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Per colpa del referendum abbiamo buttato via un anno e ora l’economia ci presenta il conto

Eccesso di pessimismo? Basta vedere i dati dell’economia e il surreale dibattito sui dati previsionali contenuti nel documento programmatico del Governo (il Def) per vedere che ce n’è ben donde. Sulla base delle ultime rilevazioni Istat non solo chiuderemo l’anno con una striminzita crescita di sei o al massimo sette punti decimali – che ci distanzia di un punto di pil abbondante dalla media Ue, più del doppio della nostra – ma quel che più conta lo chiuderemo a “crescita zero”

di Enrico Cisnetto | 9 Ottobre 2016

Quale che sarà il risultato, il 4 dicembre per il referendum costituzionale avremo pagato un prezzo altissimo. Assolutamente ingiustificato. Il paese è fermo da sei mesi, e ci attendono altre otto settimane di una campagna elettorale totalizzante, oltre che becera, con due eserciti – ma sarebbe meglio dire due armate Brancaleone – che si fronteggiano assai poco nel merito e troppo nella reciproca demonizzazione. Nessuna riforma, neppure la migliore del mondo – e questa è tutt’altro, per stessa ammissione di molti sostenitori del Sì – potrebbe mai giustificare una simile paralisi. Altro che paura del dopo – fine della democrazia se vince il Sì, caos politico e crack finanziario se prevale il No – qui c’è da disperarsi per quanto è già avvenuto e per quanto ancora accadrà nei prossimi due mesi.

Eccesso di pessimismo? Basta vedere i dati dell’economia e il surreale dibattito sui dati previsionali contenuti nel documento programmatico del Governo (il Def) per vedere che ce n’è ben donde. Sulla base delle ultime rilevazioni Istat non solo chiuderemo l’anno con una striminzita crescita di sei o al massimo sette punti decimali – che ci distanzia di un punto di pil abbondante dalla media Ue, più del doppio della nostra – ma quel che più conta lo chiuderemo a “crescita zero”, perché quel poco di ricchezza in più prodotta è stata accumulata nella prima parte dell’anno, e in particolare nel primo trimestre. E se il 2016 è stato a decrescere, il 2017 non può che inerzialmente cominciare piatto. E infatti, non è un caso che tutti gli analisti, nazionali e internazionali, abbiano rivisto al ribasso le stime per il prossimo biennio. Stime che stridono con quelle fornite dal Governo, del tutto irrealistiche (a parità di condizioni). Si dice: ma la differenza è solo di qualche decimale. E per forza: se la previsione inserita nel Def è di crescere dell’1%, la distanza non può che correre sul filo dei decimali.

La verità è che il Paese è fermo. Renzi può anche girare per fabbriche e capannoni – e avere la scusa per comiziare e rilasciare interviste a giornali e tv locali sul referendum – sostenendo che l’Italia è ripartita e che quegli imprenditori sono i protagonisti del rilancio in corso, ma non è raccontando le favole che si accumula prodotto interno lordo. Lui e il ministro Padoan, seccati che qualcuno abbia opinioni diverse, ribattono che le cifre non sono buttate lì a caso – ma neppure i rilievi di Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di Bilancio sono stati fatti giocando a dadi – ma discendono dalle politiche espansive che, Ue o non Ue, il Governo è intenzionato a mettere in campo. Vero: quell’1% di crescita – che non è ambizioso, come si ostinano a dire, perché felicemente temeraria sarebbe una crescita del 2-2,5%, mentre il +1% è irrealizzabile nelle condizioni date e fin troppo prudente in circostanze diverse – sarebbe tranquillamente raggiungibile se solo ci fossero delle politiche espansive. Ma dove sono? Dipendono dalla famosa flessibilità pietita a Bruxelles?

