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Perchè si dicono tante sciocchezze nel dibattito energetico in Italia?

di Carlo Stagnaro | 8 Giugno 2014

Tutte le volte che si parla di energia, si finisce in una specie di olimpiade della retorica nella quale mancano i riferimenti fattuali condivisi. Sembra che si possa avere indifferentemente tutto e il suo contrario. Perché?

italiaE’ una domanda che mi sono fatto tante volte. Mi sono ritrovato a pensarci qualche giorno fa, stimolato da un post di Dario Bressanini su Facebook e da un suo articolo sul Fatto Quotidiano. Post e articolo forniscono una buona diagnosi del problema ma non arrivano a dare una risposta, perché si fermano al – pur fondamentale – lato “scientifico” della questione. Sono convinto che, se anche ci mettessimo tutti d’accordo su ciò che è scientificamente ovvio (e non sarebbe poco), rimarremmo nei pressi di dove siamo, magari dopo un (salutare) sforzo di aggiustamento degli ordini di grandezza (nel senso: se il sole ci manda 200 W/m2, non c’è tecnologia nota o ignota che possa cavarne più di 200 W/m2, anzi meno perché oltre al primo principio della termodinamica c’è pure la rogna del secondo).

Né convincono spiegazioni generali del tipo “gli italiani sono ignoranti nelle materie scientifiche”. Questo è parte del problema, non lo esaurisce. Del resto, anche gli inglesi, i cosacchi e i bielorussi sono (suppongo) similmente, e razionalmente, ignoranti, in media, su questioni tecniche, eppure, spesso, hanno un dibattito pubblico (non troppo) migliore. Inoltre, gli italiani sono ignoranti anche su altri temi. Infine, il dibattito sull’energia è abbastanza carente più o meno a tutte le latitudini, anche se alle nostre più che ad altre. Per giunta, l’argomento dell’ignoranza può valere per il pubblico in generale, ma non per gli esperti interpellati dai giornali.

La risposta non può essere neanche, come inizialmente avevo ipotizzato io, che – quando si parla di energia – manca un codice di linguaggio condiviso. In fondo, questa è al massimo una descrizione del problema, non certo una sua spiegazione; e in ogni caso non cade troppo lontano dall’argomento dell’ignoranza. A complicare le cose, è il fatto che il problema si pone sia che si parli di energia in senso lato che di energia elettrica (con cui spesso viene confusa), sia che ci si riferisca a specifiche fonti (petrolio, rinnovabili, ecc.) sia che si parli delle implicazioni ambientali dei consumi energetici. In questa prospettiva, è poco rilevante – altro approccio molto gettonato, e pure vero – che parliamo di energia con lo spirito dei tifosi: è vero che tendiamo a dividerci tra gli ultrà delle rinnovabili e i talebani del nucleare, fan del carbon e innamorati del gas, ma – ancora una volta – questo accade più o meno in qualunque campo, senza arrivare agli esiti paradossali che vediamo quando si discute di energia. I tecnici amano rifugiarsi nell’alibi della complessità, ma di alibi appunto si tratta, visto che oggigiorno non c’è tema che non sia complesso.

Allora, perché? A mio avviso il problema sta nello schema concettuale che quasi tutti utilizziamo. Tale schema poggia su un pregiudizio legato al modo in cui il settore energetico è stato organizzato negli ultimi decenni, in Europa e in buona parte del mondo, ossia come monopolio pubblico. Questo ci spinge a pensare all’energia come a un mondo a sé, che segue le sue regole e soprattutto segue dinamiche del tutto diverse rispetto a quelle che spiegano, chessò, le telecomunicazioni, l’ortofrutta o la moda. Certo, l’energia ha le sue peculiarità, regolatorie e tecniche, ma anche le telecomunicazioni, l’ortofrutta e la moda le hanno. (Per inciso: le somiglianze tra energia e industria della pasta sono impressionanti: in entrambi i casi gli operatori devono acquistare una materia prima diversificata sui mercati internazionali, scegliere macchinari e processi per trasformare la materia prima nel prodotto finito nel rispetto di una molteplicità di norme e regolamenti, e poi arrivare al cliente finale attraverso mercati all’ingrosso e al dettaglio e canali distributivi ramificati e complessi anch’essi pesantemente regolamentati. Nella pasta, come nell’energia, può capitare che vi sia un eccesso di capacità produttiva, o alternativamente un temporaneo eccesso di domanda, ma nessuno, che io sappia, propone l’adozione di pasta payment o altri meccanismi di remunerazione della capacità non utilizzata, in quanto tutti si accontentano dei segnali di prezzo dei mercati pasta only).

Una conseguenza – anzi, dal mio punto di vista la conseguenza – di questa percepita (ma non provata) eccezionalitàdell’energia è che rifiutiamo, istintivamente, di trattare l’energia seguendo la logica economica. Appunto, l’energia è diversa. Ovviamente, qualunque bene o servizio venga prodotto ha anche una sua inevitabile dimensione economica, e questo neppure i più ostinati fautori dell’eccezionalità energetica arrivano a negarlo. Ragion per cui questo atto di rimozione intellettuale si traduce non già nell’idea – che del resto i fatti si prendono la briga di falsificare ogni picosecondo – che l’energia non si compri e non si venda, o che segua le regole dell’economia del dono (“energia gratis per tutti, se solo le multinazionali non ce lo impedissero…”). Esso conduce piuttosto all’adozione, implicita e forse addirittura inconsapevole, di un modello ipersemplificato che riconduce pressoché ogni aspetto del mercato dell’energia a variabili politiche. Il titolo di questo post ricalca fedelmente quello di uno straordinario articolo di Sandro Brusco, che alcuni anni fa si chiedeva – appunto – perché si dicono tante sciocchezze nel dibattito economico. La soluzione del busillis è la stessa.

