C’è un referendum che agita e agiterà molti italiani: si scontrano già ‘innovatori’ e ‘conservatori’, i sostenitori del restyling costituzionale e i tutori della Costituzione-più-bella-del-mondo, quelli che invocano un futuro progressivo e coloro che lo dipingono autoritario. Eppure non è in gioco una innovazione sistematica, un grande cambiamento. Per quanto possa suonare provocatorio, è il referendum del 23 giugno quello che può mutare la prospettiva di noi tutti, sebbene vi parteciperanno (soltanto) gli elettori britannici e anche se i ‘no’ alla permanenza nell’UE non dovessero prevalere.
Sto leggendo proprio in questi giorni il “Mondo di ieri” di Stefan Zweig, il cui sottotitolo è “ricordi di un europeo”: nativo di Vienna, fece di Berlino, Parigi e Londra alcune importanti tappe del proprio viaggio intellettuale ed esistenziale, al punto che quelle capitali appaiono quasi, nella memoria, il cortile di casa.
Esiste una parte identitaria comune ai popoli europei, che impinge in grandi eredità della storia (la filosofia greca, il diritto romano, la religione cristiana, la civiltà rinascimentale) e perviene ad una modernità per lo più costruita sul “rapporto dialettico tra razionalità e individualismo/soggettività” che ha prodotto “fondamentali innovazioni scientifico-tecniche, economiche, politiche e culturali” (da “La società europea” di A. Cavalli/A. Martinelli).
Il concetto di Europa non è prerogativa di coloro che la esigono politicamente unita; mentre è accettabile che si definisca ‘europeista’ chi sostiene l’unità politica dell’Europa, non può denigrarsi come anti-europeo colui che rifiuta quella visione dell’Europa che aspira all’unità dei pianificatori. All’opposto, è plausibile che un amante della civiltà europea non possa fare a meno di volerne preservare le distinzioni, le varietà, le innumerevoli tradizioni e culture.
La questione dell’unità europea, o meglio, di quale Europa è e sarà vieppiù aperta e impregiudicata, nei fatti.
E’ veramente realistica e desiderabile l’idea o l’utopia della reductio ad unum? Torna utile il pensiero di Pascal Salin, quando si legge ne “La tirannia fiscale” che “la difesa dell’armonizzazione si basa (…) sulla pericolosa opinione per cui la concorrenza è ingiusta o impossibile se le ‘condizioni di concorrenza’ non sono armonizzate. Il merito della concorrenza, al contrario, è proprio quello che gli individui non producono alle stesse condizioni. Armonizzando si uccide lo scambio ed anche i benefici dovuti alla specializzazione”.
E’ nelle differenze e nella competizione che i singoli e le comunità innovano, crescono, si contaminano e progrediscono. L’ideale unitario sembra incaricato di appiattire, di deprimere questa ricchezza. Non ha torto chi ha parlato di “Unione Sovietica Europea”, un’entità che allo stesso tempo striglia l’Italia sul ‘cioccolato puro’ e resta afasica (un’espressione geografica, avrebbe sentenziato il Metternich) quando c’è da levare una voce nei delicati affari internazionali. E’ tutta una contraddizione che pare avere un’unica solida base: sé stessa, un intrico di norme e di burocrazie, di potere e di hybris.
E c’è di più: l’Unione Europea è una istituzione umana e come tale non è irreversibile. Non c’è un destino che impone ad alcune centinaia di milioni di individui di rimanere ad nutum sotto il suo ombrello ambivalente, non c’è un punto alto della storia donde non si possa recedere. Se qualcuno crede ancora nelle fiabe, è opportuno che (ri)legga il Karl Popper di “Miseria dello storicismo”. Il problema è, come sempre: qual è il prezzo da pagare per tornare indietro ovvero per andare oltre? E’ l’argomento che si doveva ragionevolmente porre, qualche tempo fa, dinanzi al referendum scozzese.
I sovra-Stati, proprio come gli Stati, sono istituzioni sociali: debbono potersi modellare nel tempo in un inesausto processo di scomposizione e ri-composizione, senza tabù, senza violenze, nel rispetto di un grande principio liberale, che è superiore a qualunque carta costituzionale: l’autodeterminazione degli individui, delle comunità, dei popoli.
Non è, per fare un esempio, paradossale o bizzarro che nel nostro stesso ordinamento giuridico nazionale coesistano una legge sul divorzio, così come le norme sul recesso e lo scioglimento delle società commerciali, e l’art. 5 della Costituzione (“la Repubblica, una e indivisibile, …”). Come si può negare ai gruppi sociali quel diritto che si riconosce agli individui?
Paolo Marini

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