
Sono anni che mi chiedo a cosa caspita dovrebbe servire il parlamento italiano. Non decide, non assume responsabilità, non entra nel merito dei fatti. Predica. Commenta. Si atteggia a tribunale etico permanente, come se Montecitorio fosse diventato una succursale della sagrestia, dove il compito non è governare ma distribuire giudizi.
L’uscita infelice di Antonio Tajani sull’episodio che coinvolgerebbe una postazione UNIFIL italiana è l’ennesima prova. Tono grave, parole pesanti, indignazione pronta all’uso. Ma dietro la facciata non c’è analisi, non c’è contesto, non c’è comprensione dello scenario. Solo retorica, e pure di quella più cialtronesca immaginabile.
Israele è in guerra, questo è il dato di partenza. Non una schermaglia diplomatica, non una crisi da talk show. Una guerra vera, con dinamiche operative, intelligence, obiettivi militari. In guerra non esistono zone “sensibili” intoccabili per principio se diventano, anche solo potenzialmente, nodi operativi. Esistono valutazioni, errori, responsabilità. Ma si parte dalla realtà, non dal catechismo e dalla distribuzione di opere di bene.
Con 14K al mese nelle tasche e la pancia piena, si dimentica un fatto elementare. Hezbollah spara. Sono anni che lo fa, essendo un proxy iraniano, e non tira dolciumi ma missili, razzi, in modo indiscriminato verso aree civili israeliane. È un fatto, è lo status quo. Non una lettura, non un’opinione. La risposta di Israele, al netto di ogni possibile critica operativa, si muove dentro un obbligo primario: difendere i propri civili. Non distribuire caramelle, non fare beneficenza e opere di bene, non mettere in scena gesti simbolici per compiacere platee esterne. Difendere.
Il Parlamento italiano, invece, sembra pretendere esattamente questo. Una guerra “educata”, quasi pedagogica. Un conflitto gestito come fosse un’esercitazione morale, dove l’avversario spara e tu rispondi con dichiarazioni e opere di bene. È una visione che non regge al primo contatto con la realtà. Israele, nazione autodeterminata, dovrebbe sottostare ai voleri degli sbandieratori parlamentari per poi, secondo il Parlamento italiano, sparare caramelle e dolciumi verso i bambini libanesi.
Chiariamo un punto: UNIFIL non è l’esercito italiano. Non è una nostra brigata schierata sotto comando nazionale. È una missione internazionale delle Nazioni Unite, inserita in uno scenario ad alta intensità, dove convivono forze regolari, milizie irregolari, proxy armati e interessi incrociati. Chi opera lì lo fa dentro un contesto di rischio strutturale, non in una zona neutra protetta da dichiarazioni indignate.
E mentre si ignora tutto questo, arriva anche il solito riflesso pavloviano della politica domestica. Il Movimento 5 Stelle che rilancia indignato ipotesi di sanzioni e tensioni diplomatiche, arrivando persino a suggerire l’interruzione di qualsiasi rapporto commerciale con Israele, come se bastasse agitare una bandierina per costruire una linea internazionale credibile. Più che una strategia, sembra l’ennesima improvvisazione, buona per il titolo ma vuota nella sostanza, con il rischio concreto di trasformare un episodio complesso in un incidente diplomatico costruito a tavolino.
In sostanza, il Parlamento continua a ignorare che la guerra non si gestisce con le frasi fatte. Non si interpreta con la sensibilità da aula parlamentare. Non si giudica con categorie morali astratte. Serve lucidità, serve conoscenza, serve la capacità di distinguere tra responsabilità operative e propaganda.
Invece si assiste al solito copione. Dichiarazioni affrettate, prese di posizione emotive, nessuna volontà di capire cosa sia realmente accaduto. Si reagisce per riflesso, per convenienza, per posizionamento mediatico. Il risultato è un coro disordinato che non aiuta a chiarire nulla e, anzi, contribuisce a confondere ulteriormente.
Un Parlamento che si limita a fare morale è un Parlamento che rinuncia al proprio ruolo. Non è pagato per indignarsi, è pagato per decidere. Non è chiamato a giudicare con la pancia, ma a leggere la realtà con freddezza. Se perde questo equilibrio, diventa irrilevante.
E la guerra, nel frattempo, va avanti. Senza aspettare le dichiarazioni. Senza curarsi della retorica. Senza chiedere il permesso.
Poi però, a 80 anni di distanza, ancora ci chiediamo come abbiamo fatto a perdere la guerra, andando a dormire fascisti per svegliarci la mattina dopo in strada a sventolare bandierine americane.
Piero Terracina

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