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Precariato e mercato del lavoro

La legge finanziaria prospetta, negli art. 177 e 178, modifiche alla “legge Biagi”. Da un lato è’prevista una sorta di “condono” per chi ha fatto uso improprio dei contratti “a progetto”, dall’altro si continua a non offrire alcuna definizione del concetto di flessibilità. di Silla Cellino

di Silla Cellino | 6 Novembre 2006

E’ cronaca recente la manifestazione contro il precariato che ha diviso le forze politiche e sociali che compongono l’attuale maggioranza di governo. Su questo argomento si impongono alcuni riflessioni, magari più tecniche che politiche, anche se poi – si sa – tutto o quasi finisce in politica. Tra i vari argomenti su cui il governo Prodi aveva manifestato intenzioni riformatrici c’era in evidenza anche quello della riforma del mercato del lavoro, attraverso l’intento generico d’intervenire su parte della legislazione di base di settore, in particolare sul d.lgs 276/2003, d’attuazione della legge 30/2003, impropriamente [ma comunemente] detta Legge Biagi. Però su come oggi si voglia affrontare il problema della riforma del mercato del lavoro ancora le idee non sembrano molto chiare, se debba trattarsi cioè di un completo e compiuto percorso riformatore ex novo, oppure di una riscrittura più o meno estesa o più o meno parziale del decreto 276. Gli avvenimenti di questi giorni sono appunto un segnale molto indicativo di questo stato d’incertezza.

Naturalmente non c’è molto da sorprendersi: il programma elettorale su questo punto manifestava una generica critica ed un’altrettanto generica intenzione d’intervento, limitandosi a sottolineare fortemente l’esigenza di dover dare delle risposte al problema, ma sostanzialmente a dire e non dire, consapevoli com’erano le forze politiche e sociali che lo avevano elaborato, della complessità del problema, delle linee di divisione che passavano all’interno della coalizione, delle culture che sottostavano a ciascuna di esse. Né da meno accadeva in occasione delle dichiarazioni programmatiche rese dal presidente Prodi all’atto della presentazione del suo governo alle Camere.

Ciò non vuol dire tuttavia che su questi argomenti il governo sia stato fermo: alcuni indizi di novità si sono manifestati e sono principalmente contenuti in alcuni passi del disegno di legge per la Finanziaria 2007, in particolare gli articoli 177 e 178, sostenuti e corroborati da un documento programmatico elaborato dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale il 27 settembre scorso, a firma del ministro Cesare Damiano e riferito al processo di programmazione per l’anno 2007 ed all’individuazione delle priorità politiche. Tale documento affronta il problema nel corpo di un più vasto programma d’indirizzo ministeriale, ma lo affronta solo in uno dei suoi aspetti, ossia quello dell’incremento e del miglioramento delle opportunità occupazionali e della partecipazione al mercato del lavoro, attraverso la valorizzazione di forme di buona flessibilità ed il contrasto alle tipologie contrattuali che comportano situazioni precarizzanti. Tradotto in termini più concreti e meglio comprensibili, si tratterebbe di riscrivere tutto il capitolo della riforma Biagi dedicato al lavoro a progetto e predisporre il suo superamento mediante incentivi da concedere alle imprese per trasformare i contratti dei collaboratori a progetto in contratti di lavoro subordinato, come appunto contenuto nell’art. 178 del progetto di finanziaria.

E’ doveroso riconoscere che del contratto a progetto si è fatto, sin dalla sua istituzione, un uso prevalentemente non corretto. Esso partiva, come era nelle premesse affermate nel Libro Bianco di Marco Biagi, dalla constatazione che il santuario del precariato risiedeva nell’uso né improprio né distorto, ma normale, del contratto di collaborazione coordinata e continuativa che, come vero e proprio sottoprodotto del lavoro dipendente, ne assumeva i caratteri distintivi di fatto senza averne alcuno di quelli di diritto. Prassi consueta ed abbastanza in uso nel rapporto privato, ma che aveva trovato nella pubblica amministrazione, specie quella intermedia delle regioni e degli enti locali, un campo vastissimo di applicazione; fenomeno quest’ultimo, come si può capire, potenzialmente molto più deteriore che nel privato, dato l’elevato rischio clientelare che la prassi comportava e tuttora comporta, essendo ancora consentito alle amministrazioni pubbliche di poter ricorrere a questa particolare figura contrattale.

