E’ solo un caso che le intercettazioni telefoniche della ex ministra Guidi sulla questione dei nuovi giacimenti petroliferi in Basilicata (Tempa Rossa), vengano tirate fuori dai magistrati di Potenza proprio alla vigilia del referendum del 17 aprile? Ovviamente a questa domanda non è possibile rispondere con certezza, anche se qualche sospetto resta, visto che le intercettazioni risalgono al 2014 e chi sta sfruttando il vantaggio mediatico di tutta questa bufera è il partito del Sì, ovvero di coloro che vorrebbero bloccare le attuali estrazioni in mare di gas metano entro le 12 miglia dalla terraferma. E, guarda caso, il più importante leader del movimento No triv è proprio l’ ex magistrato ed attuale governatore della regione Puglia, Michele Emiliano, il quale sta facendo delle trivelle una battaglia che riguarda poco l’ambientalismo ma è soprattutto di natura politica: ovvero dimostrare che, quantomeno in Puglia, comanda lui e non il governo centrale di Matteo Renzi.
Ecco spiegato come mai su una questione tecnica e sostanzialmente limitata ( visto che si parla solo di una quarantina di piattaforme offshore che estraggono prevalentemente gas e non petrolio, come i referendari ci vorrebbero far credere) si sta creando un vasto movimento d’opinione, supportato da media, organizzazioni ambientaliste, Movimento 5stelle e la stessa minoranza interna al Pd, che sono tutti montati sul carro del “notrivellismo” con l’intento preciso di dare un primo scossone al governo Renzi, il quale sostiene e promuove la politica delle estrazioni italiane. Gli stessi che oggi gridano contro le compagnie petrolifere che starebbero facendo loschi affari in casa nostra e contro la Guidi che avrebbe favorito il suo compagno imprenditore con le rivelazioni telefoniche su Tempa Rossa, in autunno, vedrete, si uniranno in coro per difendere la Costituzione “più bella che c’è” dalle modifiche già approvate in Parlamento, che finalmente ci farebbero uscire dal pantano del vecchio sistema bicamerale.
Ma facciamo solo alcune considerazioni sul Referendum del 17 aprile. Se vinceranno i Sì, alle piattaforme che stanno operando entro le 12 miglia dalla costa verrà impedito di continuare l’ estrazione allo scadere delle loro concessioni, anche se i giacimenti saranno ancora sfruttabili. E’ evidente che in questo modo non si va a votare per bloccare la costruzione di nuovi impianti, già vietata da una legge esistente, ma soltanto per impedire a quelli ora funzionanti di portare a termine le operazioni, privando (scioccamente) il nostro Paese della possibilità di utilizzare risorse energetiche presenti nel suo sottosuolo; risorse che poi bisognerà andare ad acquistare da produttori stranieri, perché ne avremo comunque bisogno per riscaldare le nostre case e accendere gli impianti elettrici che usiamo quotidianamente.
I referendari, sedicenti ecologisti, ci stanno letteralmente inondando sul web di immagini catastrofiste con macchie di petrolio che inquinano i nostri mari e deturpano le bellissime spiagge della Penisola: in realtà, come abbiamo già spiegato, la stragrande maggioranza delle piattaforme in questione estrae gas metano, non petrolio.
Ultima considerazione: non esiste alcuna contraddizione fra lo sviluppo delle rinnovabili e l’estrazione del metano; non c’è dubbio che in futuro ci sarà un uso sempre più significativo delle energie rinnovabili, ma è ovvio che la fase di transizione durerà ancora per qualche decennio ed è impensabile che tutto possa essere fatto dall’oggi al domani.
Di balle sulle trivelle, dunque, ne sono state dette tante. Se poi al fondamentalismo degli ambientalisti italiani si aggiunge anche l’ antirenzismo viscerale dei vari Emiliano sparsi per l’ Italia, dei bersaniani in cerca di rivalsa e delle opposizioni parlamentari, allora si capisce bene come il contenuto del quesito referendario del 17 aprile sia fortemente oscurato da una grande macchia di vischiosa irrazionalità.

Ecco uno degli effetti distorsivi delle concessioni perpetue: nuove trivellazioni entro le dodici miglia da vecchie concessioni.
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Come riportato da Luisiana Gaita sulla versione digitale de Il Fatto Quotidiano il 27 u.s.
Ringrazio Mauro Romanelli per aver segnalato la notizia.
Qui di seguito il testo citato:
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in virtù del mancato raggiungimento del quorum, (si) può realizzare sia la piattaforma Vega B, a largo della costa di Pozzallo, in provincia di Ragusa (da affiancare alla già esistente Vega A), sia il progetto che prevede 4 nuovi pozzi per la piattaforma Rospo Mare B, in Abruzzo. Tutti riguardano l’estrazione di petrolio (…).
Nonostante Vega B avesse già ottenuto l’autorizzazione, infatti, in caso di abrogazione della norma avrebbe fatto fede la data di scadenza della concessione, a dicembre 2022. E non si sarebbero più potuti rilasciare altri titoli entro le 12 miglia. (…) avrebbe avuto solo sei anni di tempo per mettere in piedi la piattaforma, scavare i pozzi ed estrarre. Un affare poco produttivo. Come quello dei nuovi 4 pozzi previsti da collegare alla piattaforma Rospo Mare B, nell’ambito della concessione B.C 8.LF (grazie alla quale già operano tre piattaforme e 29 pozzi). Se non fosse valsa ‘la vita utile del giacimento’, avrebbe avuto tempo fino a marzo 2018 per realizzare nuovi pozzi. Ora (si) potrà agire sine die.
Ecco uno degli effetti distorsivi delle concessioni perpetue: nuove trivellazioni entro le dodici miglia da vecchie concessioni.
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Come riportato da Luisiana Gaita sulla versione digitale de Il Fatto Quotidiano il 27 u.s.
Ringrazio Mauro Romanelli per aver segnalato la notizia.
Renzi medesimo ne ha fatto una bandiera, schierandosi maldestramente per l’astensione. La risposta deve essere quindi conseguente. Andare a votare, SI, NO o scheda bianca. Io ho votato come italiano all’estero un grande SI.
Al referendum di domenica prossima saremo chiamati a rispondere ad una questione molto tecnica. Legislatori responsabili e competenti, ma soprattutto il Governo, che ormai di fatto si è sostituito all’attività del Parlamento, avrebbero dovuto evitare di arrivare a consultazione popolare. Si tratta, infatti, come riportato nell’articolo, di abrogare o meno una legge che estende la concessione di sfruttamento dei giacimenti esistenti entro le dodici miglia nautiche (diciotto chilometri circa) fino ad esaurimento della sorgente. Uno Stato liberale che si limiti a fare il regolatore non dovrebbe dare concessioni perpetue che distorcono il mercato e limitano le garanzie dei cittadini. Questo vale in generale: pensate a quanti altri contesti non vorremmo che fossero date concessioni senza vincoli temporali certi! Per questo, nel merito della questione, voterò SI.
Sono in parte daccordo ci sono molte strumentalizzazioni. L’importante è andare a votare, anche per difendere lo strumento referendario, che è rimasta l’unica parvenza di democrazia in questa povera italietta .