Una corsa a ostacoli sempre più ardua per arrivare a esercitare la nobile arte di avvocato, che purtroppo però nel corso del tempo è finita con il diventare troppo inflazionata.
Come rimedio, quindi, è stato predisposto un ulteriore paletto prima di divenire avvocato. Saranno infatti obbligatori dei corsi di formazione, che avranno una durata di 160 ore distribuite nell’arco dei 18 mesi del tirocinio, già a suo tempo previsto dalla legge, prima per poter accedere alla prova d’esame.
I corsi non solo saranno obbligatori ma – ciliegina finale – l’accesso ad essi sarà a numero chiuso (sulla base di parametri meritocratici), con la previsione di verifiche intermedie e di una prova finale, consistente quest’ultima in una vera e propria simulazione dell’esame di Stato.
Ma non finisce qui. Infatti la partecipazione ai corsi stessi sarà subordinata – come dire che al danno si aggiunge anche la beffa – alla corresponsione di una quota di iscrizione destinata alla copertura delle spese di organizzazione dei corsi in questione. .
Tutto questo è stato previsto nello schema di decreto del Ministero della giustizia sul quale il Consiglio Nazionale Forense, ha appena rilasciato parere positivo, sia pur apportando alcune modifiche: i percorsi formativi – è stato richiesto – dovranno offrire adeguate capacità professionali ai tirocinanti, per la difesa dei diritti e per la gestione efficiente dello studio e della propria attività, evitando che diventino una mera ripetizione del percorso universitario (in effetti, altrimenti, sarebbe come dire che i nostri Atenei servono a ben poco!).
Peccato che, alla luce dei fatti, tali innovazioni, introdotte in questo momento di crisi della professione, potranno solo aumentare il malessere già esistente.
E’ indubbio che svolgere un’ attività in cui troppi sono i professionisti presenti sul mercato non giova a nessuno (e ciò costituisce palesemente la ragione del provvedimento) ma nemmeno è pensabile fare la selezione a metà strada.
Se una selezione va fatta questa deve intervenire antecedentemente, nel momento in cui si iniziano gli studi universitari così come accade per tante lauree scientifiche, non certo dopo, a conclusione del percorso universitario prima del conseguimento del titolo abilitativo. Titolo che peraltro attualmente non garantisce nulla. A tal proposito un dato certamente eloquente è l’elevato numero di avvocati già abilitati che chiedono la cancellazione dall’Albo professionale: troppe le spese a fronte degli esigui (per usare un eufemismo) guadagni.
Secondo uno studio fatto da un noto quotidiano nazionale pochi mesi orsono, negli ultimi anni il reddito medio dei professionisti forensi è crollato del 18%. Sul punto, peraltro, viene evidenziato come si sia allargata la forbice tra i colleghi più ricchi e quelli più poveri. I primi, che rappresentano il 9% dell’avvocatura, monopolizzano il 50% del reddito complessivo prodotto. Il restante 91% dei colleghi deve invece dividersi l’altro 50%. In altri termini, su 223 mila avvocati, il 50% dei reddito complessivo è in mano a 20 mila di loro. Una sproporzione davvero enorme.
La categoria degli avvocati sta oggigiorno vivendo un autentico dramma. Il dramma della cancellazione dall’albo per molti di loro, che dall’oggi al domani rischiano di ritrovarsi in mezzo a una strada senza un lavoro e con l’ulteriore pericolo di non poter essere ricollocati per via dell’età.
Gli avvocati più poveri sono gli under 40, con un reddito medio inferiore sia a quello di un dipendente privato che di un dipendente pubblico. Ciò a dimostrazione che in Italia il lavoro autonomo non paga, e in particolare non paga il lavoro nelle professioni intellettuali.
Ne è testimonianza il continuo calo degli iscritti nei corsi di laurea in Giurisprudenza. Dapprima in assoluto i più gettonati, adesso sono finiti con l’essere snobbati. Motivo? Semplice, i giovani hanno capito che Giurisprudenza non è più quel porto sicuro che era fino a qualche anno fa allorquando consentiva una molteplicità di sbocchi professionali: diventare avvocato, tentare magistratura e notariato, lavorare tanto nella pubblica amministrazione così come in società private. Adesso però, complice la crisi economica (e quindi occupazionale), il quadro sembra essere radicalmente cambiato.
Tale consapevolezza in sé non è un male giacché sconsiglia dall’intraprendere un ciclo di studi che non offre più le aspettative di una volta. Questo semmai può essere il momento in cui procedere alla selezione. Quando ancora non si è fatto alcun investimento sul futuro. Farlo a studi conclusi ha il sapore di una beffa e, cosa ancor peggiore, di una iniquità.

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