatte in nome della fede.
Enrico Morbelli
Concordo pienamente con quanto sostenuto da Enrico Morbelli nel suo commento, in quanto preti e suore sono a buon diritto elettori e quindi anche soggetti, come tutti, ad essere raggiunti dai messaggi della campagna elettorale.
Il senso del mio intervento su Pensalibero, “Omelie ed anomalie”, era però un altro. L’invio dell’opuscolo di Forza Italia a 25.000 parroci mi ha colpita per le ragioni addotte, soprattutto per l’astensione al referendum vantata come un merito di cui fregiarsi per indurre, paradosso sublimemente italiano, la gente ad andare a votare, ora che fa comodo che questo avvenga.
L’astensione delle più alte cariche dello Stato da una consultazione popolare mi è sembrata, non da ora, un pessimo esempio per tutti coloro – i giovani al primo voto, gli indecisi, i delusi – che guardano alla politica quantomeno con diffidenza e misurano ogni giorno – come noi, del resto – la distanza ormai siderale che separa i cittadini dai loro rappresentanti in Parlamento.
Al di là dei calcoli di natura meramente pragmatica, l’astensione del Presidente del Consiglio, del Presidente del Senato e del Presidente della Camera, in occasione del referendum sulla Legge 40, rappresenta indubbiamente una non assunzione di responsabilità, a mio giudizio estremamente grave, dato che scegliere un sì od un no significa rendere conto delle ragioni e delle posizioni assunte in Parlamento al momento della discussione e della approvazione di una legge.
Naturalmente l’astensione è prevista e consentita nel nostro sistema democratico, ma che questa sia praticata, e poi anche esibita come un valore, dai candidati alle politiche, ci pare un’anomalia sulla quale riflettere.
Non siamo così ingenui da ritenere che le dinamiche democratiche implichino sempre trasparenza e coerenza, ma ci sembra almeno opportuno segnalare a chi ci legge le capriole di questi acrobati che danzano sul filo della convenienza, ammantandosi di presunte qualità morali che dovrebbero giustificare le loro capriole.
Chiara Boriosi

Ho sempre sorriso sull’ignoranza che porta a definire la democrazia “popolare”,pur temendo conseguentemente le iniziative dei vessilliferi di tale proclamazione( essendo difficile che l’ignoranza porti effetti positivi). Ma che il Parlamento possa rappresentare il Popolo è solo una convenzione( enfatizzata dai vantaggi economici che i “rappresentanti” si accreditano ) :come dimostra il fatto che la pratica referendaria sia normalmente prevista ,senza scandalo di nessuno . Anzi ! Del resto la negazione del vincolo di mandato conferma la superiorità della “politica” sulla volontà popolare ,e quindi mi sembra normale che lo strumento del referendum possa essere usato come mezzo di lotta partitica ,piaccia o meno il sistema(e soprattutto come è articolato) . Mi pare che il fatto che il risultato di un referendum possa essere pre- o post-vanificato dal Parlamento ,dimostra proprio tale superiorità ( ricordate la questione del finanziamento pubblico ai partiti ?). Parlare di capriole è un vero eufemismo………ma non solo nel caso in argomento .E nessuno certo abdica alla funzione di “rappresentante” quando cerca di influenzare l’elettorato:è il loro mestiere!
Caso mai le anomalie io le vedrei nel meccanismo dell’interrogazione, che nell’ abrogativo esige una conferma alla domanda e non alla norma ,ingenerando spesso confusione ed incomprensione ; e nell’attenzione che viene posta per eludere i risultati della consultazione generale(a conferma della convenzionalità di detta “rappresentanza”). Resta vero questo :….” la distanza ormai siderale che separa i cittadini dai loro rappresentanti in Parlamento.”. Fondamentale anomalia dei nostri tempi.
Nel caso dei Referendum popolari, signora Chiara, io la vedrei (ho messo il condizionale!) diversamente.
I parlamentari si sono gia espressi e, in tal caso, le loro opinioni e voti sono conosciuti.
Per correttezza sia i favorevoli che i contrari dovrebbero astenersi dal rispondere ai quesiti, tanto non spostano l’esito del risultato.
Anzi, in democrazia parlamentare, chi soccombe in parlamento non dovrebbe chiedere aiuto al Popolo facendosi promotore di Referendum abrogativi, perché ciò sminuisce fortemente il ruolo del Parlamento quale organo rappresentante del Popolo medesimo.
Abdicare alle proprie funzioni di rappresentante potrebbe anche significare, in assurdo, trasformazione dello Stato in democrazia popolare.
Mi sembra che le osservazioni fatte da Boriosi siano tutte condivisibili e da giornalista laico aggiungerei anche altre due considerazioni. La prima: l’atteggiamento assunto dal cardinal Ruini in occasione del referendum sulla procreazione assistita ha contribuito in modo determinante alla vittoria dei “non votanti”, ma ha anche aperto un solco di diffidenze fra il 25% degli elettori e delle elettrici di quel referendum e le indicazioni politico-morali della Chiesa e di quei politici che usano alcuni dei precetti religiosi come uno scudo…in forme ancora più maniacali di quanto non sia accaduto quando la Dc era la forza politica egemone in Italia. La seconda: la dottrina sociale della Chiesa contamina molte culture politiche, ma personalmente sono convinto che le radici popolari, la condizione del buon cristiano non dovrebbe fare troppi compromessi…con i ricchi “epuloni”, ma soprattutto con chi è specializzato nelle tecniche di compromesso fra “altare” e “trono”.
Naturalmente senza evocare Savonarola, che tra l’altro in Toscana non è poi così finito bene.