Ogni anno si rinnova la disputa sul 25 aprile, la patologia verbosa dei corifei e il dispetto bilioso dei detrattori. Ogni anno ritorna la conta dei morti, si benedice la parte giusta e si dà lo scappellotto a quella sbagliata. I corifei del 25 aprile si beano della riconquistata dignità nazionale dopo l’obbrobrio fascista, i detrattori ironizzano sulla Resistenza davanti all’avanzata dell’VIII Armata, i corifei fanno emanare dal 25 aprile una manna collettiva allo stato dei fatti innegabile, e i detrattori insistono a dirci che Resistenza o meno l’Italia restò un paese sconfitto. L’argomentazione dei corifei, basata sulla dittatura del fatto, è comunque indiscutibile. Ciononostante il 25 aprile è una ricorrenza nazionale molto debole, almeno per due motivi che non appartengono alle argomentazioni dei detrattori, e già questo la dice lunga sull’inconsistenza delle loro rivendicazioni. Il primo motivo sta nella traslazione del significato ideologico della Resistenza dopo la svolta di Salerno, ossia nel fatto che l’80% dei resistenti, vale a dire i partigiani socialcomunisti da combattenti per portare in Italia il 1917 russo si ritrovarono declassati a patrioti risorgimentali. Retrocedere da Lenin a Mazzini fu per i socialcomunisti intollerabile ma inevitabile, una traslazione dei fini e dei mezzi che immise fra i partiti della nascente repubblica una simulazione politica e culturale, la costrizione alla doppia verità ancor oggi non cancellate. È lo stesso equivoco che segnò il successo e il declino della sinistra italiana. I detrattori hanno sempre denunciato la presenza maggioritaria tra i resistenti di socialcomunisti con direttive sovietiche e antidemocratiche, ma non hanno criticamente approfittato dello sconcerto del militante comunista fin dagli anni cinquanta a recitare “obtorto collo” nei panni del patriota risorgimentale. Il secondo motivo è di profonda portata antropologica e cultuale, e abbandona alla memoria dei vincitori le migliaia di uccisi dai nazifascisti sul campo, consegnati alla sola memoria dei vincitori ma senza la mercede materiale d’un riscatto cultuale, che avrebbe dovuto darsi con la modalità collettiva espiatoria della morte di Mussolini. Ancora di recente D’Alema riconosceva l’errore del mancato processo, ma non è questo il punto perché nemmeno è discutibile il diritto di giustiziare il tiranno. Il problema non è che Mussolini sia stato ucciso o ucciso senza processo, il problema è di portata antropologica molto più acuta e vasta, tale da toccare le corde di un discorso metapolitico e inaridire e sgretolare l’impianto emotivo e giuridico che avrebbe dovuto rendere fruttuoso il 25 aprile. Mussolini fu ammazzato di nascosto, in assenza del popolo, nella stradina sopra Giulino del Mezzegra uno o due o tre sicari, meglio chiamarli killers, in stile n’drangheta, camorra o mafia, lontano da testimoni e occhi indiscreti uccisero il dittatore degli italiani, il protagonista degli allori del ventennio, ma soprattutto il colpevole di guerre, distruzioni e lutti. Non si scova nella storia moderna un despota ucciso di nascosto, lontano dal popolo che aveva oppresso. È impossibile immaginare Carlo I o Luigi XVI pugnalati in carcere in disparte dalla folla, lo stesso vale per la quantità industriale di dittatori sudamericani eliminati da golpe e controgolpe, come è impossibile immaginare un Ceausescu soppresso con una pistolettata nelle segrete del palazzo. Impossibile, perché l’esercito che assunse il brutto compito di giustiziare il dittatore rumeno rappresentava comunque il popolo. Ma anche nelle congiure di palazzo il popolo era chiamato a testimone garantendo con la sua sola presenza la giustezza dell’esecuzione, divenendone attore, così nelle eliminazioni e acclamazioni di imperatori da parte delle legioni, così a Bisanzio