Sempre più spesso assistiamo a messe in scena e a regie deliranti che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario dell’opera né, tantomeno, con la volontà del compositore e dei librettisti.
Esibizionismo, egocentrismo, voglia di stupire e di provocare, manie di onnipotenza supportate da direttori artistici compiacenti e da un pubblico sempre più frequentemente rassegnato a subire, inerme, a simili sproloqui.
Quando ciò non accade non possiamo che stupircene piacevolmente e ringraziare chi sceglie una via più onesta di raccontare le emozioni che quell’opera ha suscitato in lui.
È sicuramente il caso di questa Rondine che il teatro Verdi di Pisa ci ha proposto in questo nuovo allestimento coprodotto con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e l’Opéra Théȃtre de l’Eurométropole de Metz.
Vale la pena ricordare che La Rondine, a Pisa, è andata in scena solo due volte: nel 1981 con la direzione del M° Massimo de Bernart che ha visto il debutto dell’Orchestra Regionale Toscana, e nel 2015 in una produzione del Teatro del Giglio di Lucca del 2008 nata per festeggiare i 150 anni dalla nascita di Puccini, diretta dal M° Massimiliano Stefanelli, ancora una volta con l’Orchestra Regionale Toscana.
Rondine è un’opera “difficile”, spesso giudicata erroneamente una “figlia minore” di Puccini: nasce in un contesto storico complesso, cresce tra operetta ed opera, sente fortemente il carico emotivo di un Puccini che s’interroga sul proprio ruolo di compositore e di uomo. Ciò che ne viene fuori è una nostalgica storia di sogni infranti, di realtà verso le quali non si può sfuggire, di destini che fanno incrociare per un attimo persone affini per poi allontanarle bruscamente trascinate nel gorgo della quotidianità.
Rondine è l’opera del “vorrei”, del “se fosse” dell’incanto di un attimo infinito che lascia il posto ad un dolore sconfinato. In qualche modo l’opera sta tutta in quel confronto tra Prunier e Magda del primo atto:
[PRUNIER] Ch’il bel sogno di Doretta poté indovinar? / Il suo mistero nessun, nessun mai lo scoprì! / Un bel giorno, il re la bimba volle avvicinar: / “Se tu a me credi / Se tu a me cedi / Ti farò ricca! / Ah! creatura! / Dolce incanto! / La vana tua paura / Il tepido tuo pianto / Ora sparirà”/ “No, mio sire! / No, non piango! / Ma come son’, rimango / Che l’oro non può dare / La felicità” –
[MAGDA] Perché non continuate?
[PRUNIER] Il finale mi manca. Se voi l’indovinate, vi cedo la mia gloria!
[MAGDA] La conquista mi tenta, e la semplice istoria!
Chi il bel sogno di Doretta poté indovinar? / Il suo mister come mai, come mai finì? / Ahimè! un giorno uno studente in bocca la baciò / E fu quel bacio / Rivelazione: / Fu la passione! … / Folle amore! / Folle ebbrezza! /Chi la sottil carezza / D’un bacio così ardente / Mai ridir potrà? / Ah! mio sogno!… / Ah! mia vita!
Che importa la ricchezza / Se alfin è rifiorita la felicità! … / O sogno d’or / Poter amar così!
Quanta malinconia nella musica che accompagna quelle parole… Sembra quasi che, scrivendola, Puccini abbia per un attimo visto in una sorta di flashback la sua vita e, nonostante i successi accumulati con le sue opere, abbia rimpianto una parte di sé che si era perduta.
Questa struggente melanconia è ottimamente resa, scenicamente, da Benito Leonori, aiutato dalle luci di Patrick Méeüs, nell’ambientazione in un vecchio teatro decadente dove tutto mostra il segno del tempo e dell’incuria ad esclusione del palcoscenico: là, ogni cosa è ancora possibile, anche dar vita ad un sogno per il tempo effimero di una recita per poi tornare nell’ombra.
A rendere più suggestiva la scena i costumi realizzati da Giovanna Fiorentini che ricordano la Belle Époque con un tocco di gusto moderno.
