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Philomena, Man of hope e L’Intrepido

di Maria Rita Monaco | 23 Settembre 2013

leonedoroCon Maria Rita Monaco continuiamo a curiosare fra i film della ultima rassegna del Cinema di Venezia. Film più o meno riusciti, ma quasi tutti, per vari motivi, da non perdere.

Philomena

Philomena, ovvero il figlio rubato, il figlio perduto amato, cercato, pensato per più di 50 anni, ogni giorno, a ogni ora del giorno.

Philomena, ovvero il viaggio della speranza dall’Irlanda agli Usa.

Philomena ovvero una tazza di the e una fetta di torta ogni volta che si va a chiedere notizie al convento di Roscrea dove le “buone” suore nell’Irlanda degli anni ’50 accoglievano le “giovani degenerate”, ripudiate dalle famiglie.

Roscrea dove molte morivano nel partorire “punite per i propri peccati” afferma Suor Hildegarde, la Superiora del convento.

Roscrea dove le sopravvissute lavoravano e potevano vedere i propri figli un’ora al giorno, Roscrea dove i bambini , intorno ai quattro anni venivano ceduti a ricche famiglie che avrebbero dato loro una vita agiata, Roscrea dove le madri subivano la separazione dai propri figli e assistevano per caso e impotenti alla loro partenza.

Il film richiama Magdalene, che nel 2002 vinse il Leone d’Oro, ma con uno stile diverso. Quanto il primo era cupo e puntava il dito accusatorio contro la Chiesa, tanto questo, grazie ad una sceneggiatura esemplare, a dialoghi spesso ironici, fa sì che in sala si pianga, ci si arrabbi davanti alla sadica crudeltà delle suore (suor Hildegarde in testa), ma si rida anche, fino alla catarsi finale, davanti allo sguardo crudele della vecchia suora ancora “rancorosa” nei confronti delle giovani “degenerate e senza vergogna” ma anche quasi smarrito davanti alla dichiarazione di Philomena “…io la perdono”.

Basandosi su una storia vera, e sul libro “The Lost Child of Philomena Lee” del giornalista Martin Sixsmith, Frears racconta in 96 minuti una storia di dolorosa ricerca durata 50 anni, di un segreto mantenuto per 50 anni, dell’amicizia che si sviluppa tra la protagonista e il giornalista che la sosterrà nella ricerca del figlio.

Il giornalista cinico e la madre ormai decisa a ritrovare il figlio partono per l’America e, dal loro comune scopo emergono sempre più chiaramente le differenze.

Philomena , nonostante tutto, ha conservato una fede incrollabile, mentre Martin è fiero di dimostrare che questa fede non l’ha mai avuta, “…non credo in Dio e credo lui se ne sia accorto”  “…se Dio ci fosse la farebbe cadere da questo cazzo di sedia…” (grida a Suor Hildegard costretta in sedia a rotelle) ma riesce ad uscire dalla sua “rabbia” davanti al perdono di Philomena.

Judy Dench, guidata da Frears, che ha sempre raccontato forti personaggi femminili, si era saldamente piazzata al primo posto per la coppa Volpi, ma la giuria ha avuto l’ingrato compito di dover decidere fra due interpretazioni forti e meritevoli del premio, forse un ex equo avrebbe accontentato tutti .

Fa tenerezza  e suscita simpatia questa donna che, forte della sua fede non porta rancore,accetta con amore l’omosessualità del figlio, è appagata anche se piena di dolore nel sapere che suo figlio l’ha a lungo cercata, ma è consolata dall’idea che sia stato felice, nonostante questo dolore che è stato e sarà anche il suo dolore.

Steve Coogan, che interpreta il giornalista Martin, è un’ottima spalla, riesce con rara bravura a non catalizzare troppo l’attenzione sul suo personaggio dando spazio a Philomena.

Con il ritmo della commedia e con una sceneggiatura ben congegnata, firmata dallo stesso Coogan, il film si è aggiudicato, il premio della giuria per la migliore sceneggiatura, e non solo.

Diverte e provoca nel trattare  il tema delicato della fede o della sua assenza questo film che si aggiudica anche il premio atei e agnostici e quello cattolico; ognuno con le sue motivazioni, come era già successo per Lourdes quattro anni fa, ha apprezzato ed amato questo film e questa donna.