Se il contratto a progetto, nelle premesse, doveva costituire il superamento della vecchia collaborazione coordinata e continuativa con un ambito più ristretto e soprattutto più definito di applicazione, nella gestione ordinaria i risultati non sempre sono stati sempre conseguenti alle premesse. Si è partiti dall’esigenza culturale di mettere in contrapposizione – e forse in concorrenza – due concezioni di lavoro, ambedue a sostegno dell’imprenditore:
a) quella del lavoratore dipendente stabile, caratterizzato da una scelta formativa orientata solo alle esigenze della medesima azienda, da una mancata conoscenza delle alternative offerte dal mercato ed anche da un mancato interesse alla partecipazione al mercato stesso, da un radicamento geografico;
b) quella del lavoratore autonomo caratterizzato da una ricerca del lavoro in concorrenza con gli altri soggetti e le altre categorie, anche di lavoratori subordinati, dalla conoscenza del mercato e dall’esigenza di una sua trasparenza, da una formazione mirata e diversificata a seconda delle esigenze.

Queste due concezioni non necessariamente debbono essere presentate allo stesso pubblico, anzi preferibilmente debbono individuare tipologie di interpreti diversi. Anche se esistono lodevoli eccezioni, così non è avvenuto per gran parte delle esperienze fin qui verificabili; e se pertanto si deve ritenere giustificata l’esigenza di rimettere dei paletti e porre un freno all’abuso, ciò però non vuol dire che si debba ripartire negando la premessa teorica.

Come già accennato infatti, con la Finanziaria 2007, la proposta è di arrivare ad una stabilizzazione dell’occupazione mediante la trasformazione dei contratti a progetto in rapporti di lavoro subordinato attraverso una procedura conciliativa che avviene sia in ambito contrattuale, sia attraverso facilitazioni e dilazioni [meglio sarebbe dire rateazioni] di carattere contributivo. Non può sfuggire all’attenzione dei più che la soluzione che ora ci viene proposta, di fatto, rappresenta l’ennesima riedizione di vecchie esperienze condonistiche, sempre negate dalle forze che all’attuale governo fanno riferimento, ma che inesorabilmente si ripropongono con logica ripetitiva e perversa. Ferma restando la comprensibilità del ripetitivo, proviamo a spiegare il perché del perverso.

In primo luogo l’iter condonistico generalizzato prescinde a priori dalla discussione del problema di base, se cioè il lavoro a progetto come definito e realizzato sia subordinato oppure no e si risolve in una preventiva ed implicita negazione dell’esistenza del lavoro a progetto in quanto tale: si nega cioè che possano esservi le connotazioni dell’autonomia, si afferma che tutto non possa che essere ricondotto ad una subordinazione in fieri e pertanto si offrono sconti di natura prevalentemente contributiva a tutti quegli imprenditori che vorranno riportare i rapporti nell’ambito della legalità e di una normalità intesa come esigenza culturale e realizzabile unicamente nella forma del lavoro subordinato. Ciò che manca in questo disegno è l’elaborazione di ciò che si intende in relazione a quelle forme di buona flessibilità, di cui si ammette l’esigenza, ma delle quali si continua a non offrire alcuna definizione.

In secondo luogo si realizza un pasticcio istituzionale. Il ricorso al condono e la sua ammissibilità debbono sottostare ad un accordo con le solite cosiddette organizzazioni sindacali comparativamente maggiormente rappresentative, il che, come di recente e con la consueta autorevolezza faceva notare Pietro Ichino, porta all’illogica conseguenza che l’attuazione di un condono e la collegata irrogazione di misure contributive, se non di sanzioni, siano condizionate da un accordo con soggetti privati, come le organizzazioni sindacali, con giustificati dubbi di correttezza costituzionale.

