
Il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese, e il parallelo rischio di un’escalation che possa attraversare tutta la regione, ha riportato in superficie alcune tradizionali faglie della politica internazionale. E questo non solo in Medio Oriente. Con la sua centralità per quanto riguarda soprattutto gli approvvigionamenti energetici, la regione riveste un ruolo cruciale anche per paesi che sono politicamente e religiosamente molto distanti dalle due parti del conflitto.
È questo per esempio il caso del Giappone, la cui preoccupazione per quanto successo nelle ultime settimane è stata messa ben in evidenza dalle numerose telefonate compiute dal primo ministro Fumio Kishida e dalla ministra degli esteri Yoko Kamikawa. La posizione di Tokyo sul tema nell’ultimo mezzo secolo è sempre stata molto cauta e continua ad esserlo tutt’ora, dovendo trovare il giusto bilanciamento tra tutela dei propri interessi, solidarietà strategica con gli alleati e rispetto del diritto internazionale. Proprio ieri Kamikawa è arrivata in Israele dove questi giorni incontrerà le sue controparti israeliane, palestinesi e giordane per cercare di aiutare a calmare le tensioni scatenate dallo scoppio del conflitto a Gaza.
La delicata bilancia del Giappone in Medio Oriente
La posizione giapponese sul tema rappresenta un unicum nel contesto dei paesi del G7, rispetto ai quali in queste settimane il governo di Tokyo si è trovato piuttosto isolato. Le relazioni del Giappone con Israele e con la Palestina sono infatti molto più temperate di quelle di molti altri paesi occidentali, che hanno espresso un sostegno abbastanza pieno alle operazioni militari israeliane a Gaza. Basti pensare che inizialmente Kishida e il governo giapponese, pur condannando l’attacco di Hamas contro i civili israeliani e la presa di ostaggi, si erano trattenuti dal descriverlo come un atto “terrorista”. È stato solo in seguito alle rimostranze dell’ambasciatore israeliano a Tokyo che il Giappone ha cominciato a descrivere nelle proprie comunicazioni ufficiali gli avvenimenti del 7 ottobre come “terrorismo”.
Contrariamente ad altri paesi, la questione israelo-palestinese non possiede una marcata rilevanza politica nel dibattito pubblico interno del Giappone, dove non esistono grandi gruppi di pressione né a favore di una parte né a favore dell’altra. Sebbene ci siano state dimostrazioni sia a sostegno di Israele che di Gaza, la questione non possiede una capacità di mobilitazione popolare tale da influire sul posizionamento del governo giapponese.
A pesare è piuttosto la dipendenza di Tokyo dall’importazione di petrolio dal Medio Oriente. Come durante la guerra dello Yom Kippur di 50 anni fa, i paesi musulmani produttori di idrocarburi hanno un ruolo fondamentale nel mix energetico del Giappone. Sebbene Israele non sia un fornitore di prim’ordine nel mercato globale dell’energia, un allargamento del conflitto su scala regionale potrebbe coinvolgere alcuni dei principali produttori mondiali, come ad esempio i paesi del Golfo. Tokyo teme che ciò possa possa risultare in uno shock dei prezzi, simile a quello verificatosi negli anni ’70.
Questa eventualità colpirebbe il Giappone, un paese povero di risorse naturali, in modo particolarmente duro: poco meno del 40% dell’energia prodotta deriva infatti dal petrolio, che rimane al primo posto tra le fonti del mix energetico del paese. Secondo i dati dell’Agenzia per le risorse naturali e l’energia del Giappone nel 2022, il 94% del greggio importato proveniva proprio dal Medio Oriente. I primi tre fornitori sono infatti Arabia Saudita (che fornisce 1,14 milioni di barili al giorno), Emirati Arabi Uniti (1,12 milioni di barili) e Kuwait (200.000 barili).
La dipendenza dal petrolio del Golfo, inoltre, oggi è ancora peggiore che nel 1973, quando le forniture provenienti dal Medio Oriente rappresentavano circa il 77% di tutto l’import petrolifero. Le ragioni di questa marcata dipendenza dal Golfo vanno individuate sia nella crescita economica dei produttori petroliferi asiatici come l’Indonesia che hanno assorbito parte della loro produzione prima destinata esportata verso il Giappone, sia nella decisione presa l’anno scorso di interrompere quasi completamente l’acquisto del petrolio russo dopo l’invasione dell’Ucraina.
L’esposizione a possibili shock dell’offerta di petrolio mediorientale rimane quindi elevata, nonostante il mix energetico del Giappone sia oggi molto più diversificato rispetto a 50 anni fa. Il gas per esempio, praticamente irrilevante durante i primi anni ’70, oggi sopperisce a circa il 20% del fabbisogno energetico giapponese e in questo settore la dipendenza dal Golfo è limitata al 12% delle importazioni di LNG. Tuttavia, fintanto che le rinnovabili non troveranno nuovo spazio e i reattori nucleari non ritorneranno a pieno regime, la dipendenza giapponese dal petrolio del Golfo rimarrà centrale per la politica di Tokyo in Medio Oriente e, queste settimane in particolare, verso le parti coinvolte nell’attuale conflitto in corso a Gaza.