Avrebbe meritato di più questo film, ma già al quarto giorno nel totoleone fra critici e pubblico una cosa era chiara “piace a pubblico e critica…vedrai che salvo la Coppa Volpi non vince altro” Beh, non ci abbiamo dato…ci rifaremo l’anno prossimo?

Man of Hope (L’uomo della speranza)

 A Venezia,  grazie a Wajda, c’è posto anche per la Storia, quella con la S maiuscola, 30 anni di storia non solo polacca, anni che hanno cambiato il mondo, partendo da Danzica nel ’70 fino alla caduta del muro.

Due uomini giusti, nel posto giusto, al momento giusto. I loro destini si incrociano e si intersecano, attorno a loro cambiano gli assetti internazionali, si sgretola un regime. Parliamo ovviamente di Papa Wojtyla e di Walesa.

A Venezia Wajda ha ottenuto il premio Persol, assegnato da nove anni ad una leggenda del cinema internazionale. Un ulteriore riconoscimento alla sua opera in generale e in particolare per la sua trilogia (L’uomo di marmo, L’uomo di ferro, L’uomo della speranza) giunta così alla sua conclusione.

Walesa, Premio Nobel per la Pace, ha sfilato con il regista ottantasettenne sul Red Carpet e il film in sala ha fatto conoscere a tanti giovani una figura che per noi più adulti è un mito, un rivoluzionario vero, un elettricista, forse un po’ dittatoriale, ma che sapeva cosa serviva al suo paese.

“Voglio far conoscere ai più giovani , che non lo conoscono affatto, Lech Walesa” ha affermato Wajda presentando il suo film alla stampa.

Il film, un omaggio a colui che ha guidato per venti anni Solidarnos’c, è intessuto con il sottile filo rosso dell’intervista rilasciata a Oriana Fallaci. La cornice che sostiene il quadro di quegli anni di storia è formato dalle domande della grande giornalista e Walesa, dopo la diffidenza iniziale, parla liberamente del suo rapporto con i sovietici e sul loro eventuale intervento “…non vogliamo pagare il prezzo di un conflitto, ma se fosse necessario pagarlo, nessuno potrà dire che siamo vigliacchi”

Wajda parte dalla ricostruzione dei fatti (al tempo dello sciopero si recò al cantiere e, come presidente del cinema polacco ottenne la presenza delle telecamere) usa il  bianco e nero, i filmati d’epoca sgranati, si avvale di codici diversi per sottolineare anche, con tanta amarezza, come, troppo spesso, si tenda a dimenticare.

Wajda però ci parla anche dell’uomo Walesa, del suo rapporto con la moglie Danuta (Agniezska Grochowska), fondamentale nell’impegno civile del marito, della sua casa piena di figli. Proprio quando l’intero paese è in sciopero a Walesa verrà assegnato il Nobel per la Pace e sarà Danuta a ritarlo, per evitare che almarito venga impedito, al ritorno, il rientro in patria e sarà sempre Danuta a tenere unita la famiglia quando Walesa sarà internato per un anno in un luogo lontano da Danzica.

Ne risulta un film che, avvalendosi della performance di Maria Rosaria Omaggio (una Fallaci somigliantissima)  e della bravura di Robert Wieciewicz che interpreta Lech Walesa, offre un affresco quanto mai rigoroso di quegli anni e dell’uomo che seppe parlare al suo popolo e lo guidò alla libertà. Robert Wieckiewicz all’epoca dei fatti era un ragazzino e ammirava quello che per tutti era un eroe  come Superman.

“Non c’è libertà senza solidarietà” è il motto del Sindacato ed è una specie di mantra che gli operai ripetono, che il popolo ripete, che Walesa afferma in ogni suo discorso.

Senza dubbio Wajda sa perfettamente chi è l’eroe che ha portato alla libertà il popolo polacco.

L’intrepido

  Il film italiano più atteso, il film su cui si cominciava a scommettere prima ancora di vederlo per vari motivi: Amelio è una garanzia (abbiamo ancora negli occhi le immagini de “Il primo uomo” che stranamente due anni fa non era a Venezia); Amelio è l’ultimo vincitore di un Leone d’Oro (ben 15 anni fa); Amelio è un maestro… è stato fischiato in Sala Darsena, durante la proiezione dedicata alla stampa.

