Non entriamo nel merito delle recentissime vicende che hanno riguardato il Campidoglio, la neo sindaca di Roma e l’assessora all’ambiente su cui tanto si è parlato nei mass media e su cui tanto si sono infervorati la gran parte dei giornalisti. Ognuno la penserà come meglio crede anche sulla base delle proprie pregresse convinzioni politiche. Oggettivamente stupisce invece ciò di cui non si è parlato. Nel mentre si sono spese decine di ore di trasmissione e fiumi d’inchiostro per svelare ogni minimo dettaglio dell’orrida vicenda, l’ Istat ha certificato che gli sparuti segni di ripresa che vi erano stati nei mesi scorsi e di cui tanto si era vantato il premier ed il suo entourage si sono bruscamente interrotti ed il Paese ristagna nella stessa (e forse peggio) penosa situazione economica in cui versava prima che si insediasse l’attuale Governo. Lo stesso terremoto con il suo carico di morti, di paure, di disperazione e di infiniti disagi per i poveretti coinvolti nella tragedia, è stato messo da parte giacché evidentemente ritenuto meno rilevante delle vicende capitoline. Finanche il referendum costituzionale che dovrebbe decidere il futuro dell’attuale classe politica (se non ricordiamo male il presidente del consiglio aveva promesso che, quale dimostrazione di coerenza, in caso di sconfitta si sarebbe dimesso) e quindi le sorti dell’esecutivo, è improvvisamente divenuto questione marginale e comunque di rilevanza secondaria ed inoltre, alla chetichella e senza far troppo inutile rumore, i signori Benetton ritornano alla carica e di fatto attuano quello che gli era stato precluso una decina di anni fa, vendendo il 30% della concessione autostradale di cui sono titolari. Una bella cosa per gli interessati che si apprestano ad incassare una sommetta come sei (diconsi sei) miliardi di euro. Una robetta da nulla soprattutto se confrontata con quanto sborsarono nel 2000 quando l’allora ducetto di turno – certo D’Alema (proprio lo stesso che ora irride all’arroganza di Renzi) – privatizzò (o per meglio dire svendette) la quasi totalità della rete autostradale italiana. I Benetton, che nel frattempo da magliari si erano trasformati in finanzieri, erano già pronti per acquistarle. Inutile dire che i soldi non li misero di tasca propria ma se li fecero prestare dalle banche amiche riversando poi il debito sui bilanci di quella che allora si chiamava “Società Autostrade” e che da tempo è stata ribattezzata “autostrade per l’italia” (Italia scritta in piccolo, proprio così!). Eppure la notizia della vendita è ghiotta giacché i Benetton hanno fretta (c’è da chiedersi chissà perché) ed intendono portare a compimento l’operazione entro la fine dell’anno o al massimo all’inizio del prossimo. Sarebbero infatti già stati affidati gli incarichi per la valorizzazione della quota minoritaria dell’azienda ad un team di advisor di cui fanno parte alcune delle più importanti banche d’affari in ambito mondiale quali Jp Morgan, Goldman Sachs e Credit Suisse. il pacchetto di minoranza della società potrebbe interessare principalmente fondi sovrani, grandi investitori infrastrutturali e fondi pensione internazionali. I motivi di tale interesse sono evidenti: si tratta di un investimento particolarmente redditizio. Secondo le stime degli analisti la partecipazione in vendita potrebbe valere oltre 5 miliardi di euro. Tuttavia, l’incasso potrebbe essere ben più elevato. Ciò è conseguente all’attuale situazione economica a livello planetario che, complice una generale fame di asset, potrebbe spingere gli interessati ad aumentare la posta per assicurarsi la presenza in una società che ha un rendimento stabile e corposo. Ecco perché c’è già chi ipotizza un prezzo del 30% della società vicino ai 6 miliardi.
Un bel risultato dunque per il padrone del vapore ma non per il Paese. Chi conosce da vicino le vicende di quell’azienda sa bene che i lusinghieri risultati conseguiti sul piano della valorizzazione economica nulla hanno a che vedere con una corretta e sana gestione di una infrastruttura pubblica. Non è stata migliorata la qualità della rete, che semmai sempre più evidente appare l’incuria e la negligenza gestionale, ma semmai si è accentuata l’ingordigia dell’attuale azionista di maggioranza e del suo staff manageriale che hanno saputo soltanto rendere più poveri i dipendenti ed i fornitori. E così operando hanno trasformato una delle più belle realtà imprenditoriali italiane, fiore all’occhiello di una generazione che era stata capace di trasformare il nostro Paese, reduce da una guerra disastrosa, in grande potenza industriale, in una macchina da soldi per gente che cinicamente ha saputo trarre privilegi e vantaggi dalla connivenza di una classe politica tanto corrotta quanto incapace.

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