
Dopo tanti anni dal cosiddetto crollo della prima repubblica non è vero che perlomeno un risultato si è raggiunto: l’affermazione del bipolarismo. Non è vero che ci sia stato un cambiamento reale delle forze politiche, poiché sia nel centrosinistra che nel centrodestra ci sono solo i residui o gli assemblamenti delle vecchie componenti dei vecchi partiti di prima, spezzettati, confusi, spesso disorientati.
Il bipolarismo, tipico delle democrazie occidentali avanzate, è costruito su una condivisione di fondo del sistema e su differenze sostanziali di valori economici e sociali, talora anche culturali, ma che non arrivano mai a negare l’esistenza dell’alternativa temporale, o a considerare lo schieramento avversario come distruttore del bene comune.
L’elettorato che si colloca al centro e che, di fatto condivide un po’ di questo e un po’ di quello, è l’ago della bilancia che, a seconda delle convenienze, decide il temporaneo predominio dell’una o dell’altra parte e senza particolari tragedie.
In Italia è del tutto differente: le ideologie del passato rimangono tutte in piedi e così come si possono prendere voti ancora agitando il pericolo del comunismo, altrettanto si crede legittimo urlare alla Moratti che non deve partecipare alla manifestazione del primo maggio, perché invece di essere una mondina è un’imprenditrice, e si applaude nel contempo a stuoli di fannulloni che della politica hanno fatto una professione, con redditi che, se lavorassero, neanche se li sognerebbero.
Invece di prendere atto della contraddittoria divisione a metà della società politica nazionale e dell’esigenza di ripartire dal risultato elettorale, assolutamente chiaro quanto provvisorio, per trovare qualche elemento d’unità che porti il più presto possibile a superare la caotica transizione di un tempo ormai molto lungo, si fa esattamente il contrario. Basta vedere i primi atti della nuova legislatura, per rendersene conto e per capire quanto gli odi e i risentimenti prevalgano e quanto il rischio di passare il comando agli atteggiamenti estremi sia reale.
Tali considerazioni riguardano soprattutto il prossimo appuntamento: l’elezione del Presidente della Repubblica. Dovrebbe essere una scelta d’iniziale ricomposizione, di riconoscimento di ciò che è stato accertato il 10 Aprile, invece si rischia che sia un’ennesima spartizione, una compensazione all’interno di chi si ritiene vincitore perché ha preso qualche voto in più.
Sarebbe questo il significato se venisse eletto D’Alema, che d’altra parte è giovane e può aspettare, e che assumerebbe, al di là della persona, il senso di un’altra inutile radicalizzazione.
Per non far diventare i due confusi blocchi elettorali usciti dalle elezioni, due mostri destinati a combattersi ferocemente in eterno, occorrerebbe avere giudizio, lungimiranza politica, come ebbero gli statisti del dopoguerra e alla fine chiedere a Ciampi il sacrificio di garantire ancora per un poco un equilibrio tale da consentire a tutti di riflettere e magari di smettere di pensare che quelli che non sono dalla tua parte sono tutti degli infernali Quinlan.
Franco Camarlinghi
f.camarlinghi@pensalibero.it

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