
In un magistrale discorso tenuto a Davos il primo ministro Canadese ha fatto calare il velo dell’ipocrisia sulla quale le nazioni occidentali hanno continuato ad esaltare i principi del multilateralismo su cui si è fondato l’ordine mondiale che poco a poco hanno dimostrato la propria caducità sino a generare il fallimento registrato in questi mesi.
Ha detto il liberale Carney : “…abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Sia chiaro: siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione.
Negli ultimi due decenni, una serie di crisi nei settori finanziario, sanitario, energetico e geopolitico ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumento di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può “vivere nella menzogna” del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione..”
Ed ha aggiunto laconico suggerendo che “
Le medie potenze dovrebbero agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menu..”
Ora tale spietato realismo certamente influenzato da mesi di campagna aggressiva condotta da Trump nei confronti del Canada, antipasto dell’analogo trattamento riservato al Golfo del Messico, al Venezuela ed alla Groenlandia, andrebbe preso sul serio anche dalle nostre parti.
E se il Presidente Macron in versione top-gun ha tentato di riverniciare la grandeur della Francia sfidando il colosso americano, altri hanno preferito non accelerare con toni ultimativi una separazione che appare inevitabile, se le premesse e analisi sulla fine dell’ordine, così come lo abbiamo conosciuto, sono vere.
In Italia sta prevalendo un gioco di rimessa, l’abile messinscena di non volersi immischiare nelle controversie spinose ( Groenlandia e Striscia di Gaza) immaginando che l’equilibrismo che tiene insieme atlantismo, europeismo e sovranismo possa funzionare. Ma la nostra è una media potenza, una nazione priva di materie prime che vive nell’interscambio commerciale ed è forte nella sua proiezione economica verso l’estero, deve scegliere una politica che possa essere sí a “geometria variabile” ma che tenga fermi i suoi saldi principi che sono propri di una democrazia liberale. La scelta di Meloni di “non scegliere” e galleggiare sui nodi politici che stanno emergendo appare un’abile dimostrazione di realismo politico ma essa non dovrà protrarsi oltre perché come le altre nazioni che non intendono finire nel Menu del tavolo a cui siedono le grandi potenze l’Italia deve sterzare verso una coerente e solida adesione all’unica comunità di destino dove sopravvivono valori ed interessi comuni che è quella europea. L’interesse nazionale, a sistema internazionale mutato, con l’ordine mondiale che si sfarina ogni giorno, si può difendere solo in questo modo; La politica delle nostre destre ovvero della nazion europea ponte con gli Stati Uniti é fallita e conviene prenderne atto.
Bobo Craxi

Carney qualche giorno fa ha intrapreso un’azione molto intelligente, ovvero avviato una partnership economica con la Cina. Rafforzando i rapporti con la Cina si è tutelato anche da eventuali mire USA.
Il Venezuela, non a caso, non ha avuto un cambio di governo prioprio per il rapporto privilegiato con la Cina, che ha messo alle strette gli USA.
Ciò che l’UE non vuole fare, anzi, vuole mettere dazi alle merci cinesi, con tutte le conseguenze nefaste del caso in termini economici (e già vediamo il boomerang della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi dalla Cina, già introdotta in Italia).
La sciocca ideologia la fa da padrona. Ci si riempie la bocca di “liberalismo” e “riformismo”, ma quello autentico alberga più nel Paese del Dragone che in quello della bandiera blu con le stelle.
I fatti parlano e continueranno a parlare.
Un po’ come faceva Bettino, che queste cose le aveva capite già trent’anni fa.