o nella congiura de’ Pazzi, così nelle defenestrazioni di Praga o Belgrado, così infine negli attentati anarchici. Anche Lincoln, MacKinley, Garfield e Kennedy, che tiranni non erano, furono uccisi davanti al popolo. Per ritrovare l’uccisione del tiranno lontano dal popolo bisogna rifarsi alle trame familistico rinascimentali, con veleni o incidenti di caccia, ovvero a giustizieri che uccidevano per la borsa e il proprio tornaconto, tiranni boia di tiranni. È invece tipico del comunismo l’assassinio del despota lontano dal popolo, la fine di Nicola II ne sia esempio, ma anche le modalità delle esecuzioni sommarie sotto Stalin e Mao, un colpo alla nuca magari mentre il nemico del popolo mangia o legge, così come Nagy fu impiccato in una cella dal boia, un magistrato miserabile e due o tre sgherri. Anche Aldo Moro fu ucciso nella solitudine d’un garage dall’esaltazione redentrice di due o tre assassini. Aver sottratto l’esecuzione di Mussolini al popolo sbriciola l’impianto ideologico e la capacità di riscatto del 25 aprile, e ne conserva l’abbrivio solo grazie alla superficialità di chi non comprende l’enorme importanza anticipatrice e fondante la politica insita nelle modalità di esecuzione del tiranno. In questione non è l’uccisione senza processo ma la volontà di non chiamare il popolo a testimoniare il sacrificio del capro, in questione è la paura di sacrificare “coram populo” il nemico del popolo. Questo da parte del CLNAI che voleva rappresentare la sollevazione generale contro il nazifascismo, e del tutto insignificante è che a decidere fosse con un colpo di mano la componente socialcomunista del Comitato, mentre quella azionista chiudeva un occhio. Sarebbe bastato fucilare Mussolini davanti a un migliaio di curiosi come avvenne con i gerarchi a Dongo, bastava che gli occhi degli oppressi fossero ripagati dall’esecuzione pubblica dell’oppressore. E che non si tentasse di risarcire e recuperare questa amputazione rituale appendendo i corpi a piazzale Loreto, sintomo che l’esigenza di portare il popolo a garante di un atto così decisivo venne sentita tardi e senza coraggio. Perché la macelleria di Piazzale Loreto non fu causata da cattivo gusto e volontà di beffa e vendetta, ma dalla maldestra urgenza di incanalare gli avvenimenti in un coinvolgimento democratico dopo che al popolo era stata negata la sostanziale uccisione del tiranno. Si pone allora un problema centrale anche nella fondazione del diritto statuale successivo al fascismo. Solo l’insensibilità di una concezione della politica disarticolata dalla storia può indurre a considerare il problema risibile e cassarlo ricorrendo alla ferocia del tempi. Né il timore d’intervento dei servizi alleati giustifica col realismo politico lo stato di fatto d’una decisione che invece rivela la mediocrità culturale e politica dei componenti il CLN, non solo socialcomunisti, ma popolari, azionisti e monarchici. La guerra civile italiana del ’44 – ‘45 fu uno scontro tra schieramenti impiegatizi a cui si accodarono frange popolari, tra i discendenti delle mediocri élites familistiche emerse in età prefascista. Quelli di Salò perché attestati nella fede e nell’onore assoluti dello spirito volto a difendere una nazione indifendibile e inesistente, i resistenti perché scesi in armi per riconquistare la libertà del pensiero e dell’azione non colsero il valore degradante e le conseguenze politico-giuridiche materiali catastrofiche dell’uccisione del tiranno in assenza del popolo. Assillati dalla necessità di recuperare la democrazia formale, la rappresentanza elettiva, le garanzie fondamentali, ecc., di fatto le élites del CLN imbottite di ideali di libertà erano però carenti di istinto democratico, dell’intuizione che la democrazia non esiste se non precede le proprie ritualità. Per le stesse ragioni