
Comparando una politica socialista di lungo corso che sottolinea alcune linee guida di un futuro prossimo riportando in auge una classe dirigente politica tutta socialista.
On. Bobo Craxi, lei fa una riflessione abbastanza intellettuale direi che la relativa novità del tempo recente, dunque, sta in questa fusione di globale e locale: con tutti i riconoscibili limiti del dialogo, in esso abbiamo provato a salire e scendere lungo questa sorta di scala di Giacobbe. Qual è la risposta?
Sarei tentato di risponderle con le parole di Bob Dylan: “la risposta è nel vento”…
Quel che è chiaro ed evidente a tutti é che le cose cambiano, mutano e per forza di cose. È necessario adattarsi e il dovere per chi si sforza di pensare e di governare il cambiamento attraverso un pensiero é quello di tentare di anticipare i cambiamenti. É probabilmente una qualità che neanche le nuove tecnologie riescono ad avere per quanto le proiezioni e le prospettive economiche, demografiche, climatiche siano con evidenza già individuate. A queste dovremo adattarci per non venirne travolti.
La Arendt (difese il concetto di “pluralismo” in ambito politico) rappresenta il travaglio dell’adattamento umano al moderno ed all’industriale nella suggestiva figura della “psicologia del deserto”. Non crede che oggi parlare di concetti così complessi siano lontani dalla società reale che spesso definisco post-moderna?
Ci sono diverse interpretazioni sulla psicologia del deserto; da un certo punto di vista trovarsi nel deserto “libera la mente” e se non vieni colto dal panico della mancanza di punti di riferimento esso è il luogo adatto per guardare le cose “ da nessun punto di vista”.
Ho citato proprio nel libro il filosofo liberale Nagel ed il suo “a point a View from nowhere” perché è proprio da un punto di vista neutrale che si possono assumere le decisioni necessarie. Stabilire insomma avvicinandosi il più possibile all’adozione di scelte giuste adottando un principio di realtà. Questo vale non solo per la vita privata ma anche nelle scelte pubbliche siano esse economiche o politiche. È evidente che il ricorso alla filosofia possa apparire un rifugio astratto, ma è proprio nel momento del tumulto, dello smarrimento e della confusione che non è affatto sbagliato fermarsi. E se fosse possibile in questo Mondo che corre senza bussola sarebbe necessario uno stop. Per certi versi il periodo pandemico avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. I risultati purtroppo sono stati diversi dalle aspettative ed il Mondo, che ha temuto per la sua esistenza ha reagito mostrando un volto aggressivo e conservatore.
È necessario allargare la visione di quella che può essere la proposta socialista dentro la società attuale. Potrebbe essere una sorta di matrioska? Incastra alla perfezione la società attuale?
Non è scontato che antiche dottrine possano adattarsi ai cambiamenti della situazione data. Il nostro è un tentativo non solo culturale ma anche politico di riadattare una visione d’insieme il socialismo ha saputo offrire per più di un secolo anche sapendosi adattare agli sviluppi delle società. È chiaro che il capitalismo della globalizzazione ha affermato il suo primato. Il nostro compito oggi non è quello di contrastare ma è quello di anticipare i rischi dell’aumento delle disuguaglianze che l’economia globale senza regole ha determinato. Quindi si tratta di una visione meno minimalista del socialismo, non è più il tempo di temperare, o tosare come avrebbe detto Olof Palme, il capitalismo ma è quello di sostituirlo con un sistema socialista che viva nella libertà, individuale ed economica.
La stagione di Romano Prodi. Nella cultura cattolica dalla quale proveniva Prodi vi era la volontà di mantenere in vita, e di fondere, con quanto di buono c’era stato fra coloro che avevano aderito all’idea del comunismo italiano. Oggi lei vede Romano Prodi come una chimera?
Pur mantenendo verso Romano Prodi sentimenti sinceri di stima per la sua visione economica e per la sua tempra di statista internazionale considero quella parentesi politica dettata dalle necessità e dalle opportunità della fase che si stava vivendo in Italia. Non considero affatto che nel campo democristiano prima del 93 vi fosse una tendenza che volesse rigenerare una nuova alba del compromesso storico che non dimentichiamo nacque nella fase più drammatica della crisi fra est ed ovest in Occidente. Un segmento dei democristiani sopravvissuti alla scure giudiziaria assieme agli eredi del comunismo italiano hanno creato un blocco politico di governo o di opposizione ma non hanno generato un pensiero “lungo” e destinato a resistere; si è trattato di una soluzione, sia chiaro, idoneo ad una stagione di governabilità del paese senza una linea che varcasse l’orizzonte. Tanto è vero che il partito democratico oscilla fra tendenze governiste e sbornie radicali. Che il suo impegno odierno sia quello di correggere questa rotta non può che farmi piacere.
Lei intende dire che, a livello filosofico, è la spinta al compromesso. I contrattualisti liberal-democratici, progressisti, insegnano che ogni decisione, in questo caso della politica, debba essere assunta sempre coperti da un velo d’ignoranza?
Non sempre il pensiero filosofico illumina il pragmatismo politico tuttavia, ribadisco come sia necessario insistere su un agenda politica riformatrice nella quale diritti personali e politici hanno la medesima importanza, insistere affinché vengano ridotte le disuguaglianze sociali perché è inaccettabile che in società opulenta come le nostre in cui vi è un acclarato benessere diffuso vi siano sacche di povertà in accettabili. Questo è un principio sacrosanto che sta alla base di un pensiero socialista e liberale.
Che determinano lo sconcerto e la disillusione che hanno prodotto la protesta generalizzata del populismo, e più di recente l’abbandono, la diserzione democratica, l’indifferenza e alla fine, il nichilismo sociale. Lei è sempre più convinto che ci sia questa forma di svalutazione della realtà in un contesto politico e sociale?
É evidente innanzitutto che se in un sistema democratico sia l’impressione che il tuo voto non conti nulla il primo atto conseguente é il proprio allontanamento dal suo esercizio. Da un lato riemerge l’antico qualunquismo dall’altro questa insoddisfazione generalizzata viene attratta dalle speranze offerte dal populismo; esso si rigenera nell’illusione di quella che viene definita “popolocrazia” ovvero il dominio delle masse guidate da élite visionarie e il più delle volte velleitarie e confuse. É già accaduto nella storia. Quel che la rende inquietante è la dimensione identitaria e iper-nazionalista che conduce inevitabilmente verso conflitti etnici o territoriali. Ogni scusa è buona per fa ripartire la violenza distruttrice e cieca. Siamo circondati da questa.
On. Bobo Craxi, siamo arrivati alle ultime battute dell’intervista. Lei immagina questa forza anticipatrice della dinamica sociale come una forza sensibile capace di parlare al cuore delle persone. È la missione più difficile ma anche più affascinante, che rende più vitale il pensiero del socialismo italiano. Lei è d’accordo che ci vuole una nuova classe dirigente politica fatta di giovani socialisti capaci di parlare al cuore delle persone?
Innanzitutto ci vogliono idee rinnovate e “adatte ai tempi”. Certo menti più giovani e più fresche alimentano nuovi entusiasmi e nuove passioni; non ne farei tuttavia una questione generazionale e di puro rinnovamento anagrafico. L’ansia del rottamatore porta via con sé ogni legame con i dettami sostanziali del socialismo italiano e il vincolo con la sua storia. Ma il nostro compito è quello di testimoniare proprio perché altri assumano la medesima responsabilità di portare nel futuro un messaggio durevole del Socialismo Italiano ed Internazionale.
Giuseppe Basilico

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