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Politica e tecnologia: un’emergenza culturale

Senza che ce ne rendessimo conto, l’applicazione della tecnologia ad ogni sfera della nostra vita ha plasmato l’immaginario collettivo e i concetti alla base delle teorie politiche classiche.In un’intervista a Che Fare, Emanuele Coccia, filosofo quarantenne e professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, afferma che «in certe facoltà umanistiche dovrebbe entrare qualcuno urlando: uscite di qui, state sognando i sogni dei vostri nonni!” e quando l’intervistatore domanda se, all’interno del rapporto tra popolo ed élite, si sente assediato in quanto élite, lui risponde: «mi sento assediato semmai da colleghi che si trascinano dietro saperi nati nel diciannovesimo secolo e mai aggiornati. Vanno in giro con un taccuino a parlare con le persone, ignorando che esistono i Big Data”.
Le parole di Coccia danno il senso dell’emergenza culturale in cui ci troviamo che si acuisce ancor di più se consideriamo che le Università sono (o erano) il deposito dei saperi degli Stati da cui la politica accinge (o accingeva) per la formazione del Discorso politico e delle ideologie partitiche.
Senza che ce ne rendessimo conto, l’applicazione della tecnologia ad ogni sfera della nostra vita ha plasmato l’immaginario collettivo e i concetti alla base delle teorie politiche classiche. Tant’è vero che è impossibile oggi rispondere a domande quali: che cosa significa essere liberi di esprimersi o di agire? Che cos’è la legge? Che cos’è la democrazia rappresentativa? Che cos’è la giustizia? Senza considerare l’enorme impatto della tecnologia.
Come possiamo definire che cosa significa avere libertà di espressione senza considerare il fatto che tutti i nostri discorsi sono mediati dalle piattaforme tecnologiche che determinano cosa è lecito dire e cosa no? Un’inchiesta del The Guardian ha rivelato come secondo Facebook, che conta 2 miliardi di utenti, sia illecito postare “someone shoot Trump” perché il Presidente di uno Stato è da considerarsi categoria protetta, mentre sia consentito pubblicare “to snap a bitch’s neck, make sure to apply all your pressure to the middle of her throat” o “kick a person with red hair”. O ancora, postare video raffiguranti l’aborto è apparentemente lecito, ma non se c’è del nudo.
Dunque la domanda è: decidere le regole di svolgimento del dibattito pubblico è una questione politica oppure da demandare ad aziende private? Non si tratta semplicemente della nostra individuale libertà di espressione ma del fatto che chi controlla il flusso delle informazioni controlla la nostra percezione di ciò che è giusto e ingiusto, vero e falso.
Come si può definire oggi che cos’è la Legge senza considerare la Digital Law? Il Decreto Semplificazione divenuto legge il 7 febbraio 2019, introduce la validità giuridica degli Smart Contract, linee di codice informatico basate su protocollo blockchain in grado di eseguire clausole contrattuali senza il necessario intervento delle parti. La Digital Law, di cui gli Smart Contract sono solo un esempio, è una legge che si auto-applica e non necessita delle forze dell’ordine tradizionali; applicandosi in tempo reale obbliga i cittadini a non infrangere la legge piuttosto che imporre sanzioni a posteriori e in ultimo, è adattiva, ossia si modifica in relazione all’ambiente esterno. Ciò rivoluziona il modo di rapportarsi tra le persone e stravolge il concetto di responsabilità morale classico (una legge governata dal software non permette l’infrazione e dunque la scelta tra l’essere un buon cittadino o meno). Inoltre, l’applicazione di queste tecnologie introduce nuove sfide eminentemente politiche come “l’esigenza di proteggere tutte quelle proiezioni della persona all’interno del mondo virtuale, cui il soggetto accede attraverso un’identità digitale”.
Si può parlare oggi di democrazia rappresentativa e di partecipazione senza attribuire alle piattaforme un ruolo di fondamentale importanza? La piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle, nonostante i problemi di governance, è a tutti gli effetti un esperimento di democrazia diretta e partecipata che avvicina i cittadini al processo di decision-making e ai rappresentanti del proprio partito. Lex Europa, Lex Parlamento e Lex Regioni sono applicazioni che permettono a tutti i cittadini iscritti alla piattaforma di partecipare al processo decisionale inserendo contributi categorizzati come: “Integrazione”, “Modifica”, “Obiezione”, “Suggerimento” o “Vizio di forma”. Altri esempi di piattaforme di democrazia partecipata, questa volta non partitiche ma istituzionali, sono tra le tante Decide Madrid e Decidi Torino.
Passando all’ultima questione, il concetto di giustizia è sempre più plasmato dal potere predittivo degli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning. In particolare, se consideriamo per esempio la sfera della criminalità esiste una disciplina chiamata predictive policing che permette da un lato, di prevedere con quale grado di probabilità un soggetto possa trasformarsi in potenziale criminale o, se ha precedenti, con quale grado di probabilità può essere recidivo. Dall’altro, di prevedere quali aree geografiche sono maggiormente a rischio di criminalità consigliando alla polizia dove investire risorse.
Per fare un esempio pratico di applicazione della polizia predittiva, si può citare un caso americano. Nel processo Wisconsin vs Loomis il sistema Compass (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions) dopo aver analizzato le risposte date dall’imputato in sede giudiziale, ha espresso il giudizio di soggetto con elevata probabilità di recidiva condizionando la scelta del giudice, il quale ha applicato una sentenza più severa. Il paradosso consiste nel fatto che gli algoritmi di Compass sono protetti da segreto commerciale, il che significa che non è stato possibile per l’imputato conoscere i motivi della scelta del software. Ciò contraddice e rivoluziona il concetto di libertà repubblicana secondo cui libero è colui che è soggetto alle leggi: ma chi dà ad un algoritmo, per giunta opaco, valenza di legge?
Questi sono solo alcuni degli esempi che rispondono alla domanda: perché la politica deve occuparsi di tecnologia? In definitiva, come abbiamo visto si tratta della ridefinizione dei concetti chiave su cui fino ad oggi si è basata la nostra democrazia. Il dibattito italiano invece, salvo alcuni spiragli di luce, sembra fermo a “quei saperi nati nel diciannovesimo secolo e mai aggiornati” di cui parlava Coccia.
Da qui l’idea di organizzare un workshop di due giorni su Blockhain e Intelligenza Artificiale per la politica, in grado di fornire a professionisti della politica, imprenditori, manager aziendali, appassionati di innovazione tecnologica gli strumenti necessari per interpretare e guidare il cambiamento nel prossimo futuro.
Stefano Consonni (lavocemetropolitana.it)

