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PolitiFact e la menzogna dell’anno: il premio sfugge a Trump

Donald Trump ha vinto il “premio” per la menzogna dell’anno nel 2015, 2017, e nel 2019. Quest’anno è stato sconfitto nella graduatoria di PolitiFact, un’agenzia indipendente no profit di fact-checking che valuta la veridicità di dichiarazioni da parte di politici e figure pubbliche. Per il 2025 la situazione è stata talmente complessa che PolitiFact ha deciso di non identificare una menzogna fatta da una persona individuale e conferire il premio a tutto l’anno, dichiarando il 2025 l’anno delle menzogne. Il riconoscimento della menzogna dell’anno è iniziato nel 2009 e nel corso degli anni, oltre a Trump, altri individui molto noti hanno ricevuto “l’onore”. Questi includono Sarah Palin, vice candidata presidenziale repubblicana nel 2008, Mitt Romney, candidato presidenziale repubblicano nel 2012, Barack Obama, presidente USA 2009-2017, e Vladimir Putin.

di Domenico Maceri | 14 Gennaio 2026

Donald Trump ha vinto il “premio” per la menzogna dell’anno nel 2015, 2017, e nel 2019. Quest’anno è stato sconfitto nella graduatoria di PolitiFact, un’agenzia indipendente no profit di fact-checking che valuta la veridicità di dichiarazioni da parte di politici e figure pubbliche. Per il 2025 la situazione è stata talmente complessa che PolitiFact ha deciso di non identificare una menzogna fatta da una persona individuale e conferire il premio a tutto l’anno, dichiarando il 2025 l’anno delle menzogne.

Il riconoscimento della menzogna dell’anno è iniziato nel 2009 e nel corso degli anni, oltre a Trump, altri individui molto noti hanno ricevuto “l’onore”. Questi includono Sarah Palin, vice candidata presidenziale repubblicana nel 2008, Mitt Romney, candidato presidenziale repubblicano nel 2012, Barack Obama, presidente USA 2009-2017, e Vladimir Putin. Nel 2025 però il compito di PolitiFact è diventato molto più complesso considerando l’aumento del numero delle menzogne. Katie Sanders, direttrice di PolitiFact al Poynter Institute for Media Studies, in un’intervista alla Public Broadcasting System (Pbs), ha spiegato la decisione di non premiare una “Menzogna dell’Anno” ma di concedere l’onore a tutto l’anno dichiarando il 2025 “L’anno delle menzogne”.

La Sanders ha spiegato che alcuni candidati per l’onore dell’anno erano stati considerati finalisti. Una è stata l’asserzione di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, che nel mese di luglio ha detto che non esisteva “fame” a Gaza. Un’altra menzogna candidata al premio è stata l’asserzione di Trump che il caso dei file di Epstein era una bufala creata da James Comey, ex direttore dell’Fbi, e gli ex presidenti democratici Obama e Joe Biden. E un’altra candidata al premio anche di Trump che ogni attacco alle imbarcazioni nei Caraibi “salva 25.000 vite americane”.

Per determinare se un’asserzione equivale a menzogna PolitiFact usa diverse strategie che includono l’inaccuratezza, le omissioni, la manipolazione volontaria, e le teorie di complotto. Si considerano anche ambedue ideologie politiche in Usa per mantenere la loro obiettività. Ecco come si spiega il fatto che oltre a Obama anche nomi di spicco del Partito Democratico come Hakeem Jeffries, leader dei democratici alla Camera, e il governatore dell’Illinois J. B. Pritzker, sono anche stati considerati per alcune asserzioni non veritiere. Il problema però è il numero delle asserzioni del presidente Usa che ne spara a raffica e PolitiFact non ha le risorse per esaminarle tutte. Da ricordare che il Washington Post fece proprio questo con Trump nel suo primo mandato dal 2017 al 2021. Furono calcolate 30 mila asserzioni che entravano nella categoria di menzogne o asserzioni fuorvianti.

Trump ha usato l’espressione “iperbole veritiera” nel suo libro del 1987 “The Art of the Deal” per chiarire le sue asserzioni sproporzionate come “una forma innocente di esagerazione” ma anche come “forma efficace di comunicare”. Quindi ciò ci spiega un po’ le sue costanti sparate. Rispondendo a una richiesta di PolitiFact dove si trova la linea di demarcazione tra “iperbole veritiera” e “asserzioni false” la Casa Bianca ha risposto raggirando la domanda. La portavoce di Trump Kush Desai ha detto che “la fiducia degli americani sui media è ai livelli più bassi” e che per quanto riguarda la “disinformazione i media dovrebbero guardarsi allo specchio invece di dirigere il loro dito al presidente Trump”. La Desai non ha tutti i torti poiché la fiducia degli americani sui media si trova al 28 percento anche se bisogna notare che tante altre istituzioni non ricevono voti migliori.

Nell’intervista alla Pbs la Sanders ha chiarito che la disinformazione non viene semplicemente dalla Casa Bianca, additando a un altro grave pericolo: l’uso dell’intelligenza artificiale per creare immagini e contenuti fuorvianti, creando dubbi su ciò che è reale o no. Ha completamente ragione. L’ascesa delle piattaforme e delle reti sociali hanno creato una cacofonia di messaggi permettendo a chiunque di pubblicare notizie potenzialmente credibili ma spesso impossibili da verificare o almeno richiedenti di un po’ di ricerca per determinare la veridicità. Uno dei problemi è ovviamente che anche i media tradizionali fanno anche uso delle piattaforme e reti sociali per divulgare i loro contenuti mescolando informazioni legittime con altre potenzialmente false o fuorvianti che sfuggono al fact-checking. Più prevalgono questi tipi di notizie più mettono in pericolo la realtà condivisa che ci permette di agire a partecipare nel sistema democratico. Ci vorrebbero regole ma ai regimi autoritari e altri aspiranti tali stabilire queste regole non entra nemmeno nella discussione. Il lavoro di PolitiFact e altre agenzie di fact-checking continuerà a divenire sempre più difficile erodendo sempre più le democrazie.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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