Non può essere né “privatizzata” né subalterna ai poteri economici.

È stato sottolineato che il finanziamento da parte dello Stato può trovare giustificazione legale in quanto i partiti non sono delle semplici associazioni di diritto privato, essendo un elemento fondamentale del collegamento tra i cittadini e le istituzioni pubbliche, così come avevano immaginato i padri costituenti, inserendo l’art. 49 nella nostra Carta fondamentale: secondo Costantino Mortati è “nei partiti che si preparano i cittadini alla vita politica e si dà modo ad essi di esprimere organicamente la loro volontà;è nei partiti che si selezionano gli uomini che rappresenteranno la nazione nel Parlamento” e per Piero Calamandrei i partiti “sono le fucine in cui si forma l’opinione politica e in cui si elaborano le leggi”.
Come non registrare la distanza siderale tra la politica democratica nel dopoguerra, con i partiti di “massa”, nello scenario delle ideologie “forti” del ‘900, con i loro milioni di voti, i loro dirigenti, attivisti e strutture e l’odierna solitudine delle masse abbandonate all’insicurezza economica, che per reagire a partiti percepiti, giustamente, come luoghi dove regna sovrana la casta per la tutela degli interessi di pochi privilegiati, si rifugiano nel disincanto, nell’astensione o nei movimenti dell’ “antipolitica”, unici luoghi per esercitare la partecipazione democratica.
Appare chiaro che, anche alla luce dell’esperienza comparata negli altri paesi di tradizione liberaldemocratica, per fare uscire dal degrado in cui versano i partiti oggi giorno, non basta riformare il sistema del finanziamento pubblico (anche se è stato “ingaggiato” per affrontare questo problema il “dottor Sottile”) né una disciplina legislativa di regolamentazione delle loro attività e neppure una nuova legge elettorale, la quale dalle notizie che filtrano dai conciliaboli del nuovo “compromesso storico” imposto dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale Europea e, soprattutto, dai mercati finanziari a sostegno del governo di Mario Monti, potrebbe essere ancora peggio del “Mattarellum” e del “Porcellum”.
Il problema, invero di difficile risoluzione, non può essere la forma della politica, i contributi, la disciplina delle formazioni politiche, il sistema elettorale, ma la sua sostanza.
Una politica non “privatizzata”, non subalterna ai poteri economici internazionali e al mercato, ma in grado di riaffermare i valori di sovranità rispetto agli altri poteri. Per fare ciò, bisogna partire dalla selezione del ceto politico. Il grande sociologo tedesco Max Weber osservò opportunamente, nel quadro delle teorie delle élites, che bisogna distinguere tra coloro che vivono “per la politica”, per i quali essa è una vocazione, da quelli che vivono “di politica”, intesa cioè come un mestiere, che secondo l’economista austriaco Joseph Schumpeter degenera in quell’ “interesse di gruppo” che ha prodotto le attuali cesure tra i cittadini e la rappresentanza politica in Italia, aggravata dalla mancanza di ancoraggi ideologici.

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