di Stefano Consonni | 18 Febbraio 2019

In un’intervista a Che Fare, Emanuele Coccia, filosofo quarantenne e professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, afferma che «in certe facoltà umanistiche dovrebbe entrare qualcuno urlando: uscite di qui, state sognando i sogni dei vostri nonni!” e quando l’intervistatore domanda se, all’interno del rapporto tra popolo ed élite, si sente assediato in quanto élite, lui risponde: «mi sento assediato semmai da colleghi che si trascinano dietro saperi nati nel diciannovesimo secolo e mai aggiornati. Vanno in giro con un taccuino a parlare con le persone, ignorando che esistono i Big Data”.

Le parole di Coccia danno il senso dell’emergenza culturale in cui ci troviamo che si acuisce ancor di più se consideriamo che le Università sono (o erano) il deposito dei saperi degli Stati da cui la politica accinge (o accingeva) per la formazione del Discorso politico e delle ideologie partitiche.

Senza che ce ne rendessimo conto, l’applicazione della tecnologia ad ogni sfera della nostra vita ha plasmato l’immaginario collettivo e i concetti alla base delle teorie politiche classiche. Tant’è vero che è impossibile oggi rispondere a domande quali: che cosa significa essere liberi di esprimersi o di agire? Che cos’è la legge? Che cos’è la democrazia rappresentativa? Che cos’è la giustizia? Senza considerare l’enorme impatto della tecnologia.

Come possiamo definire che cosa significa avere libertà di espressione senza considerare il fatto che tutti i nostri discorsi sono mediati dalle piattaforme tecnologiche che determinano cosa è lecito dire e cosa no? Un’inchiesta del The Guardian ha rivelato come secondo Facebook, che conta 2 miliardi di utenti, sia illecito postare “someone shoot Trump” perché il Presidente di uno Stato è da considerarsi categoria protetta, mentre sia consentito pubblicare “to snap a bitch’s neck, make sure to apply all your pressure to the middle of her throat” o “kick a person with red hair”. O ancora, postare video raffiguranti l’aborto è apparentemente lecito, ma non se c’è del nudo.

