Osservare Firenze una mattina d’estate poco dopo l’alba, dal piazzale di San Miniato lasciando che il tuo pensiero proceda senza un incedere preciso, innanzi al tuo sguardo verso la città e le sue colline, concede al tuo animo uno stato di grazia che mille volte avrebbe voluto incontrare, stordito e disorientato da altre circostanze quotidiane. Poi, abbassando un attimo lo sguardo, ti accorgi che in quel bel giardino prospiciente, fiancheggiato da piante secolari che lo hanno reso famoso, c’è un sepolcro di “ Un Italiano”: chi vi riposa è Giovanni Spadolini. Egli è lì, pare che indichi giù a valle, l’Arno, portando il tuo sguardo fino alla Calvana e a Prato, mentre con la consueta chiarezza, da lezione di storia patria e fiorentina. Lo ascolti e lo vedi ancora, con il suo sorriso benevolo, farfallone muoversi agilmente tra l’aneddoto e il preciso riferimento storico, senza temere correzioni da nessuno, tollerante verso la tua ignoranza, elegante, consapevole del suo sapere. Spadolini ci manca dal 4 agosto del 1994 ed a mio parere, manca alla politica di questo paese. L’aria è frizzante, il cielo terso come non mai, rende a Firenze un fascino che mi sembrava perduto. Penso all’uomo che fu. Alla sua carriera davvero eccezionale. A 25 anni professore di storia contemporanea dell’università di Firenze. Scrittore di libri come “Il papato socialista”, “Gli uomini che fecero l’Italia”, “Gobetti: un’idea dell’Italia”, solo per citarne alcuni. Direttore de Il Resto del Carlino e del Corriere della sera fino al 1972. Fu eletto lo stesso anno al senato nelle file del P. R. I. di Ugo La Malfa, poi direttore della Voce repubblicana da dove sono usciti direttori d’importanti testate giornalistiche, come Stefano Folli e Guido Gentili. Ai meriti di storico e giornalista aggiunse quelli della politica. Fu l’inventore del ministero dei beni culturali ed ambientali nel quarto governo Moro. Nel 1979 divenne ministro dell’istruzione, il primo non democristiano. Spadolini fu un punto di riferimento non solo per i repubblicani, ma per tutti gli italiani, come lui si ostinava a riconoscersi, seguendo quella certa idea dell’Italia gobettiana cui fu molto affezionato, nel difficile tentativo di mediazione tra laici, cattolici e marxisti. Lo ascolto ancora, mentre racconta la più suggestiva repubblica, quella dei Pian dei Giullari. La descrizione dei confini, delle strade, “e tutte le casine sul greto del fiume sono esattamente come allora”, di quando fu fanciullo e adolescente. Ugo La Malfa e Spadolini avevano alto il senso dello stato e fu lui a prenderne il suo posto alla guida del piccolo partito laico, all’indomani della morte dello statista siciliano avvenuta nel Marzo 1979. Nel giugno dell’81, Pertini lo incaricò di formare quello che fu il primo governo a guida non democristiana, ed un secondo poi, che durò fino al novembre 1982. Montanelli definì quel periodo “Odore di pulizia”. Noi cittadini in quel momento, respiravamo una nuova aria di fiducia e ottimismo che da tempo non sentivamo più. Spadolini dovette risolvere durante il suo mandato, il problema della P2, affrontare l’inflazione che aveva oltrepassato il 20 per cento. Iniziarono così a nascere i suoi “Bloc – notes”, precisi e sintetici ritratti scritti di personaggi e d’avvenimenti che incontrò, durante il suo governo e i successivi incarichi di ministro. Fino all’ultimo, la più intima, appunto, Repubblica di Pian dei Giullari. L’ epilogo struggente di una vita illuminata, di un luogo, come diceva Voltaire, dei saggi, del libero studio, della libera indagine e del cielo stellato di Galileo. Nonostante il CAF ( Craxi Andreotti Forlani) fermò le sue iniziative, fu Ministro della difesa in due governi Craxi. Nell’ottobre del 1985 si trovò su posizioni opposte al presidente del consiglio sulla faccenda dell’Achille Lauro. Il crepito del selciato sotto le scarpe, accompagnano i miei passi giù per i gradini di San Miniato al Monte e prima di partire, fa riaffiorare altri ricordi: la” Fondazione nuova antologia”, la presidenza al consiglio d’amministrazione dell’Università di Milano Bocconi, delle quali egli fu orgoglioso. La presidenza del senato. Spadolini sarebbe stato un grande presidente della repubblica. Istituzionale, monumentale e monumento vivente a se stesso ed anche popolare, per citare di nuovo Montanelli. Irreprensibile, mai sfiorato da nessun sospetto di reato d’illecita pratica politica. Perse per un voto beffardo, la seconda elezione a presidente del senato, segnando lo spartiacque dalle gestioni della futura classe dirigente. “A questo punto il giro è finito”, scriveva Spadolini nel suo ultimo libro, ed io mi volto ancora un attimo e lascio il mio saluto ad “Un Italiano”, prima di andar via.
Enrico Martelloni.

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