Quanta malinconia nella Parigi di Rondine rispetto a quella di Boheme, com’è diversa l’atmosfera del Bullier nei confronti di Momus! La guerra, certo, ma anche e sopratutto i sogni e gli entusiasmi che Puccini vede svanire nonostante la brillante carriera e i successi internazionali. Dopo di lei, emblematiche e superbe, Il Trittico e Turandot, entrambe, nella loro diversità, testamento spirituale di uno spirito indomito che vive la difficoltà di vivere una realtà che gli sfugge e alla quale sente di appartenere sempre meno.
Tutto questo ben ha reso il regista Gino Zampieri nella Rondine che il Teatro Verdi di Pisa ha proposto in questo week end. Un’opera che torna a 34 anni di distanza dall’ultima rappresentazione, un avvenimento importante per la città e per il suo teatro: fu proprio con quest’opera, infatti, diretta da Massimo de Bernart, che nell’ottobre del 1981 l’allora neonata Associazione Teatro di Pisa inaugurò la sua prima Stagione, segnando anche il debutto dell’Orchestra Regionale Toscana come compagine lirica.
Una regia attenta, teatrale, capace di trasfondere in ogni dettaglio quella evidente dicotomia tra il tentativo di raccontare “…il clima di leggerezza e allegria di cui parla il compositore” come ci dice Zampieri, e quella costante lieve, soffusa amarezza, quell’amarezza che accompagna sempre, i momenti di felicità di ogni essere umano.
A far da cornice a questa atmosfera, mai greve e sempre molto efficace, stanno le scene di Rosanna Monti, essenziali, quasi elementari, ma gustose e raffinate come lo sono, del resto, i suoi costumi, ispirati al Liberty parigino e anche lucchese; prezioso come sempre, anche se in questo caso apparentemente meno evidente, il disegno luci di Marco Minghetti.
Sul podio, il M° Massimiliano Stefanelli, direttore di casa nei maggiori teatri lirici internazionali, recentemente insignito dell’ambitissimo Royal Philharmonic Society Music Award per la sua conduzione de La traviata firmata da Grahamn Vick con la Birmingham Opera Company, ha saputo dare una lettura appassionata della partitura pucciniana, con momenti di enfasi che hanno quasi coperto le voci ma che ben segnavano le tappe emotive di questa piccola storia che narra la vicenda di Magda che ha una relazione col ricco Rambaldo ma che trova il vero amore in Ruggero, un giovanotto giunto dalla provincia nel variopinto mondo parigino; la scelta di lasciarlo perché consapevole dell’impossibilità di sposarlo, restituirà a questa che ingiustamente è stata considerata spesso un’operetta, il finale degno del grande dramma lirico.
L’Orchestra e Coro della Toscana, diretto dal Maestro Marco Bargagna, hanno saputo rendere quelle suggestioni di cui è piena l’opera vivendola nei suoi più piccoli dettagli che si fanno fondamentali in situazioni come queste dove manca la grandiosità e la complessità della vicenda.
Un bel cast ha caratterizzato la prima, a partire da Maria Luigia Borsi, Magda, la cui voce potente ed espressiva si è trovata qualche volta un po’ “stretta” in quel personaggio più avvezzo a sussurrare che a dar di voce; bravi, sia vocalmente che scenicamente, anche gli altri: nel ruolo di Ruggero il tenore Leonardo Caimi; in quello di Lisette sabato Lavinia Bini; in quello di Prunier Andrea Giovannini; Francesco Verna, Rambaldo; Andrea Zaupa nel duplice ruolo di Perichaud e di Rabonnier, Marco Voleri (Gobin), Alessandro Calamai (Crebillon), Mirella Di Vita (Yvette), Alessandra Meozzi (Bianca), Chiara Brunello (Suzy) e Alessandro Bilotti (un maggiordomo).
Efficaci e talvolta emozionanti le coreografie di Giulia Menicucci.
Tanti, ma davvero tanti gli applausi del pubblico, durante e dopo l’opera: appassionati, caldi, sinceri, quasi che ognuna di quelle scene evocasse sensazioni familiari, emozioni vissute o ascoltate, sogni lontani, perduti o irrealizzati. Un segno importante di come si possa davvero, e senza strafare, giungere al cuore del pubblico, un suggerimento per andare avanti su una strada che sappia sempre più vincere con le emozioni e non coi grandi nomi e che conquisti il pubblico con la magia di belle voci e di gradevoli atmosfere senza “effetti speciali” o snaturamento delle opere.
E dopo Rondine, sabato 22 e domenica 23 febbraio, IL BARBIERE DI SIVIGLIA con la regia di Alessio Pizzech nel novo allestimento del Tatro Goldoni di Livorno e con le voci dei cantanti del laboratorio LTL Opera Studio.





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