Dunque la domanda è: decidere le regole di svolgimento del dibattito pubblico è una questione politica oppure da demandare ad aziende private? Non si tratta semplicemente della nostra individuale libertà di espressione ma del fatto che chi controlla il flusso delle informazioni controlla la nostra percezione di ciò che è giusto e ingiusto, vero e falso.

Come si può definire oggi che cos’è la Legge senza considerare la Digital Law? Il Decreto Semplificazione divenuto legge il 7 febbraio 2019, introduce la validità giuridica degli Smart Contract, linee di codice informatico basate su protocollo blockchain in grado di eseguire clausole contrattuali senza il necessario intervento delle parti. La Digital Law, di cui gli Smart Contract sono solo un esempio, è una legge che si auto-applica e non necessita delle forze dell’ordine tradizionali; applicandosi in tempo reale obbliga i cittadini a non infrangere la legge piuttosto che imporre sanzioni a posteriori e in ultimo, è adattiva, ossia si modifica in relazione all’ambiente esterno. Ciò rivoluziona il modo di rapportarsi tra le persone e stravolge il concetto di responsabilità morale classico (una legge governata dal software non permette l’infrazione e dunque la scelta tra l’essere un buon cittadino o meno). Inoltre, l’applicazione di queste tecnologie introduce nuove sfide eminentemente politiche come “l’esigenza di proteggere tutte quelle proiezioni della persona all’interno del mondo virtuale, cui il soggetto accede attraverso un’identità digitale”.

Si può parlare oggi di democrazia rappresentativa e di partecipazione senza attribuire alle piattaforme un ruolo di fondamentale importanza? La piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle, nonostante i problemi di governance, è a tutti gli effetti un esperimento di democrazia diretta e partecipata che avvicina i cittadini al processo di decision-making e ai rappresentanti del proprio partito. Lex Europa, Lex Parlamento e Lex Regioni sono applicazioni che permettono a tutti i cittadini iscritti alla piattaforma di partecipare al processo decisionale inserendo contributi categorizzati come: “Integrazione”, “Modifica”, “Obiezione”, “Suggerimento” o “Vizio di forma”. Altri esempi di piattaforme di democrazia partecipata, questa volta non partitiche ma istituzionali, sono tra le tante Decide Madrid e Decidi Torino.

Passando all’ultima questione, il concetto di giustizia è sempre più plasmato dal potere predittivo degli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning. In particolare, se consideriamo per esempio la sfera della criminalità esiste una disciplina chiamata predictive policing che permette da un lato, di prevedere con quale grado di probabilità un soggetto possa trasformarsi in potenziale criminale o, se ha precedenti, con quale grado di probabilità può essere recidivo. Dall’altro, di prevedere quali aree geografiche sono maggiormente a rischio di criminalità consigliando alla polizia dove investire risorse.

Per fare un esempio pratico di applicazione della polizia predittiva, si può citare un caso americano. Nel processo Wisconsin vs Loomis il sistema Compass (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions) dopo aver analizzato le risposte date dall’imputato in sede giudiziale, ha espresso il giudizio di soggetto con elevata probabilità di recidiva condizionando la scelta del giudice, il quale ha applicato una sentenza più severa. Il paradosso consiste nel fatto che gli algoritmi di Compass sono protetti da segreto commerciale, il che significa che non è stato possibile per l’imputato conoscere i motivi della scelta del software. Ciò contraddice e rivoluziona il concetto di libertà repubblicana secondo cui libero è colui che è soggetto alle leggi: ma chi dà ad un algoritmo, per giunta opaco, valenza di legge?

Questi sono solo alcuni degli esempi che rispondono alla domanda: perché la politica deve occuparsi di tecnologia? In definitiva, come abbiamo visto si tratta della ridefinizione dei concetti chiave su cui fino ad oggi si è basata la nostra democrazia. Il dibattito italiano invece, salvo alcuni spiragli di luce, sembra fermo a “quei saperi nati nel diciannovesimo secolo e mai aggiornati” di cui parlava Coccia.

Da qui l’idea di organizzare un workshop di due giorni su Blockhain e Intelligenza Artificiale per la politica, in grado di fornire a professionisti della politica, imprenditori, manager aziendali, appassionati di innovazione tecnologica gli strumenti necessari per interpretare e guidare il cambiamento nel prossimo futuro.

Stefano Consonni  (lavocemetropolitana.it)

Pubblicato in : Primo pianoTag: 5 stelle, democrazia, discorso, espressione, europa, futuro, governance, importanza, mondo, movimento, parigi, parlamento, percezione, persone, polizia, processo

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