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Piccoli passi

di Enrico Cisnetto | 25 Giugno 2013

Il decreto del fare con la politica del cacciavite

Gli 80 articoli del decreto devono essere la premessa per una “cura choc”. Se così non fosse, occorre un piano B.

lettaChe relazione c’è tra la “politica del cacciavite”, come Dario Di Vico ha efficacemente ribattezzato il “decreto del fare” varato dal governo, e la condanna comminata dal tribunale di Milano a Domenico Dolce e Stefano Gabbana per evasione fiscale? Apparentemente nessuna. Eppure un filo sottile che lega le due cose c’è, ed è bene scoprirlo. Partiamo dalla sentenza a dir poco paradossale che ha colpito i due stilisti, inducendoli –intenzione manifestata a caldo, e quindi sperabilmente rivedibile – a pensare di lasciare l’Italia. Dolce&Gabbana sono stati condannati penalmente, oltre che stangata fiscalmente, perché accusati di aver esterovestito (in questo caso la definizione appare appropriata) le loro attività in Lussemburgo per evitare di pagare le tasse.

Ora, premesso che non ho mai comprato un loro capo, neppure per regalarlo, e che non nutro alcuna particolare simpatia nei loro confronti, ma non riesco a capire dove stia il reato. È illegale costituire società in Lussemburgo? Non risulta. È illegale costruire meccanismi finanziari per abbassare il più possibile la quantità di denaro da versare al fisco? No, se la legge lo consente. E allora, a casa mia quello che la premiata ditta Dolce&Gabbana ha fatto si chiama elusione, e se deve chiamare in causa qualcuno, questo è il legislatore, che ha fatto norme che consentono tale pratica. Poi uno può dire che la pratica di eludere il fisco nazionale è moralmente riprovevole: è da discutere, ma per carità, ci sta. Ma un conto è la sanzione morale, altro è quella pecuniaria – peraltro la sentenza la ridimensiona molto – e altro ancora è quella penale.

Qui, però, interessa esaminare la questione sotto il profilo della politica fiscale. Per trarne la conclusione che occorre da un lato ridurre gli spazi di elusione, e dall’altro depenalizzare circostanze che reati non sono. Si dice: con la “delega fiscale” molte storture potranno finalmente essere sistemate. Bene. Usate pure il “cacciavite”, o la lima se meglio serve. Ma attenzione – ecco la liason con il decreto varato sabato e tuttora con alcuni contorni non ben definiti – l’importante è che qualsiasi utensile scegliate, sia usato con discernimento. Perché mi sono preso la briga di compulsare gli 80 articoli del decreto, ed ho scoperto che l’artigiano ha avuto la mano malferma. No, non nel merito. Anzi, considero le misure tutte piuttosto ragionevoli. Ma noto che la gran parte di quegli 80 articoli potevano tranquillamente essere derubricati a provvedimenti amministrativi, da produrre con qualche circolare ministeriale. Anche perché in molti casi si rimanda proprio ad una successiva disciplina ministeriale, e dunque tanto valeva usarla prima.

Tra le tante questioni affrontate nel decreto, ce ne sono diverse di carattere fiscale, e tutte vanno – almeno apparentemente – nella direzione della semplificazione procedurale e della riduzione dei margini di discrezionalità. Peccato, però, che per decifrarle occorra una squadra di consulenti. E che laddove si ravvisi il “danno erariale” non si abbia il coraggio di assegnare al fisco il potere di negoziare con il contribuente in modo da “concordare” una soluzione “tombale”. Allora io non ho idea che utensile sia necessario, ma so con certezza che anche senza arrivare alle auspicate (da me come da un numero crescente di osservatori e protagonisti della vita economica e sociale) misure choc da “piano Marshall, se si pratica la “politica dei piccoli passi” si può e si deve fare in modo che essa serva a ridurre drasticamente la giurisdizionabilità della nostra vita civile, cioè lo spazio d’intervento di una qualsiasi magistratura. Ci sono due modi per giudicare l’approccio “minimalista” del governo Letta. Il primo, che mi sarebbe proprio se evito di dominare i miei umori, è quello di misurare i “piccoli passi” con la dimensione della “grande crisi” e trarne la inevitabile conclusione che ci vuol “ben altro”.

Il secondo, è quello di prendere atto che la profondità della crisi è tale che anche le tante piccole manutenzioni legislative sono utili e necessarie. D’accordo, faccio prevalere il pragmatismo che (pure) c’è in me e accetto di sintonizzarmi sulla seconda lunghezza d’onda. Ma a due condizioni. La prima è che rimanga ben viva l’indispensabilità della cura choc, senza la quale non ci sarà “cacciavite” che tenga. La seconda è che si svitino e avvitino i bulloni giusti, senza troppi rinvii (i provvedimenti attuativi) e senza lungaggini (i disegni di legge cui il decreto rimanda si sa quando partono ma non quando arrivano in porto). Se il governo considera quegli 80 articoli un primo e parziale punto di partenza, premessa di interventi di maggior peso da realizzare in tempi brevi, allora viva i “piccoli passi”. Ma se, al contrario, questo è il massimo che la mediazione Pd-Pdl può produrre, allora sarà il caso di pensare al più presto ad un “piano B”.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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