La posizione giapponese su Israele e Palestina
L’iniziale reticenza giapponese a designare l’attacco di Hamas come “terrorista” va intesa come un calcolo di convenienza eseguito dal governo, intenzionato a non presentarsi come troppo allineato sulla posizione degli Stati Uniti e attento a non irritare quei paesi della regione che invece considerano Hamas una forza legittima della resistenza palestinese. Tokyo per esempio mantiene buoni rapporti con l’Iran e, in una telefonato con la sua controparte di Teheran, la ministra Kamikawa ha concordato l’importanza di lavorare assieme per fornire assistenza umanitaria a Gaza. Già nel 2019, d’altronde, quando gli Stati Uniti stavano organizzando una coalizione di paesi per scortare le petroliere nel Golfo e proteggerle da eventuali attacchi iraniani, il Giappone aveva deciso di non aderire.
Nell’attuale contesto, sul conflitto israelo-palestinese il Giappone deve quindi bilanciare diversi interessi che lo portano da un lato a condannare l’attacco terrorista di Hamas e sostenere il diritto di Israele a difendersi e dall’altro a specificare come ciò debba avvenire in accordo col diritto internazionale e nel rispetto della sicurezza dei civili. Perciò la posizione del Giappone si discosta dal sostegno pressoché incondizionato che l’alleato statunitense ha fornito a Israele, determinando una frattura visibile anche nel voto al Consiglio di sicurezza dell’ONU del 18 ottobre, quando gli Stati Uniti hanno apposto il veto a una risoluzione a favore di una “pausa umanitaria” ai bombardamenti su Gaza che invece il Giappone ha sostenuto.
Questo scartamento di prospettiva non è destinato a sfociare in una contrapposizione giapponese al sostegno di Joe Biden a Israele sulle operazioni militari a Gaza, considerato soprattutto il valore strategico che l’alleanza con gli Stati Uniti ha per Tokyo. Tuttavia, potrebbe essere fonte di imbarazzi e incomprensioni reciproche: lo scorso 22 ottobre, Biden ha tenuto colloqui coi leader degli altri paesi del G7 per concludere una dichiarazione comune sul diritto di Israele ad auto-difendersi; colloqui da cui il Giappone è stato escluso, nonostante quest’anno abbia la presidenza di turno del gruppo. Proprio nei prossimi giorni infatti, i ministri degli esteri del G7 dovrebbero convergere a Tokyo per un incontro che inevitabilmente vedrà l’escalation in corso a Gaza in cima alla lista delle priorità. Eppure, data la discrepanza di vedute tra il Giappone e gli altri sei paesi, è improbabile che dal vertice possa emergere una posizione condivisa. Motivo per cui la missione di Kamikawa (che oggi è in visita a Tel Aviv e Ramallah con l’obiettivo di premere per la de-escalation umanitaria e spingere verso il dialogo) appare come un’iniziativa autonoma giapponese, priva della copertura politica delle altre potenze.
Il riflesso di Gaza in Asia
Eppure, per il Giappone la partita si gioca su più tavoli. Ben più importante del Medio Oriente, per quanto cruciale per gli approvvigionamenti energetici, è l’immediato vicinato asiatico dove le ambizioni della Cina preoccupano molto Tokyo. Nell’ultimo decennio il paese ha cercato di approfondire i legami coi paesi della regione per contrastare la crescente influenza cinese e mantenere lo status quo, incluso quelli del Sud-est asiatico riuniti nell’ASEAN. Due tra i membri più importanti di quest’organizzazione sono Indonesia e Malesia, paesi a maggioranza musulmana e particolarmente sensibili alla causa palestinese, che Tokyo non può permettersi di alienare mostrandosi noncurante delle vittime civili a Gaza. Soprattutto, il prossimo mese Kishida ospiterà a Tokyo il vertice coi leader ASEAN per celebrare il cinquantesimo anniversario dei rapporti bilaterali (per il quale proprio oggi il primo ministro si è imbarcato in un tour preparatorio che lo porterà nelle Filippine e in Malesia).
Si tratterà di un’occasione in cui il Giappone vorrà mettere in mostra la propria sintonia con un blocco di paesi del Sud Globale che gioca un ruolo fondamentale negli equilibri strategici e geoeconomici dell’Asia. La riuscita del vertice dipenderà anche dalla capacità del Giappone di presentarsi come un attore in buona fede, deflettendo così ogni accusa di doppi standard tra la determinazione con cui si è opposto al massacro di civili ucraini e la posizione che sta prendendo riguardo ai bombardamenti israeliani su Gaza. Ne va della credibilità di Tokyo come attore regionale impegnato a sostenere i principi del diritto internazionale, una qualità che fa del Giappone un punto di riferimento fondamentale nel panorama dell’Indo-Pacifico.
Guido Alberto Casanova
Junior Research Fellow Ispi

Lascia un commento