La risposta di Sandro allora, e la mia adesso, è che molti – la maggioranza, in verità – leggono la realtà secondo un “modello superfisso”, nel quale i bisogni sono dati, i metodi di produzione sono fissi, e il mondo non cambia.

Pensateci: la domanda di energia è sempre interpretata come nota a prescindere. In particolare, la domanda di energia è indipendente dai prezzi. Inoltre i metodi per produrre l’energia quelli sono, quelli sono sempre stati e quelli sempre saranno: il petrolio, il gas, l’eolico, il fotovoltaico, il nucleare, ecc. (i nerd sorvoleranno sul minestrone tra fonti primarie e tecnologie). Essi sono perfettamente intercambiabili: senza alcuna perdita di efficienza tecnica o economica possiamo fare le automobili a carbone oppure gli altoforni eolici. Essendo le diverse tecnologie note e perfettamente sostituibili, un sistema energetico può essere disegnato secondo la fantasia del disegnatore: per esempio, tutto e solo nucleare oppure tutto e solo fotovoltaico (oppure, e anche questo è un déjà vu, 25% nucleare, 25% rinnovabili, 25% carbone e 25% gas). In tutto ciò, va da sé, i prezzi non giocano alcun ruolo, se non di natura redistributiva. Questo implica, tra l’altro, che i prezzi dell’energia contano solo per i consumatori energivori, oltre che per i produttori: perché una loro variazione (che, naturalmente, può essere decisa top down) implica un grande spostamento di risorse a loro favore o contro di loro. Il fatto che l’energia sia un fattore di produzione il cui costo è incorporato nel costo dei prodotti, e che l’effetto delle sue variazioni dipenda in ultima analisi dall’elasticità della domanda di questi prodotti e dall’esistenza di tecnologie e processi produttivi alternativi è privo di significato, perché il modello superfisso non si applica solo all’energia ma anche a tutti gli altri prodotti. La tecnologia, infine, non cambia, tranne che per gli straordinari progressi delle fonti rinnovabili che diventeranno sempre più competitive. Attenzione però: un corollario di quanto detto sopra è che tale maggiore competitività non ne aiuterà (né la sua assenza ne frenerà) la potenziale diffusione: avrà solo l’effetto di trasferire risorse dai (cattivi) produttori di energia (fossile, soprattutto) ai consumatori (buoni, ma solo se consumano energia verde). Per inciso, l’energia nel modello superfisso è una filiera cortissima: è il petroliere che vi vende l’elettricità, non c’è alcun middle man.

Se tutto questo è vero, seguono due conclusioni: primo, ogni scelta politica è ugualmente possibile e intercambiabile. Quindi qualunque politico che faccia una scelta diversa da x – essendo x, la vostra politica preferita, sempre possibile, per ogni x – è un traditore della patria. Per esempio se in Danimarca hanno un sacco di eolico anche l’Italia dovrebbe e potrebbe avere un sacco di eolico, e qualunque analisi dei costi e dei benefici delle politiche danesi è irrilevante, così come è irrilevante sapere se in Italia c’è abbastanza vento. Secondo, l’unica cosa che può disturbare le decisioni politiche nazionali sono le decisioni politiche internazionali. Per esempio, il conflitto tra Russia e Ucraina è un capriccio di Putin, a cui noi potremmo rispondere decidendo politicamente di sostituire il gas con le rinnovabili, e tutto senza costi per alcuno (e senza costi di aggiustamento) se non in “prestigio”, “sfere di influenza” e simili amenità (sul tema, standing ovation per Davide Rubini). Già, perché nel modello energetico superfisso non esistono trade off ma solo scelte redistributive che possono essere assunte in piena libertà. Quale persona sana di mente potrebbe essere contraria a ridurre la dipendenza dai russi per soddisfare i propri bisogni con fonti domestiche? E quale fonte è più domestica, nel paese do sole? Ah, altro corollario importante: nel modello superfisso l’autarchia conviene. Poiché i prezzi non hanno funzione allocativa, anche qualora la fonte x italiana costasse più o fosse meno efficiente della fonte y straniera, al paese converrebbe la prima, così “teniamo i soldi in casa”: sempre meglio lasciare un po’ dipiccioli al rinnovabilista nostrano che al petroliere texano… O, come una volta mi è stato spiegato (in un dibattito sull’energia,ça va sans dire), poiché nel computo del Pil le importazioni hanno segno negativo, se vogliamo tornare alla crescita economica basta smettere di importare, e al diavolo l’austerity. E allora, quale inizio migliore del gas di Putin?

In sostanza, in Italia si dicono tante sciocchezze in tema di energia perché non si capisce che le regole fondamentali che governano il comportamento degli operatori in questo settore sono quelle antiche e immutabili della domanda e dell’offerta. Si fa tanto parlare di imperialismo economico, in riferimento all’applicazione della logica economica ad ambiti apparentemente distanti da quelli tradizionalmente oggetto di studio della disciplina. Ammesso e non concesso che questo sia un problema, mi pare evidente che l’energia si trova al di fuori dei confini dell’impero. Se vogliamo un dibattito più razionale, dobbiamo sperare nell’annessione.

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