anche la Resistenza della parte socialcomunista restò lontana dall’essere una guerra di popolo. Che le classi popolari vi abbiano a pezzi e bocconi aderito è indubbio, ma le classi popolari non bastano a descrivere il popolo. E per assodare il contrario è inutile arruolare tra i caduti della Resistenza le migliaia di vittime interclassiste di rappresaglie quasi mai mirate o mirate a caso. Sarebbe come arruolare i cinquemila morti annuali degli attuali incidenti stradali a combattenti per il progresso. Le vittime di rappresaglie, senza ricordare quanti fra loro potevano essere stati tepidi fascisti o ex fascisti, non aiutano a fare della Resistenza una guerra di popolo perché nella maggioranza dei casi passarono dall’anonimato politico e civile al ruolo non cercato di vittima. Se per rappresaglia qualcuno ci rastrella per strada e fucila non significa che si sia stati dalla parte dei nemici dei nostri fucilatori. Diverso ovviamente il caso dei caduti sul campo, dei catturati con armi in pugno e subito o in seguito fucilati, dei morti per sevizie o altro, e dei deportati. Ma qua si correrebbe ancora il rischio di valutare il fenomeno in base alla quantità delle vittime, mentre occorre ribadire che nonostante vulgata letteraria e filmica la Resistenza non fu guerra di popolo, bensì alimentata da slancio e sacrificio individuali. Vengono allora a spiegarsi le ragioni intrinseche per cui il tiranno fu ucciso senza rispettare il superiore diritto del popolo a testimoniare l’evento, diritto che di per sé avrebbe tolto ogni dubbio sulla legittimità dell’atto. Occorre dire allora che la Resistenza invocata a fondamento della Repubblica nasconde in sé l’obliterazione del diritto naturale, che inquadra appunto anche il diritto del popolo a assistere e essere esecutore dell’espiazione del tiranno, diritto naturale germe primo di tutta la normazione di uno stato democratico moderno a partire dalla Carta. L’eliminazione nascosta di Mussolini nella stradina di Giulino del Mezzegra ha il sapore e resta nella storia italiana come il regolamento di conti tra cosche. Ma ancora più grave è l’ossimoro che ne consegue: lo sconfitto Mussolini fu ucciso come fosse stato ancora sul trono. Contro di lui non l’esecuzione del tiranno deposto ma l’attentato contro il tiranno al potere, e quando la Resistenza aveva vinto. E allora? Qua casca l’asino non formale ma sostanziale del 25 e 28 aprile di sessantaquattro anni fa, e qua affiorano le vene di mezzo secolo di incertezze politiche e istituzionali, e senza che i detrattori dell’antifascismo possano illudersi del benché minimo recupero politico e morale, perché fu l’antifascismo a operare stoltamente contro se stesso. Non si creda di poter cancellare queste insufficienti considerazioni con l’appello sbrigativo alla concretezza storica: la mancanza nel fondamento della Repubblica del rito sacrificale del tiranno “coram populo” è un’amputazione prima antropologica e poi politica irrimediabile. Ma un’ “escamotage” ci resta. Se il 2 giugno include il 25 aprile, il 25 aprile non comprende il 2 giugno. Allora per risarcire lo sconcerto della maggioranza partigiana che sognando il 1917 a Mosca si ritrovò nel 1859 a Solferino e S.Martino, per mettere in pace la quadratura del cerchio tra storici e politici, trasliamo totalmente quanto resta del 25 aprile nel 2 giugno, e forse la tanto agognata condivisione e comune eredità saranno finalmente possibili e vere.
Marzio Siracusa

penso che ogni tanto, nella storia e negli eventi, anche per caso un po’ di gisutizia ci sia, ed è per questo che tengo gelosamente conservata sul mio pc la foto del vigliacco dittatore che una volta tanto è rimasto appeso in una piazza, pero’ riconsoco nella tua analisi un fondo di verita’ e un punto di vista profondo e aperto a ulteriori valutazioni