
La risoluzione ONU del 27 ottobre – presentata da quasi 50 Paesi, tra cui Turchia, Palestina, Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) – è stata approvata con 120 voti favorevoli, 14 contrari e con 45 nazioni che hanno scelto di astenersi. Il testo della risoluzione condanna “tutti gli atti di violenza contro i civili palestinesi e israeliani, compresi tutti gli atti di terrore e gli attacchi indiscriminati, nonché tutti gli atti di provocazione, incitamento e distruzione”. Chiede inoltre che “tutte le parti rispettino immediatamente e pienamente i loro obblighi di diritto internazionale”.
La risoluzione è stata prontamente rifiutata da Israele, che tramite il suo ambasciatore alle Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha parlato apertamente di mancanza di legittimità dell’organo internazionale. Nella pratica, dunque, nonostante il supporto della maggior parte degli Stati, la risoluzione rimane priva di efficacia pratica. La proposta, tuttavia, fornisce uno esempio di come si stia schierando il mondo in merito alla nuova escalation del conflitto israelo-palestinese. Soprattutto per le grandi potenze, globali e regionali, la questione si inserisce in ragionamenti strategici più ampi, spesso di carattere geopolitico e geoeconomico. Partendo dalla risoluzione ONU, prendiamo in esame le ragioni dietro le posizioni assunte da alcuni attori cruciali della scena internazionale (Stati Uniti, Cina, Turchia, India, Russia, Brasile, Italia) che possono inoltre avere un peso esterno rilevante per favorire una eventuale de-escalation del conflitto.

Stati Uniti (voto alla risoluzione ONU: contrario)
Da quando è scoppiata la crisi a Gaza gli Stati Uniti sono stati inequivocabili nella loro presa di posizione, sostenendo appieno Israele, al netto delle divergenze politiche tra l’amministrazione dell’attuale presidente statunitense Joe Biden e quella del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In passato, Biden aveva più volte criticato il governo di estrema destra guidato da Netanyahu, ma dopo l’attacco del 7 ottobre tutti gli attriti sono stati sostanzialmente messi da parte.
Le parole del segretario di Stato americano Antony Blinken sono un chiaro ritratto della posizione statunitense: “Potreste essere abbastanza forti da soli per difendervi, ma finché esisterà l’America, non dovrete mai farlo. Noi saremo sempre al vostro fianco”.
Gli Stati Uniti hanno profondi legami storici ed economici con Israele. Fin dalla Seconda guerra mondiale, gli USA hanno sostenuto la formazione di uno Stato ebraico e, a oggi, sono il primo partner commerciale di Israele, con uno scambio bilaterale annuo di quasi 50 miliardi di dollari in beni e servizi. Soprattutto, Tel Aviv ha un valore strategico inestimabile per gli interessi di Washington in Medio Oriente, essendo un alleato democratico e schierato con l’asse occidentale in una regione politicamente ostile all’Occidente. Seppur negli anni gli Stati Uniti abbiano diminuito il loro impegno nella regione, l’area rimane centrale per gli equilibri geopolitici e per l’accesso alle forniture regionali di petrolio, da cui l’America continua in parte a dipendere (Canada 52%, Messico 10%, Arabia Saudita 7%, Iraq 4%).
Sebbene fino a questo momento Israele abbia pressoché ignorato gli appelli del presidente Biden a prendere “tutte le precauzioni possibili” per tutelare i civili, gli aiuti statunitensi continuano ad arrivare. Si stima che dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi (1946-2023), Israele abbia ricevuto dagli USA circa 158 miliardi di dollari (non aggiustati per l’inflazione), più di quanto gli Stati Uniti abbiano dato a qualsiasi altra nazione.
Cina (voto alla risoluzione ONU: favorevole)
La posizione di Pechino su ciò che sta avvenendo a Gaza è ambigua, non troppo dissimile all’approccio cinese nei confronti della questione ucraina. Si tratta di un tentativo di bilanciamento tra i tanti interessi in gioco, primi fra tutti quelli cinesi. L’obiettivo ultimo è un posizionamento da grande potenza ‘neutrale’, sostenitrice della pace e pronta a offrire un’alternativa alle più radicali posizioni statunitensi pro-Israele, che agli occhi della Cina non fanno altro che alimentare l’instabilità della regione.
Quella di Pechino si potrebbe definire come una “neutralità anti-occidentale”: infatti, seppur alla ricerca di un ruolo da mediatore, la sua posizione pende verso il lato palestinese. A dar conto di ciò sono, in primo luogo, le parole dell’inviato cinese per le questioni mediorientali, Zhai Jun, che ha sottolineato come “la ragione fondamentale dell’attuale situazione del conflitto israelo-palestinese è che non sono stati garantiti i legittimi diritti nazionali del popolo palestinese“. In secondo luogo, la Cina si è astenuta dal definire l’aggressione di Hamas un atto terroristico, limitandosi a esprimere “preoccupazione” per le violenze verso i civili e a ribadire il suo sostegno alla “creazione di uno Stato palestinese indipendete”.
