Ma quanti sono i populismi presenti in Italia? Sembravano due (Salvini e Grillo), ma ora è più difficile contarli.
A Napoli, c’è un De Magistris con ambizioni nazionali, che avrebbe i voti per federare la sinistra estrema, in grande difficoltà ovunque e culturalmente distante dal Masianello vesuviano, ma alla ricerca di uno spazio. Non confluirà un Bersani, ma potrebbero esserci elettori che hanno dimenticato la lezione del caso Tzipras e ne sono nostalgici. La legge Severino, che ha spedito “Gigino ‘o manetta” ad amministrare per qualche settimana sui marciapiedi, gli ha fatto certo un gran favore.
Per un populismo che si espande, ci sono però almeno due populismi che sembrano destinati a modificarsi. I 5Stelle sono tentati di tradurre il loro “contro tutti” in vocazione di Governo solitario. Vincendo a Roma, sarebbero costretti a tagliar nastri e fare scelte di responsabilità, andarsi a cercare relazioni senza le quali al Campidoglio non esisti, e quindi è comprensibile che prevalga il grillismo in giacca e cravatta di De Maio. Lontani i tempi della fuga dalla TV e delle proteste sui tetti, lontano forse anche Grillo che tenta di rilanciare le sue invettive ma è sempre più “stanchino”. E pazienza che non si parli più di streaming e decisioni prese sulla rete. Quanto è durata la favola dell’uno che vale uno?
Il fatto è che il populismo prospera quando non è messo alla prova, e dunque questa possibile svolta è un bell’azzardo. Se riesce il “complotto” per far vincere la Raggi la si costringerà al più impossibile dei compiti amministrativi, governare Roma illudendosi che basti chiudere delle buche.
Nell’attesa del governo degli onesti che riscatti gli avvisi di garanzia dei Comuni grillini, sta bene la temporanea alleanza con la Lega, l’altro polo populista che però conosce la realtà, ha avuto per anni il Ministero degli Interni e fatto senza problemi da sostegno a Berlusconi. Tanto è pragmatica, che ha oggi velleità internazionali, altro che isolamento, e ha come icone la Le Pen, Putin e Trump.
I bersagli pentastellati e leghisti sono in fondo gli stessi: le plutocrazie, l’Europa, la Merkel, i banchieri, la finanza. Tipici nemici del popolo. L’alleanza di fatto con i grillini è anomala e fastidiosa per i rispettivi elettorati, antropologicamente molto diversi tra loro, ma per ora, con qualche ipocrisia, basta essere entrambi contro. Viene incoraggiata la politica del dispetto antiRenzi, che durerà almeno fino al referendum di ottobre, poi ciascun per sé.
Certo è che è tramontata l’epoca in cui si diceva che Renzi, con avversari così, poteva governare per 20 anni.
E’ lui stesso che ha messo sul banco l’idea pericolosa (per il PD) del ballottaggio tra i due primi partiti con l’Italicum, e che ha dichiarato di giocarsi tutto al referendum. Una bella tentazione per l’Italia “anti”, che potrebbe saldare insieme astensionisti e protestatari. Basterebbe un picco all’ingiù della crisi economica.
Le perplessità crescono quando Renzi dà l’impressione di cavalcare lui stesso quel populismo (sarebbe il quarto, il più bizzarro, perché di governo) che i professionisti in materia sembrano attenuare. Un bel paradosso.
Ma che senso ha ripetere ad ogni discorso non i motivi strategici di 47 articoli costituzionali modificati, ma che si mandano a casa i politici? E’ roba da 2013, e il perdurare della crisi economica scalda i cuori più di quell’immagine, francamente imbarazzante, del tiro a segno sui parlamentari: “uno su tre è morto” (perché non due, perchè non tre, potrebbero dire gli incontentabili).
Inseguire chi sa fare il mestiere dell’opposizione perché “è” l’opposizione, non porta bene. Lo fece il centrosinistra di Bassanini alla rincorsa del “federalismo” leghista che era di moda, e ne uscì un titolo V che solo ora potremmo modificare. Un bel motivo per il SI, questo più di altri.
Forse il guru USA che è venuto a dare una mano a Palazzo Chigi, è troppo preoccupato da Donald Trump. La comunicazione, Renzi la sa fare anche da solo e sa certamente che proporre l’imitazione accredita l’originale.

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