Martin Luther King è considerato da molti un punto di riferimento. Colpisce l’immaginazione soprattutto il suo discorso “I have a dream”, un discorso che egli fece con l’oratoria tipica di molti pastori protestanti, condita con un po’ di retorica, ma nei limiti accettabili per l’ascoltatore medio.
Detto questo, King non approvava l’omosessualità, e questo – occorre aggiungere – in coerenza con molti passi della Bibbia che egli conosceva benissimo. Per lui chi era omosessuale aveva un problema.
Ho trovato sempre fastidiosa una posizione del genere perché parto dal presupposto che chi è vittima di discriminazione dovrebbe capire meglio di altri quanto essa sia sbagliata. Ritenere che la lotta per i diritti omosessuali non sia uguale a quella per i diritti dei neri è giustissimo, perché si tratta di lotte chiaramente diverse. Detto questo, non è diverso invece il diritto che entrambi i gruppi, neri e omosessuali, hanno di sviluppare la loro lotta in quanto nessuno può dimostrare che il desiderio di avere rispetto e dignità di un nero sia superiore a quello di un omosessuale.
Infatti, l’obiezione per cui un nero non può essere diverso da quello che è, nero appunto, mentre un omosessuale sì, nel senso che ci sono omosessuali che sono diventati etero, e che questo dimostri ben qualcosa, ossia che essere neri non è una cosa negativa mentre gay sì, parte dal presupposto che va dimostrato, ossia che la condizione di omosessuale sia una cosa negativa da cui valga la pena uscire fuori: il fatto che un gay possa diventare etero non significa che diventarlo sia una cosa migliore del contrario (né tantomeno che tutti possano farlo), ossia rimanere gay, così come il fatto che un nero non possa diventare bianco non dimostra che essere nero sia una cosa positiva (o meglio, neutra), se essere nero fosse una cosa da cui valesse la pena distaccarsi. Ed anzi si potrebbe capovolgere la premessa e dire che proprio perché dall’omosessualità si può “venir fuori” (ma ripeto, questo è vero solo in parte ed in certi casi) mentre dalla negritudine no, allora l’omosessualità sarebbe una “malattia” – diciamo così – meno grave, se qualcuno ponesse questo come presupposto, la dimensione della “malattia” appunto, come fanno i razzisti, alla base di entrambe le condizioni. Affermare che essere nero non è una malattia perché è una situazione permanente e ineluttabile come essere bianco significa insomma non tener conto del punto di vista del razzista.
E viceversa, affermare, come fanno certi signori, che essere nero non è una malattia né una colpa perché uno chiaramente ci nasce mentre non si può dire il contrario dell’omosessualità, dato che molti gay sono tornati ad essere (o sono diventati) etero, significa solo fare confusione per chi sostiene il punto di vista contrario. Per molti razzisti il fatto che un nero non possa diventare bianco non solo è una consolazione ma è anche un modo per rimarcare la distanza tra le razze, per cui si può affermare, secondo loro, che una sia superiore all’altra.
Se un nero potesse diventare bianco (o un bianco diventare nero) salterebbe tutto – o gran parte – dell’impianto del razzismo, naturalmente. Oppure no: infatti, l’osservazione che un gay possa diventare etero e viceversa dovrebbe diminuire le distanze tra i due gruppi, etero e gay, ma questo non succede. O meglio, non succede dal punto di vista (di alcuni, o molti) dei cosiddetti etero, perché è dubbio che i gay discriminino la controparte se non a chiacchiere, e chi scrive pensa che questo non capiti solo per una questione di rapporti di forza.
Evidentemente quando è in ballo l’odio, le regole, e la loro razionalità, tendono a saltare.
Fabrizio Amadori

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