Perugia città etrusca. Lo diciamo da sempre, lo insegnano a scuola, lo raccontano le guide turistiche. Peccato che non sia esatto. Augusto Ancillotti, glottologo, studioso delle Tavole di Gubbio da quarant’anni, lo dice con la precisione di chi sceglie le parole: a Perugia gli Etruschi erano uno su dieci. La classe dirigente, i militari, i tecnocrati. Gli altri nove erano Umbri. La città si chiamava Peroža — “la rossiccia”, dal colore dell’argilla dei suoi muri — e prima che arrivassero i Turski, come li chiamavano gli Umbri in un libro di Ancillotti (“Pane di Farro”), era una città ombrica. Come lo sappiamo? Lo dice la lingua.

La lingua non aggiusta i conti
Gli Etruschi parlavano una lingua. Gli Umbri ne parlavano un’altra. Non è una sfumatura: sono due storie diverse, due origini diverse, due presenze radicalmente distinte sullo stesso territorio. E la lingua — la sua struttura, il suo lessico, le sue radici — porta impressa una storia che non si cancella e non si reinterpreta a seconda di quello che fa più comodo credere.
Quando gli storici antichi — Plinio, Erodoto — dicono che gli Umbri erano l’Italia, non stanno elaborando un mito di fondazione. Plinio cita Catone e fornisce un dato preciso: Amelia, la prima in ordine alfabetico tra le comunità umbre, fu fondata 1964 anni prima della terza guerra macedonica — ovvero 380 anni prima di Roma. Erodoto racconta che gli Ombricoi abitavano la penisola già ai tempi della guerra di Troia, XII° secolo avanti Cristo. Un territorio che andava dalle Alpi al Centro Italia.
Poi arrivarono gli Etruschi da nord, portatori di tecnologie avanzate — la metallurgia del ferro, l’architettura in pietra, le rotte commerciali nel Mediterraneo — e spinsero gli Umbri verso sud. Il Tevere diventò il confine naturale: riva destra etrusca, riva sinistra umbra. Una divisione così netta da restare impressa nella geografia culturale dell’Italia antica, arrivata per molti aspetti fino a noi.
Solo che in fondo a quel confine, dove il Tevere scendeva verso il mare e controllava le saline alla sua foce, c’era qualcun altro. C’era Roma.
Numa era sabino. E i Sabini erano umbri
La leggenda vuole che Roma sia figlia di Romolo. La storia — quella che si ricava dai testi, verificando la lingua — dice altro. Il re Numa Pompilio, al quale la tradizione attribuisce l’intera organizzazione religiosa e civile di Roma, era sabino. I Sabini appartenevano al mondo safino, lo stesso ceppo culturale e linguistico degli Umbri. Plutarco racconta che Numa lavorò precisamente per fondere le due anime della città — la romana e la sabina — in una comunità sola. Non stava importando qualcosa di straniero: stava portando a Roma quello che già esisteva sulla riva umbra del Tevere.
Le prove sono nelle Tavole. I pontefici romani erano cinque, come prescrive la tradizione da Numa fino al 300 avanti Cristo. Nella terza Tavola Iguvina compare il termine ponti, unità quinaria, e accanto — ricostruibile per analogia con fratr-eks, il membro della fratellanza — il termine ponti-eks. Il pontieks umbro diventa il pontifex romano. I Romani lo reinterpretarono come “colui che costruisce il ponte tra la comunità e la divinità”: un’etimologia popolare, suggestiva. Ma l’originale è umbro.
Lo stesso vale per il rito dell’augurazione — l’officiante, l’augure, gli uccelli osservati da destra e da sinistra — descritto nelle Tavole con una precisione che Livio e Plauto confermano punto per punto per Roma. Gli stessi uccelli, nelle stesse posizioni. Non è una coincidenza. E il ricorso agli uccelli è una pratica umbra, non etrusca.
Sette tavole di bronzo
Le Tavole Iguvine sono sette lastre di bronzo custodite al Palazzo dei Consoli di Gubbio. Trovate nel 1444 nei sotterranei del teatro romano — seppellite da un terremoto nel VI secolo, il che le salvò dalla fusione — furono acquistate dal Comune di Gubbio nel 1456 con un atto notarile ancora conservato. Portano iscrizioni in due alfabeti diversi, umbro e latino, per un totale di oltre quattromila parole. Sono il documento più lungo e più antico che l’Italia preromana ci abbia lasciato direttamente: non copiato nel Medioevo, non riferito da altri, ma fuso nel bronzo da mani umbre duemila anni fa. I testi che contengono sono ancora più antichi degli oggetti fisici: descrivono una società pre-urbana, un mondo di villaggi e rituali comunitari che risale almeno al VI-VII secolo avanti Cristo.