Certo non si può definire espansiva la scelta di spendere quel poco che c’è e quello che non c’è (facendo più deficit) a favore del pubblico impiego e per creare meccanismi di anticipo della quiescenza. Non sappiamo ancora quanto costeranno queste due voci, ma se anche fosse qualche miliardo (ma sarà di più, o si deluderanno le attese, trasformando in boomerang quei provvedimenti) si tratterrebbe comunque di soldi che il famoso coraggio sbandierato da Renzi come suo tratto distintivo dovrebbe indirizzare verso ben altre tipologie di spesa. Qui ci vogliono investimenti diretti e indiretti (cioè fiscalmente favoriti), non altra spesa pubblica improduttiva. Questa idea che dando un po’ più di soldi alla gente si genera domanda interna o, peggio, che se va in pensione anticipatamente qualche padre o madre i figli trovano lavoro e la disoccupazione diminuisce, ha già dimostrato di essere fallace. Noi abbiamo sempre detto che non solo è possibile, ma anche giusto che in una fase congiunturale come questa, in cui la stagnazione fa da spartiacque tra la ripresa (che finora non c’è stata) e la recessione (che rischia seriamente di riaffacciarsi), si possa fare più deficit e si possano bypassare i vincoli europei. Anche di brutto, senza timidezze. Ma a due condizioni: che le risorse siano spese per gli investimenti e che all’Europa si presenti un piano di riduzione straordinaria del debito con il concorso del patrimonio pubblico e privato. All’orizzonte non c’è nulla di tutto questo. E credere e far credere che la riforma costituzionale – comunque la si voglia giudicare – surroghi queste scelte e diventi propedeutica ad una politica economica salvifica non solo non è vero, anzi – come dimostra un anno intero buttato via per un’assurda campagna elettorale – è purtroppo vero il contrario.

Qui non si tratta di quella che è stata chiamata la personalizzazione della battaglia referendaria da parte di Renzi, e su cui pure il primo ministro oscilla tra “ho commesso un errore, coinvolgendomi troppo ho fornito l’alibi ai miei avversari per attaccare il Governo” e la ripetizione fino alla noia de “se perdo vado a casa” e dell’apocalittico “in ballo c’è il futuro dell’Italia”. No, francamente del destino personale di Renzi non ce ne può importare di meno (come di qualunque altro protagonista della vita politica e istituzionale, un paese maturo di fronte a problemi complessi non può cadere nel ricatto insito nel leaderismo). Quello che conta è il governo del Paese. Ed è proprio ciò che è mancato e sta mancando.

Era già successo nel 1993 con il (nefasto) referendum Segni, quando l’Italia credette che il nocciolo dei suoi problemi fosse la legge elettorale proporzionale e l’assetto politico che ne discendeva, che il Paese si fermasse ad occuparsi d’altro. Il risultato è stato un ventennio disastroso, quello della Seconda Repubblica, che ha prodotto un declino strutturale nel quale siamo immersi. Ora rischiamo di commettere di nuovo lo stesso errore. Importa forse a qualcuno che l’Fmi, quando ancora, qualche mese fa, stimava che il pil avrebbe fatto +1,1 quest’anno e +1,25% nei prossimi due, abbia profetizzato che continuando così l’Italia recupererà solo “a metà degli anni 20”, cioè tra un decennio, i livelli di reddito esistenti prima della grande crisi finanziaria mondiale? E c’è qualcuno che sta ragionando sul fatto che in giro per il mondo si avvertono sinistri scricchiolii che fanno temere (ai più accorti) che lo tsunami del 2008 potrebbe ripetersi con effetti ancora più devastanti? Continuiamo pure a baloccarci con il Senato delle Regioni e i premi di maggioranza che consegnano il parlamento e il governo in mano a esigue minoranze nel Paese… Da quelle riforme non passa la ripresa dell’economia. Non sarebbe così neppure se fosse il più perfetto dei ridisegni dell’intera architettura istituzionale, tanto meno lo è visto che la riforma è parziale, contraddittoria  e sbagliata in alcuni passaggi essenziali.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, architettura, Bankitalia, battaglia, bruxelles, campagna elettorale, conti, corte dei conti, crisi, crisi finanziaria, def, democrazia, finanziaria, futuro, giornali, governo, grande crisi, Legge di stabilità, no ripresa. Europa, pil, recessione, referendum costituzionale, renzi, Ufficio parlamentare di Bilancio, vincoli di bilancio

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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