Gentile redazione,
penso sia ora che il dibattito sull’intreccio tra politica e economia, che prende vigore ogni volta che emerge un fatto di cronaca tipo Unipol-BNL o BPI, giunga a termine, si arrivi cioè a decisioni che siano risolutive. I fatti di questi ultimi giorni lo hanno dimostrato di nuovo: tra politica ed economia c’è un legame insano che non rispetta ruoli e competenze, ma tende piuttosto a creare opportunità al riparo dalla concorrenza, ovvero indebiti vantaggi competitivi e coperture per azioni spericolate o addirittura illecite per l’imprenditore e adeguati ritorni economici per il politico.
Probabilmente tale legame è stato costruito dalla nostra storia e non è addebitabile a nessuno in particolare, ma penso si possa dire che oggi riguarda tutti coloro che gestiscono un potere, elettivo o di nomina che sia, generato dalla politica ed è talmente stretto e radicato che per districarlo servono azioni fuori dall’ordinario. Purtroppo ho paura che la classe politica del nostro paese sia compromessa nel suo complesso e sia pertanto incapace di operare i cambiamenti necessari e che perciò la prima cosa da fare sia cambiare gli uomini e le donne ai posti di comando con la contemporanea introduzione di regole nuove. Ma credo anche che nessuno e niente cambierà se questa “benedetta” nuova classe politica, o per meglio dire, aspirante tale, non si propone con idee e programmi nuovi all’elettorato. Questo è l’unico modo perché, mi pare chiaro, il ricambio non è possibile dall’interno dei partiti in quanto questi devono rispondere alle stesse logiche di sempre che rimangono identiche chiunque li diriga; forse i rapporti partito-economia-istituzione sono degenerati al punto che non si sa più chi comanda, quando proprio questa è la cosa che deve essere chiara e pacifica: sapere chi comanda. Per inciso e a proposito di questi aspetti, pongo la domanda: ma se Fazio si fosse dimesso senza tante storie, gli affari BPI e Unipol-BNL sarebbero venuti a galla lo stesso? Chiuso l’inciso che per la verità adombra ipotesi inquietanti e tornando al tema, per poter procedere alla redazione delle nuove regole si dovrebbe operare una scelta preliminare. Bisogna stabilire cioè se sia meglio realizzare una netta separazione tra politica ed economia con un sistema di “filtri”, di diaframmi e di “paletti” che operi già dall’individuazione dei candidati e, analogamente a come si attua la separazione tra i diversi poteri dello stato, funzioni anche dopo l’elezione. Oppure se sia preferibile far emergere alla luce del sole i rapporti tra i nostri due soggetti in modo che il “dare” e l’”avere” tra di loro sia chiaro e conosciuto dall’elettore che potrà così scegliere in piena coscienza e consapevolezza. Personalmente propendo per la prima ipotesi perché la ritengo quella più difendibile sul piano dell’etica e delle misure repressive, ma non considero l’altra, decisamente più pragmatica, da rigettare a priori.
Cordiali saluti.
Danilo Di Mambro

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