Gli interessi cinesi in gioco sono tanti e trasversali a diverse aree. Dal punto di vista economico, la Cina ha bisogno di un Medio Oriente stabile, in quanto zona cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), il suo progetto cardine a cui si è unita nel 2022 anche la Palestina. Inoltre, la Repubblica popolare è il maggior partner commerciale di molti Paesi mediorientali e, si ritiene, anche il maggior acquirente singolo di petrolio iraniano e saudita. Dal punto di vista geopolitico, la posizione cinese di “neutralità anti-occidentale” può essere un’ulteriore spinta alla leadership cinese nel Global South, la cui gran maggioranza dei paesi è solidale alla causa palestinese.
Turchia (voto alla risoluzione ONU: favorevole)
In merito al conflitto a Gaza, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si trova in una posizione particolarmente complessa. Se da un lato, la sua politica estera è stata tradizionalmente orientata verso la solidarietà con il popolo palestinese, dall’altro Ankara aveva recentemente cercato una riconciliazione con Israele, anche nell’ottica di un miglioramento delle relazioni con le potenze occidentali.
Nelle prime settimane di Guerra, Erdogan aveva adottato una posizione piuttosto cauta, offrendo supporto retorico e umanitario a Gaza, ma evitando di schierarsi direttamente al fianco di Hamas ed incaricando il ministro degli Esteri Hakan Fidan di cercare un terreno comune con gli altri attori regionali.
Tuttavia, le dichiarazioni del 25 ottobre indicano che il presidente potrebbe aver cambiato approccio, orientandosi verso un allineamento con il mondo arabo. In un recente discorso al parlamento, Erdogan ha condannato in modo inequivocabile le azioni di Israele, mostrando una solidarietà con Hamas che non aveva manifestato in precedenza. Il capo di Stato ha dichiarato: “Hamas non è da considerarsi un’organizzazione terroristica, ma piuttosto un gruppo di liberazione (mujaheddin) impegnato in una battaglia per difendere le proprie terre e il proprio popolo“. Erdogan ha poi criticato le potenze occidentali per l’atteggiamento ipocrita assunto, evidenziando la mancanza di una risposta decisa al “massacro intenzionale” compiuto da Israele a Gaza, in netto contrasto con la determinazione dimostrata nel conflitto tra Russia e Ucraina.
L’obiettivo di Erdogan sembrava essere quello di far diventare la Turchia un attore chiave nel processo di mediazione e ricostruzione che dovrebbe seguire il conflitto, e molti osservatori regionali ritenevano che il paese si trovasse in una posizione privilegiata per svolgere tale ruolo. Tuttavia, le recenti prese di posizione suggeriscono che la leadership turca stia dando priorità all’espansione della propria influenza nel mondo arabo, rispetto a qualsiasi prospettiva di riconciliazione con Israele.
India (voto alla risoluzione ONU: astensione)
La presa di posizione dell’India in seguito all’attacco di Hamas è stata repentina e chiara. Lo stesso giorno, il primo ministro Narendra Modi ha scritto di essere profondamente scioccato dall’attacco terroristico subito ai danni dello Stato ebraico e rimarcando che in questo momento difficile l’India sta al fianco di Israele. La posizione indiana a supporto di Israele, diversamente da quella statunitense, non era scontata. Dalla sua indipendenza, per molti anni l’India è stata solidale alla causa palestinese, associando la condizione dei palestinesi ad una conseguenza diretta dell’imperialismo britannico.
Le dichiarazioni di Modi nel corso dell’attuale crisi sono lo specchio di un’India molto diversa dal passato, che ha costruito con Israele solidi legami economici e politici. A oggi, secondo i dati forniti da SIPRI, Tel Aviv è nella top 4 dei paesi che negli ultimi 10 anni (2012-2022) hanno venduto più armi a New Delhi. I rapporti vanno oltre la compravendita di armi, dal 2017 tra i due paesi si parla di partnership strategica e sono state condotte esercitazioni militari congiunte e firmati accordi di cooperazione in diversi ambiti, come la cyber security.
Vi è un altro fattore che ha spinto l’India sempre di più verso Israele: i due rispettivi primi ministri hanno ottimi rapporti. Second Azad Essa, autore de “Patrie ostili: La nuova alleanza tra India e Israele”, la vicinanza tra i due può essere imputata alla comune ideologia etno-nazionalista e anti-musulmana portata avanti sia dal BJP di Modi che dalla coalizione tra Likud ed estrema destra guidata da Netanyahu.
Russia (voto alla risoluzione ONU: favorevole)
Il presidente russo Vladimir Putin ha condannato l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ma ha anche messo in guardia Israele dal bloccare la Striscia di Gaza, paragonando tale atto all’assedio di Leningrado da parte della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Inoltre, Mosca ha definito il conflitto come il risultato del fallimento della diplomazia statunitense, accusando Washington di aver abbandonato gli sforzi per contribuire alla creazione di uno Stato palestinese. Inviati diplomatici cinesi e russi per il Medio Oriente si sono poi incontrati per discutere di una collaborazione finalizzata a calmare la situazione, sottolineando il loro impegno verso la soluzione dei due Stati.