Infine si saltano a piè pari le fasi della verifica. Preso appunto per buono il convincimento che il lavoro a progetto non esiste, diventa inutile procedere alla verifiche stesse, sia quelle relative al momento della stipulazione del contratto, sia quelle relative alla correttezza del suo svolgimento. Riguardo al primo punto, quello della stipula, viene sottratta efficacia a quell’importante, anche se poco attuato, istituto, che va sotto il nome della certificazione del contratto; certificazione che, si ricorda, avviene presso le commissioni che sono [o dovrebbero] essere istituite presso le direzioni provinciali del lavoro e presso gli ordini provinciali dei consulenti del lavoro. L’istituto della certificazione nasce appunto dall’esigenza di dare certezza ai contenuti di un contratto a progetto ed alla sua rispondenza alle caratteristiche di lavoro autonomo, sia pure nel quadro della collaborazione ed il coordinamento con il committente e la sua struttura. Riguardo al secondo punto, quello dello svolgimento, si prosegue nel limite già individuato a carico della precedente gestione governativa e cioè di non dare sufficienti indirizzi all’attività di ispezione, ma in più si tende a rendere inutile la stessa attività delle direzioni provinciali del lavoro in questo specifico settore, arrivando anche ad una sorta di mortificazione dell’intero sistema ispettivo.

Per ultimo, ma [come si dice] materia d’importanza non minore, l’intervento governativo prescinde, almeno in sede di finanziaria, da qualsiasi considerazione in merito a quello che è stato e resta il nodo fondamentale per ogni politica volta al superamento del il precariato: la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali. Per la verità si prevede l’ennesimo intervento parziale, ossia la proroga di quanto già disposto nella finanziaria precedente soprattutto in materia di indennità di disoccupazione, ma ciò che ancora manca è la visione organica e la riforma conseguente di tutto il sistema, in maniera tale da poter disporre le necessarie tutele a favore del lavoratore, indipendentemente dalla circostanza che si tratti di lavoratore subordinato o da ricomprendersi nelle varie categorie del lavoro autonomo nel loro rapporto con una committenza forte.
Eppure non è difficile immaginare come un sistema più completo di ammortizzatori sociali possa costituire una delle più importanti ed efficaci tra le possibili risposte alle affermate esigenze di buona flessibilità. Ciò che tra l’altro, sia pur nei limiti consentiti dal dettato costituzionale, è già stato impostato a livello regionale, come nell’esperienza della Regione Piemonte che ha legiferato in deroga a favore delle categorie più esposte e prive di ammortizzatori, come apprendisti e collaboratori coordinati e continuativi; e ciò in applicazione, da parte di una regione all’epoca guidata dal centro-destra, di alcuni principi esposti in una proposta di legge già presentata nel 2003 da alcuni senatori dell’Ulivo, primo firmatario Tiziano Treu.

Silla Cellino

Pubblicato in : Primo piano

Info Silla Cellino

Silla Cellino. Ha smesso di occuparsi di politica attiva dai primi anni 80 e da allora si è dedicato principalmente alla sua professione di consulente del lavoro. Prima però, fin da giovanissimo, si era impegnato molto, come vicesegretario nazionale dei giovani socialisti e poi come membro del comitato centrale del psi. Acqua passata, ma resta la curiosità per interessarsene quanto basta. E’ in rete anche su http://ionis56.blogspot.com

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Francesco Mazzeo

    7 Novembre 2006 alle 20:45

    Caro Silla speriamo che non ci sia la volonta’ di condonare 5 anni di contratti a progetto vale a dire abbiamo scherzato.
    Un caro saluto dal tuo amico
    Francesco Mazzeo

    Rispondi

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