Nel prodotto d’arte si pretende di trovare – ed è ciò che potrebbe distinguerlo da ciò che arte non è – una lettura, una intrapresa originale, profondamente legata alla sensibilità e alla cultura – prima che alla capacità tecnica dell’artista.
L’arte per l’arte, scrive Roger Scruton ne “La bellezza”, significa che “un’opera d’arte che si sforza di edificare il suo pubblico, che scende dal vertice della bellezza pura per fare sua una qualche causa sociale o didattica, offende l’autonomia dell’esperienza estetica, scambiando i valori intrinseci per valori strumentali e perdendo qualsiasi pretesa possa avere avuto nei confronti della bellezza”. Questo vuol dire che un’opera d’arte non possa avere un movente? E ciò è diverso dall’ipotesi in cui l’opera sia voluta o dovuta per la realizzazione di uno scopo che non sia l’opera stessa? Esemplificando: “voglio trasmettere l’intensità, tutta la bellezza di un campo in primavera” è mozione distinta da “voglio dipingere un bel campo di primavera per ammonire che esso non deve essere inquinato”? L’impulso creativo appare gravido di una attenzione ‘ontica’, di una dedizione pressoché assoluta al proprio oggetto: questo approccio non consentirebbe distrazioni di sorta perché sarebbero incompatibili con un’esperienza artistica autentica. Quindi una intenzione esterna, precedente o comunque avulsa, estranea all’atto, all’intuizione, al lavorìo che ne segue, sarebbe capace, laddove si inserisse nel processo creativo, di rettificarlo, di snaturarlo; per fare dell’opera, al più, un prodotto di buona fattura tecnica.
Nel prodotto d’arte si pretende di trovare – ed è ciò che potrebbe distinguerlo da ciò che arte non è – una lettura, una intrapresa originale, profondamente legata alla sensibilità e alla cultura – prima che alla capacità tecnica dell’artista. L’atto o il processo creativo, beninteso, sarà anche ‘voluto’ razionalmente, ma questa volizione dovrà essere e intendersi come parte costitutiva, consustanziale ad esso – giammai scaturente altrove.
C’è qualcosa di intangibile, di incommensurabile nella disposizione dell’artista, che ha a che fare con il suo sguardo sulle cose, con la sua verità del mondo, con la sua percezione e interpretazione dell’esistenza; una vena profonda, naturale, in certo modo incomprimibile, un impasto di razionalità e irrazionalità, di esperienza e cultura, di osservazione e di sogno, che io chiamo ‘poesia’. Credo che sia la poesia il quid pluris della esperienza artistica, ma sia chiaro: con esiti anche imprevisti – almeno per la concezione volgare che di essa si coltiva (che definirei “poetismo”) – che includono un bello controverso, alienazione, smarrimento e disincanto, al netto di ogni sentimentalismo (che non è poesia bensì una, anche qui, ‘distrazione’ da essa) e senza dover necessariamente ‘esibirlo’ – il proprio fondo poetico; per arrivare persino ad una frantumazione ri-modellazione delle forme, ad un’arte sublimata, concettuale. Dove la poesia si cela, si mimetizza, talvolta, abilmente.
E’ a questo livello che l’arte connette a distanza, ‘senza fili’, uomini di epoche e di culture disparate, un piano nobile in cui si celebra, puntualmente, una corrispondenza di sensibilissimi (mi si perdoni il bisticcio) sensi. La purezza di un’intenzione si mostra e si riconosce come tale in ogni tempo, ha attitudine all’eternità: così la poesia (e, dunque, l’arte) unisce gli uomini, almeno quanto la storia li divide.

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