A differenza di Putin, che ha bilanciato con attenzione le sue dichiarazioni, altri funzionari russi sono stati più diretti nel criticare gli attacchi israeliani a Gaza. Konstantin Kosachev, vicepresidente della Camera alta del Parlamento russo, ha dichiarato che, sebbene Hamas abbia scatenato il conflitto, la risposta di Israele è stata “sproporzionata” e “disumana.
Hamas ha dichiarato di apprezzare l’appello russo per un cessate il fuoco e le dichiarazioni della Russia hanno attratto forte consenso in tutto il mondo arabo. La volontà russa di dialogare con Hamas si è fatta poi sempre più esplicito: prima ospitando una delegazione del movimento palestinese al Cremlino e poi dichiarando, tramite l’ambasciatore russo presso l’Onu, che Israele non avrebbe il diritto all’autodifesa nella sua lotta contro Hamas in quanto “Stato occupante”. La presa di posizione sempre più radicale della Russia minaccia, però, i rapporti amichevoli con Israele, che finora non aveva aderito alle sanzioni occidentali contro Mosca né fornito armi all’Ucraina. Tuttavia, la Russia è riuscita più volte a destreggiarsi in difficili bilanciamenti di interessi in Medio Oriente e potrebbe essere in grado di farlo ancora una volta, conquistando il sostegno del mondo arabo senza dover necessariamente tagliare i ponti con Israele.
Brasile (voto alla risoluzione ONU: favorevole)
Il Brasile, che ha assunto recentemente la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza ONU, ha cercato subito di posizionarsi in modo equilibrato. Ha condannato l’attacco contro Israele lanciato da Hamas il 7 ottobre e anche la rappresaglia israeliana con gli attacchi aerei nella Striscia di Gaza. “Hamas deve liberare i bambini israeliani che sono stati rapiti dalle loro famiglie. Israele deve interrompere i bombardamenti in modo che i bambini palestinesi e le loro madri possano lasciare la Striscia di Gaza attraverso il confine egiziano”, ha dichiarato il presidente Lula dopol’attacco.
Con il passare dei giorni, l’intenisficarsi dei bombardamenti da parte di Tel Aviv nella Striscia e il continuo aumento delle vittime civili palestinesi, le posizioni di Brasilia si sono fatte più radicali, arrivando a definire il conflitto in corso un “genocidio” nei confronti degli abianti di Gaza.
Lula sta portando avanti una politica estera indipendente, volta a rimanere in equilibrio tra gli interessi delle grandi potenze, ma anche a supportare le istanze del Sud Globale. La questione palestinese rimane tra queste, come dimostra il sostegnomostrato da gran parte dei paesi in via di sviluppo, compresi molti del Sud America. Infatti, seppur non si possa parlare di un cambio drastico, la presidenza Lula ha riportato il Brasile verso posizioni più vicine alla causa palestinese, tornata in primo piano sulla scena politica brasiliana dopo anni di assenza dovuta alla politica pro-Israele di Bolsonaro.
Italia (voto alla risoluzione ONU: astensione)
La posizione italiana sull’escalation Hamas-Israele è stata delineata in più occasioni dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e da altri esponenti del governo come il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Durante la sua visita in Israele – il 21 ottobre – Meloni ha incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
La premier ha ribadito “il pieno diritto di Israele a difendersi secondo il diritto internazionale e a vivere in pace”, sottolineando inoltre “l’importanza di garantire l’accesso umanitario a Gaza e una prospettiva di pace per la regione”.
Il governo, spiega Palazzo Chigi, segue “con preoccupazione l’evolversi della situazione, in stretto collegamento con le istituzioni europee e con gli alleati”. Particolare attenzione viene rivolta “alla sicurezza della comunità ebraica presente sul territorio nazionale”.
A livello pratico, l’Italia ha appoggiato le conclusioni del Consiglio UE a favore di “pause umanitarie” a Gaza, ma senza l’adozione di un vero e proprio cessate il fuoco. La rappresentanza italiana all’ONU, invece, si è astenuta dal voto di una risoluzione a favore di una tregua umanitaria nella Striscia di Gaza. L’ambasciatore Maurizio Massari, rappresentante permanente d’Italia all’Onu, ha spiegato che l’astensione dal voto è dovuta alla mancanza nella risoluzione di una chiara condanna all’attacco sferrato da Hamas contro Israele il 7 ottobre scorso. La posizione italiana rimane coerente con quella di grandi attori politici europei, come Germania e Olanda, ma difforme da altri, come la Francia, a dimostrazione di un fronte europeo diviso sulla questione israelo-palestinese.
a cura di Ispi

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