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Perché Hamas non disarma, e perché Israele non può fermarsi

Non facciamo finta di non capirci. Hamas non disarma perché il suo potere non nasce da una legittimità politica, ma da un arsenale e da una rete di controllo che prospera solo nel conflitto. Se depone le armi, scompare. È la logica del gruppo armato che si traveste da movimento politico: la pistola sul tavolo è l’unica voce. Disarmare significherebbe ammettere di aver perso, consegnare Gaza a un futuro diverso, rinunciare a quell’idea fanatica di “resistenza” che da decenni giustifica controllo e paura. Hamas non vuole uscire di scena perché ha costruito uno Stato nello Stato: tassazione parallela, tunnel, contrabbando, educazione ideologica, media, milizie. Gaza è diventata una prigione di due milioni di persone e Hamas ne è il carceriere. Qualsiasi processo di pace reale le toglierebbe il ruolo. Ecco perché, anche di fronte a una tregua “di facciata” confezionata per la politica estera altrui, non restituisce gli ostaggi, nemmeno quelli deceduti: ogni corpo è moneta di scambio, ogni cadavere è una leva negoziale. Consegnarli vuol dire chiudere un canale di potere.

di Piero Terracina | 31 Ottobre 2025

Non facciamo finta di non capirci. Hamas non disarma perché il suo potere non nasce da una legittimità politica, ma da un arsenale e da una rete di controllo che prospera solo nel conflitto. Se depone le armi, scompare. È la logica del gruppo armato che si traveste da movimento politico: la pistola sul tavolo è l’unica voce. Disarmare significherebbe ammettere di aver perso, consegnare Gaza a un futuro diverso, rinunciare a quell’idea fanatica di “resistenza” che da decenni giustifica controllo e paura.

Hamas non vuole uscire di scena perché ha costruito uno Stato nello Stato: tassazione parallela, tunnel, contrabbando, educazione ideologica, media, milizie. Gaza è diventata una prigione di due milioni di persone e Hamas ne è il carceriere. Qualsiasi processo di pace reale le toglierebbe il ruolo. Ecco perché, anche di fronte a una tregua “di facciata” confezionata per la politica estera altrui, non restituisce gli ostaggi, nemmeno quelli deceduti: ogni corpo è moneta di scambio, ogni cadavere è una leva negoziale. Consegnarli vuol dire chiudere un canale di potere.

Israele questo lo sa. Non esiste coesistenza con un partito armato che pone la distruzione dello Stato ebraico come principio fondativo. Puoi congelare il conflitto, ma non normalizzarlo. Finché Hamas resta in piedi, Gaza rimane una mina sotto la sabbia. Per questo l’esercito israeliano non si ferma: non per vendetta, ma per una logica di sopravvivenza. La storia recente insegna che ogni “mezza vittoria” lasciata a metà è stata ripagata con razzi, attentati e propaganda.

Hamas non può essere riformato: va sconfitto. Ha tradito il proprio popolo trasformando il dolore palestinese in un business politico-militare. Le guerre di religione non finiscono con un comunicato, ma con la resa di chi le alimenta. Israele combatte per difendere i suoi cittadini e, insieme, per liberare i palestinesi da chi li tiene ostaggi due volte: nel corpo e nella mente.

Dietro ogni parola “tregua” resta la domanda che molti evitano: può esistere pace con chi considera la pace un tradimento? La risposta è scritta nei tunnel di Gaza e nelle sirene di Tel Aviv. Fino a quando quella struttura armata resterà intatta, non ci sarà equilibrio. Ecco perché Hamas non disarma. Ecco perché Israele non può fermarsi.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: accordi di pace, cessate il fuoco, gaza, hamas, israele, Onu, Palestina, tregua

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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