
Ieri è stata davvero una brutta giornata per il ministro Piantedosi: respinto dalla Libia rimpatriato con foglio di via e bocciato dalla Consulta che sostiene il primato della tutela della vita nei soccorsi.
Era partito baldanzoso verso Bengasi, assieme ai colleghi di Grecia e Malta, e dal commissario europeo per le migrazioni per ribadire la sua linea sui respingimenti e chiedere ulteriore “collaborazione” alle autorità libiche.
Ma il feldmaresciallo Haftar – l’uomo forte della Cirenaica, già sostenuto dalla Russia e ora in cerca di accordi anche con Turchia e USA – l’ha trattato come un clandestino: espulso senza tanti complimenti, come “persona non grata”, insieme a chi lo accompagnava
Una figuraccia internazionale, che fotografa l’irrilevanza dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo e il fallimento della loro politica estera e migratoria.
A Roma, intanto, la Corte costituzionale demoliva l’impianto repressivo del “decreto Piantedosi”, dichiarando illegittime le sanzioni contro le navi umanitarie che disobbediscono agli ordini della cosiddetta guardia costiera libica. Ordini illegali impartiti da miliziani e trafficanti travestiti da autorità, che non possono prevalere sul principio superiore del salvataggio di vite umane.
Un colpo duro per chi ha costruito la propria carriera sulla criminalizzazione della solidarietà.
La sentenza della Consulta -da quanto si legge sui giornali- sembra tracciare una linea chiara: l’obbligo di obbedienza alle disposizioni cessa laddove l’esecuzione di un ordine comporti la violazione di diritti umani primari e l’esposizione a rischi per la vita e la dignità delle persone soccorse. È una interpretazione che pone un limite invalicabile alla discrezionalità delle autorità, sia nazionali che estere, nel coordinamento dei soccorsi in mare.
La verità è che la Libia, più che uno Stato, è un coacervo di milizie, di interessi e bande armate. L’Italia ha scelto di finanziare e sostenere questo caos per bloccare i migranti, consegnandoli a carcerieri e torturatori, in cambio di un po’ di propaganda per l’opinione pubblica.
Amnesty parla di “fallimento morale” e “complicità in crimini”. E oggi, il boia di Bengasi lo dice in faccia ai nostri ministri: fuori dai piedi; facendosi forte anche del fatto che non può insegnare la difesa dei diritti umani chi per oltre due anni ha assistito senza fare niente al massacro dei palestinesi a Gaza.
Del tanto decantato “modello Italia” o “modello Piantedosi” resta un’Europa rifiutata e un’Italia umiliata, e una politica che scambia i diritti umani per qualche punto nei sondaggi.
Enrico Rossi

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