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Prepararsi allo scoppio della bolla globale

Quando crolla il mercato azionario, gli investitori perdono denaro e l’economia ne risente per qualche tempo. Ma quando a collassare è il mercato obbligazionario sono interi paesi a andare in rovina.

di Gerardo Coco | 22 Ottobre 2018

Storicamente, quando i prezzi delle azioni scendono, quelli delle obbligazioni salgono. Ma i minicrash nelle più importanti borse mondiali avvenuti lo scorso mese di febbraio e ora questo ottobre, hanno registrato il calo contemporaneo di azioni e obbligazioni. Non si tratta di anomalie: è il segnale di uno spostamento tettonico. Durante il periodo post-2008, quando le azioni scendevano, i capitali si riversavano sulle obbligazioni perché davano sicurezza al capitale investito e un rendimento sicuro, seppure molto basso. Peraltro, così si è sempre verificato, un portafoglio di investimento tipicamente conservativo contiene più obbligazioni di azioni.

 

Ma i bond sono diventanti tutt’altro che un porto sicuro. Nonostante i recenti ribassi azionari, i bond continuano a scendere invece di salire e i loro rendimenti, cioè i tassi di interesse, a salire. L’antica convinzione che in tempi di crisi bisogna acquistare obbligazioni sta andando in frantumi. Dopo 35 anni di mercato al rialzo è iniziato il trend al ribasso, mentre per i tassi di interesse è iniziato quello al rialzo che, inesorabilmente, porterà allo scoppio della bolla del debito.

 

Dopo il 2008, le maggiori banche centrali con le loro politiche monetarie non convenzionali (quantitative easing e interessi a zero) hanno creato una bolla immensa nel mercato obbligazionario rastrellando titoli sovrani per spingerne al ribasso i rendimenti e permettere ai governi di finanziare a basso costo un debito sempre crescente. Così hanno creato l’illusione di stabilità e di assenza di rischio anche se questo cresceva in modo esponenziale.

 

Non si può separare il tasso di interesse dalla percezione o meglio, dalla certezza del rischio. Quando il rischio aumenta, in un mercato non manipolato, anche il tasso di interesse deve aumentare. E la certezza del rischio del debito sovrano sta nel fatto che quello accumulato ha raggiunto un livello tale da non essere più rimborsabile mentre il nuovo debito viene emesso senza che i governi abbiano la minima intenzione di ripagarlo. Pertanto, sta avvicinandosi sempre più il momento in cui per procurarsi denaro i governi dovranno riconoscere agli investitori rendimenti talmente elevati da rendere il costo del nuovo debito proibitivo. La scelta sarà tra il default, la ristrutturazione della spesa o una maggiore tassazione scatenando però, con quest’ultima opzione, la rivoluzione. Non sarebbe la prima volta nella storia.

 

Poiché titoli sovrani sono il mezzo per gestire la politica monetaria e sono anche utilizzati per collateralizzare l’emissione di nuovi prestiti e qualsiasi altro strumento finanziario, costituiscono il fondamento dell’attuale sistema monetario e finanziario. Inoltre, poiché dovrebbero rappresentare il tasso di rendimento “privo di rischio” (in quanto a garantire il debito è l’imposizione fiscale) costituiscono la base di riferimento rispetto alla quale vengono valutate tutte le altre attività a maggior rischio. Pertanto creando la bolla dei bond, i governi e le banche centrali hanno creato bolle in tutte le altre attività finanziarie comprese quelle più rischiose come le obbligazioni spazzatura, facendone scendere i rendimenti addirittura al livello ridicolo del 2% (vedi Euro High Yield Index Effective Yield)). Quando scoppierà la bolla dei titoli sovrani scoppieranno, insieme, tutte le altre bolle alimentate in questo modo.

 

Da quanto sopra si comprende quanto sia importante il mercato dei titoli sovrani nel determinare il vero rischio sistemico.  E qui sta appunto la differenza fra la crisi che si verificherà rispetto a quelle precedenti. Infatti quella asiatica (1997); quella del rublo (1998); quella argentina (1992-2002); quella tecnologica (2000-2002); quella dei mutui (2008-2009) e quella della Grecia (2010), hanno avuto la caratteristica di coinvolgere o una particolare categoria di attività finanziaria o una singola valuta o un paese ma mai tutte le categorie di attività insieme.

 

Ora quando crolla il mercato azionario, gli investitori perdono denaro e l’economia ne risente per qualche tempo. Ma quando a collassare è il mercato obbligazionario sono interi paesi a andare in rovina. Questo sta già accadendo alla periferia del mercato con paesi come l’Argentina, il Venezuela  e la Turchia  e questo disastro si estenderà per contagio dai paesi emergenti alle nazioni sviluppate.

 

Il guaio è che quando i titoli sovrani cominciano a collassare, anche le valute cui sono strettamente legati, collassano. E anche questo sta già accadendo. Nel corso dell’anno, infatti, la rupia pakistana è scesa del 7% la rupia indiana del 12,5%, la lira turca del 40%, il peso argentino del 60% e il rial iraniano del 70%. Ma anche lo yuan della potente Cina è sceso da marzo ad agosto dell’8%. La scivolata è in parte guidata, come negli altri casi, dalla forza del dollaro in cui tutti i paesi si sono indebitati quando questa valuta era debole e dal rialzo dei tassi di interesse della banca centrale americana, ma anche dalle manovre della Cina per cercare di mitigare gli effetti della politica protezionista statunitense arrivata, è il caso di dirlo, al momento meno opportuno. Ma se lo yuan continuasse a perder terreno, anche le valute degli altri principali esportatori, Corea del Sud, Singapore, Giappone, Australia e Unione europea, verrebbero trascinate al ribasso. Ciò spingerebbe a disfarsene in favore del dollaro intensificando così la crisi del debito dei paesi emergenti e mettendo ancora di più in difficoltà le banche europee che hanno investito in prestiti in questi paesi al fine di evitare gli interessi negativi applicati dalla banca centrale per sostenere il debito dei governi. E’ dunque irrealistico pensare che in tale contesto di tensione e nel giro di un paio d’anni i tassi non vadano alle stelle provocando il default dei paesi più indebitati e un tale scompiglio nel mercato dei capitali da cambiare l’atlante finanziario mondiale.

 

Gerardo Coco

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, banca centrale, banche, banche centrali, capitali, cina, crisi, finanziaria, grecia, lira, mercato, mercato obbligazionario, obbligazioni, percezione, politica monetaria, unione europea

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

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