Il contenuto è rituale — preghiere, sacrifici, istruzioni per i sacerdoti, indicazioni sugli animali da immolare, sugli uccelli da osservare. Ma dentro quel contenuto rituale c’è una civiltà intera: la sua lingua, la sua organizzazione sociale, il suo modo di stare nel mondo.
I custodi
Per decenni questo lavoro è stato portato avanti da due persone: Augusto Ancillotti, glottologo, professore ordinario a riposo che ha insegnato a Milano, Mogadiscio e Perugia, e Romolo Cerri, eugubino, appassionato delle Tavole fin dal liceo classico, che negli anni Ottanta convinse Ancillotti — con quello che lo stesso studioso chiama “un piccolo ricatto tra amici” — a dedicarsi a un testo che nessuno traduceva seriamente in italiano. Che si chiamasse Romolo, e si dedicasse a dimostrare che Romolo non aveva fondato niente da solo, è uno di quei casi in cui la storia sembra prendersi gioco di se stessa.
Il risultato fu la traduzione completa e commentata delle Tavole, pubblicata con il titolo Le tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri (Edizioni Jama), e poi, nel 2023, il volume Le Tavole di Gubbio e l’Italia preromana — oltre seicento pagine, più di cento immagini: un consuntivo di quarant’anni di lavoro. Insieme fondarono l’IRDAU, Istituto di Ricerca e Documentazione sugli Antichi Umbri, con sede a Gubbio, il cui lavoro è consultabile attraverso il sito tavoleeugubine.it, ospitato nella sezione culturale del Comune di Gubbio.
Ancillotti è uno studioso di vecchia scuola: quello che conta è il testo, non l’aggiustamento ideologico che inserisce a forza una civiltà lontana nel quadro interpretativo più comodo al momento. Il bronzo dice quello che dice. E dice che molto di quello che chiamiamo romano era umbro prima.
La lingua che non è mai sparita
Il latino diventò la lingua ufficiale anche di Gubbio, come di tutta l’Italia, unificata da Roma. Per secoli fu la lingua del potere, della chiesa, dell’università — un chierico medievale poteva insegnare a Bologna, a Parigi o in Germania e farsi capire ovunque. Ma sotto, nei mercati, nelle campagne, nelle case, i volgari continuavano a vivere. Quando Dante scelse di scrivere la Commedia in fiorentino, stava scommettendo sulla lingua del popolo contro la lingua del potere. Petrarca tenne ancora il piede in due staffe — latino per la gloria eterna, italiano per i versi d’amore — quasi non si fidasse del tutto. Ma la direzione era segnata.
Quei volgari affondavano le radici nell’Italia pre-romana — umbra, osca, sabina. Ancillotti lo dimostra con un esempio concreto: la parola mattone non è latina. Se lo fosse, la troveremmo nell’immensa letteratura latina che possediamo. Non c’è. È umbra, arrivata nell’italiano attraverso il volgare, saltando bellamente i secoli di dominazione romana. Plinio chiamava gli Umbri gens antiquissima Italiae, la popolazione più antica d’Italia. La lingua che parliamo oggi è lì a dargli ragione. Sotto gli Etruschi, sotto Roma, sotto il latino della chiesa e delle università medievali, i volgari resistettero — nei mercati, nelle campagne, nelle case. Dante scommise su di loro contro la lingua del potere, e vinse.
Vincono i vinti.
Augusto Ancillotti sarà a Perugia giovedì 16 aprile 2026, alle 17:30, ospite della Pro Loco S. Lucia in via Duranti 51 (parco). Ingresso libero.
Luciano Priori Friggi
luciano.priorifriggi@gmail.com
N.B. Tutto quanto qui scritto è frutto di elaborazione personale; le citazioni sono usate a supporto e non coinvolgono i rispettivi autori.
Link articolo: https://www.pensalibero.it/perugia-non-era-etrusca-e-roma-non-era-figlia-di-romolo/

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