Di sicuro Amelio è un signore perché, in sala stampa, dove peraltro è stato accolto da un grosso applauso, non ha gridato al complotto come capita a tanti e come aveva fatto la Comencini due anni fa. “Ognuno è libero di cogliere quello che sente in un film…consolatorio il finale? Io ho bisogno di essere consolato e di sognare”.

Ma andiamo con ordine, partiamo dal titolo L’intrepido. E’ il giornalino che Amelio leggeva da ragazzino e non era una semplice lettura era amore per quell’avventura che lo attirava, tanto che quando nel film “Il primo uomo” il protagonista  che da ragazzino compra un giornalino con i soldi rubati alla nonna, acquista  proprio L’intrepido.

Il film ha innegabilmente un grande merito, quello di averci fatto conoscere un Albanese sublime. Ingenuo fino all’inverosimile, di un candore invidiabile. Nella sua stralunata ingenuità richiama irresistibilmente Charlot ma anche Stanlio. Il film è scritto per lui e su di lui, senza di lui non si sarebbe potuto fare e ironicamente Amelio ammette di averlo scelto “…perché è bello come Brad Pitt”. Il regista con maestria ha cucito addosso ad Albanese la figura di un intrepido che solo lui poteva sostenere.

Ed è un intrepido colui che non si arrende alle avversità della vita e lo è quindi Antonio Pane che appare quasi un eroe. E’ pulito Antonio Pane, ha il candore di un bambino, ha dei sani principi che lo aiutano a rifiutare perfino il compenso per il lavoro svolto, quando si rende conto di cosa questo comporti.

E’ una favola quella che ci raccontano Amelio e il suo alter ego Albanese, il film sono loro due, le figure di contorno sono alquanto sbiadite, poco delineate, incomprensibili. La giovane disoccupata e il figlio sono figure deboli, quasi inutili: lei piccolo borghese delusa, lui talentuoso ma travolto dalle sue crisi di panico.

In una Milano non più “da bere” ma in preda ai lavori per l’Expo, si incastona un Albanese “rimpiazzo” pronto a sostituire chiunque per un’ora, un giorno, una settimana. E nel suo tenersi in esercizio per essere pronto “…quando il lavoro vero arriverà” richiama Buster Keaton (aiuta a portare l’asse sull’impalcatura), richiama gli eroi del cinema muto, si arriva ad una chapliniana purezza, al candore di chi è buono dentro, di chi crede in certi valori, di chi sa sorridere, di chi si danna per proteggere ma ha anche bisogno di essere protetto e non se ne vergogna.

Tanti set per i diversi mestieri di Albanese dallo stadio San Siro (si puliscono gli spalti), alla biblioteca del centro Pertini, dalla cucina di un noto ristorante, alla calzoleria (senza scarpe se non quelle in vetrina) di zona santa Giulia. Un po’ tutta Milano bella anche sotto la pioggia grazie alla fotografia di Luca Bigazzi, accompagnata dalle musiche di Franco Piersanti

Nonostante questo è un film non completamente riuscito ma non è certo un film buonista come è stato definito da parte della critica. Dovremmo imparare a conoscere il vero significato delle parole della nostra lingua., che alla voce buonista recita “colui che si mostra tollerante” e Antonio Pane è tutto ma non certo tollerante.

Il vero limite del film è nel cucire  un ottimo smoking sartoriale addosso ad Albanese ci si è scordati degli altri personaggi che sono rimasti in mutande.

Pubblicato in : Cinema

Info Maria Rita Monaco

Insegnante di lettere nelle scuole medie, alla fine degli anni settanta è tra i fondatori del Laboratorio Immagine Donna con il quale, sino al 2008, promuove festival cinematografici. Dal 1981 al 1987 è assistente in “Teoria e tecnica delle comunicazioni di Massa” del professor Baldelli presso l’Università di Firenze. Ha partecipato a progetti di educazione e comunicazione cinematografica e curato vari cineforum. Collaborato attivamente con la Biblioteca delle Donne di Soverato e con la Commissione Pari Opportunità di Catanzaro. Dal 2008 scrive recensioni di film e libri su Pensalibero.it

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