L’industria distribuisce, con avanzamenti progressivi, la nutrizione; desertificando risorse e stimolando adeguamenti e acquiescenze tra autoreferenzialità e stimoli di moda.
La pasta si vendeva sfusa, traendola da involti color lavagna; i biscotti, pure essi sfusi e stipati in grandi scatole di latta, con un vetro perché se ne scorgesse l’interno. I biscotti si vedevano, ma non si compravano; sostituiti dal pane, protetto dallo spreco nello stipo, abbrustolito sulla carbonella e, poi, condito con sale, olio e origano.
Erano i tempi dell’immediato dopoguerra; con la eccellenza nutrizionale delle “uova fresche”, fatte ingurgitare con la spruzzata di limone, ad ostrica.
Sui banchi di marmo, la farina aveva già l’odore della pizza che veniva via dal forno con la saporosa e sana sporcizia di scoppiettii e vampate, del legno che ardeva. La pasta si intorpidiva nell’abbraccio del pomodoro, rosso e selvaggio.
Poesia della nutrizione, forse.
Al cui ricordo e gusto si è sottratti dalla presupposta, necessaria, velocità che viene dall’ossessione del vivere. Il cibo è più igienico, più dietetico, più grazioso, nel confezionamento industriale. Tra cartoni, celophan e etichette colorate, adescative, con scritte come tavole delle leggi, per le pretese cognitive dei nutriti. Mentre, le piogge sono silenziose nel loro essere acide e non si presentano nella prima scatola del prodotto; poi nella busta di confezionamento; poi, nella busta di asporto.
Gli addensanti, i conservanti, i coloranti, i grassi, i “calibri” impegnano laboratori e studi per valutarne conseguenze alterative della salute e porre in essere alternative che causeranno altre anomalie che impegneranno, a loro volta, laboratori e studi. Mentre, le api scompaiono, forse licenziate dalla moderna genetica e dalla semina intensiva.
Gli integratori dietetici si insinuano tra le speranze degli eccessi o delle deficienze. Mentre al grano, nei silos e nelle macine, poi, nelle farine, si mescolano nano particelle tossiche.
L’industria distribuisce, con avanzamenti progressivi, la nutrizione; desertificando risorse e stimolando adeguamenti e acquiescenze tra autoreferenzialità e stimoli di moda. Le esposizioni esaltano, sbalordiscono, incuriosiscono, convincono, vendono.
Nel frattempo in qualche parte del mondo, questo mondo, i bambini (sono bambini, anche a loro cola il naso) sgranocchiano formiche-caramelle mentre i genitori si viziano con tarantole arrostite e leccornie di larve. Altrove (diceria?) un cervello umano, ma solo per rito, qualche volta è un’occasione di convivio.
La primigenia funzione della nutrizione è, in evidenza, la sopravvivenza; ma, la complessità della formazione culturale dell’uomo, per le diversità dei suoi adeguamenti e/o isolamenti ambientali, porta a determinare i modi in cui essa si soddisfa. Dovendosi mettere in considerazione le incidenze mistico religiose, taumaturgiche, competitive. Tutte scaturenti e incentrate nel rapporto, oggi vitale, predatore-preda. Fondante di ogni violenza.
L’industria dell’alimentazione, pure nella cinica attuazione della induzione al consumo dei suoi prodotti, di certo inconsapevolmente, attua una attenuazione progressiva delle diversità nutrizionali che può condurre alla eliminazione del conflitto tra predatore e preda. Incongruenze e contraddizioni di una post-modernità priva di idee.
Ma si potrebbe, qui, oggi, prevedere ed attuare lo sterminio dei predatori e rendere agli uomini l’eden senza il serpente?

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