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Politica in stallo economia in crisi

Quel che ne consegue è la paralisi, e buon per noi che la Borsa e lo spread fanno finta di scambiarla per stabilità, che è il bene più importante per l’economia. Ma fino a quando?

di Beppe Facchetti | 3 Febbraio 2020

L’alternarsi frenetico di appuntamenti elettorali con esiti contraddittori, ha dunque prodotto un bel pasticcio istituzionale. Il più grande gruppo parlamentare italiano è evaporato e il suo alleato minore è ora diventato maggiore. Persino il cespuglio LEU è più solido dei 5Stelle. Contemporaneamente e per ora, il partito più visibile e in assoluto protagonista, la Lega, ha fatto grandi passi avanti, raddoppiando o triplicando i consensi, ma è considerato oggettivamente perdente.

Un quadro irragionevole, ma che consente a tutti di avere una quota di ragione. Il Governo si rinfranca, ed è giusto, perché poteva andar peggio, ma l’opposizione non ha torto quando mette il dito sulla piaga di una maggioranza imperniata su un partito-fantasma.

Quel che ne consegue è la paralisi, e buon per noi che la Borsa e lo spread fanno finta di scambiarla per  stabilità, che è il bene più importante per l’economia. Ma fino a quando?

Dopo un Ferragosto di gran lavoro, la politica ha sfornato solo una legge di Bilancio piccola piccola e molti rinvii. Persino il Milleproroghe è in proroga.

Siamo in surplace. L’ultimo rinvio è stato faticosamente concordato su un tema non proprio da poco, addirittura la liquidazione di tre secoli di garantismo liberale, trasformando la prescrizione in una condanna a vita. Tutte le altre promesse sfornate nei mesi di attesa del verdetto emiliano sono già rimangiate. Il PD ripensa al suo ripensamento sul partito da ripensare. La Lega riflette sul bivio tra moderazione ed estremismo. Campanelli da suonare o Governatori altrui da eleggere? Dubbio importante, visto che vincere in tante Regioni ha solo prodotto presidenti berlusconiani o meloniani, salvo in un caso, la Sardegna, ora in crisi e in attesa sempre di provvedimenti per il pecorino.

Quanto ai 5Stelle, con un capo politico in fuga e il suo sostituto in piena euforia da pieni poteri (ma senza aver avuto ancora il viatico della Casaleggio ed Associati), possono contare solo sulla benevolenza strana strana del PD, che si tiene il reddito e quota 100 ed esita persino sui decreti sicurezza, tentato dal suggerimento di D’Alema, come se il caso Corbyn (fine dei Lab britannici) non fosse accaduto.

Anche per i pentastellati, comunque, un bel rinvio, e cioè niente Stati Generali. Peccato, perché fare un Congresso con altro nome sarebbe stato l’ultimo omaggio del “nuovi” alla tanto vituperata vecchia politica. Nel giro di pochi mesi, infatti, gli esegeti del vaffa agli altri hanno esaurito tutto il repertorio: correnti, litigi, fuoriuscite senza pagare il conto, verifiche, rimpasti, fase uno e fase due, conquiste del sottogoverno e delle nomine tv, uno non vale uno…

E tutto, senza accorgersi che la politica non è mai né nuova né vecchia. Ha regole immutabili e alcune di queste sono obbligatorie. Facile declamare il nuovismo (il termine è di Sartori), difficile mantenere promesse troppo ardite. In un’epoca così veloce, il paragone tra attese e risultati è più facile da fare. Qui è caduta la mitologia 5Stelle, che aveva raccontato la sua diversità come se avesse la bacchetta magica, per cui sfruttava uno dei più grossi pericoli della democrazia: quello del “proviamo anche questi, peggio non saranno”. In un’epoca in cui occorre più competenza, una volta persa quella dell’onestà, la ricetta della semplicità.

In meno di due anni, calo del Pil dal 1,6 allo zero virgola, spread ancora doppio di quello di Paesi in coda, Whirpool risolta tre volte e ora chiusa, Ilva e Autostrade affidate agli avvocati, politica internazionale di gaffe e isolamenti, incerti tra tentazioni antieuropee e invidie autocratiche. E per fortuna che qualcuno ha tenuto duro sui vaccini e altre superstizioni. Intendiamoci: tutte cose difficili per chiunque, anche i più bravi, ma che richiedono appunto più e non meno capacità, certo non semplificazioni o scuse complottistiche.

Ora, però, sarebbe il caso di cambiare rotta, di dare soluzioni, perché l’economia non aspetta e persino il virus cinese la indebolisce. Facciamo presto, altrimenti tra poco riparte il grido: fermi tutti, che ci sono le elezioni nelle Marche!

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, borsa, crisi, democrazia, diversità, elezioni, governo, lavoro, lega, pd, provvedimenti

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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