In quel luogo si muovono i personaggi egregiamente guidati dalla attenta e delicata regia di Paul-Émile Fourny che così commenta quest’opera: “La Rondine di Giacomo Puccini è tutto il contrario di ciò ch’essa avrebbe dovuto essere. Nel momento in cui il compositore cerca di realizzare all’interno della sua opera un cambiamento, nel senso di una trasformazione radicale, ecco che quest’opera ne abbraccia il significato primo e completo: un ritorno agli antichi soggetti, ai personaggi e alle ambientazioni del passato. (…) Il linguaggio di Puccini opera nella Rondine una capriola, diremmo. Che cosa allora dovremmo fare con questo lavoro nel nostro tempo? Questa è la domanda che ci siamo posti con i Maestri. La scelta è quindi caduta su un tema estremamente poetico e simbolico per la scenografia così come per i costumi. Con questo allestimento desideriamo apportare alla storia un complemento drammaturgico bello, immaginario e sincero, come uno scrigno che possa in qualche modo rendere giustizia alla partitura”.
A rendere ancor più magica la serata, la bacchetta di Valerio Galli che ha diretto l’Orchestra Arché in modo eccellente rendendo ogni più piccola sfumatura della partitura con eleganza e professionalità dimostrando di saper utilizzare al meglio l’organico musicale a sua disposizione. Un omaggio degno verso Puccini di cui si ricorderà il centenario della morte nel prossimo 2024 e nei confronti del quale i teatri stanno predisponendo delle stagioni a lui dedicate di cui queste proposte sono dei significativi prodromi.
Degno di tanta direzione, anche il cast si è rivelato capace di assolvere al non facile ruolo di cantanti-attori: duplice plauso non solo per le capacità canore ma per aver dato credibilità a questi personaggi offrendo di loro personalità compiute e non macchiettistiche o grottesche.
Al debutto nel ruolo, Claudia Pavone ha dato di Magda una suggestiva interpretazione grazie ad una voce adatta a quel ruolo e alla capacità di trasmettere i diversi stati emotivi nel corso dello scorrere della storia. Apprezzabile la scelta di affidare il ruolo di Prunier a Vassily Solodkyy dal timbro più scuro rispetto all’altro tenore, Matteo Falcier, che dà voce a Ruggero; in fondo se Ruggero è freschezza, ingenuità, purezza, Prunier, che pure rincorre l’amore come luogo di abbandono e di leggerezza, resta un personaggio “ombroso” che si dà un tono nei salotti per nascondere una introversione esistenziale con la quale fatica a fare i conti. Sia l’uno che l’altro mostrano padronanza di voce e grande personalità dando ai loro personaggi spessore e credibilità.
Tutta la simpatia, la malizia, la voglia di vivere che Puccini mette nel personaggio della cameriera Lisette, Maria Laura Iacobellis riesce a trasmetterli con la sua voce che agevolmente ne segue il profilo sottolineandone le diverse sfaccettature.
Decisamente interessante il Rambaldo di Francesco Verna sia dal punto di vista vocale che attoriale: un personaggio di grande spessore che il baritono siciliano interpreta con una malinconica solennità quasi a dire come quella commedia che vive e vede, ben la conosce e non lo turba.
Ancora una volta abbiamo apprezzato l’effetto d’assieme equilibrato e convincente anche nei personaggi che fanno da corollario ai protagonisti: voci giovani o meno giovani ma capaci di stare nella parte e di dare una positiva prova nei rispettivi ruoli. Ricordiamo così Tommaso Corvaja (Crébillon), Giorgio Marcello (Périchaud), Mentore Siesto (Gobin) per le voci maschili, mentre Michela Benedetta Corti (Yvette), Michela Mazzanti (Suzy) e Sevilay Bavoz (Bianca) sono state ironiche e brillanti come i loro personaggi richiedono.
Una nota di plauso va anche al M° Marco Bargagna che ha ben diretto il Coro Arché.
Stefano Mecenate












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